Entra nel buio terrificante e irrisolto che hai dentro: esce la versione restaurata di “The Doors”, uno sciamanico orgasmo

Posted on Luglio 29, 2019, 8:45 am
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La prima volta che ho visto The Doors? Ero minorenne e stavo ‘fatta’, di una droga che si chiama William Blake, mescolata a un’altra di nome Arthur Rimbaud. Un trip niente male, talmente lisergico che ogni volta che rivedo questo film, sento The End, o l’attacco micidiale di Light My Fire, cado nella stessa alterazione di coscienza, nella medesima sensazione di not to touch the earth, nell’identica insopprimibile voglia di entrare in quella ‘realtà’ lì. Emozioni primordiali, acide, ma che mi fanno stare bene.

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Ti confesso che da principio, da amante neofita dei Doors, io di questo film non ne volevo sapere, c’entra nulla la mia passione maledetta per Oliver Stone, che sarebbe venuta dopo, crescendo, c’entra che mi ero autoconvinta fosse un film patacca, l’apologia di un cantante, e di uno scrittore, da me stimato come autore, io che non elevo a mito nessuno. Quando infine, pazza di curiosità, mi sono messa a letto, da sola, al buio, irrintracciabile anche per Dio, come faccio sempre quando devo ‘studiarmi’ un film, ne son riemersa dopo due ore ancora più ‘fatta’, rapita, imbambolata. Come quando provi un lungo orgasmo, arrivato con le tue mani, o con lingua o sesso altrui: la stessa iperbolica soddisfazione. Quindi vattene via, non leggermi più se sei tra gli antipatici che rompono su questo film, su quanto non sia autentico, accurato, e che altro? No, guarda, lascia perdere, con me non attacca, Val Kilmer è Jim, lo è più di quanto immagini, lo è per come lì cammina, come scuote i capelli, come balla shaman’s blues. Lo è per il c*lo che s’è fatto per ridar corpo, e vita, e anima, a un uomo che tutto voleva essere tranne l’icona che l’hanno fatto diventare.

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Dov’è il banchetto che ci hanno promesso? Dov’è il vino novello? Muore sulle viti. Ragazzine allupate vogliono il mio caz*o, non i miei versi”: qui sta la chiave del film, in queste frasi, scritte e su pellicola recitate da un Morrison sfinito. Segnano la delusione, l’insoddisfazione che il vero Jim provava in vita, la stanchezza di dover essere quel lizard king impossibile da incidere su nastro. E tutte le scene con Morrison/Kilmer pazzo, ubriaco e molesto: fu realtà anche quella, inutile nasconderla. Per questo non è affatto vero che questo film è un malfatto tributo ai Doors e a Morrison, e però attenzione: in quell’atmosfera, in quei strani giorni, devi saperci penetrare, ride the snake, e inghiottirne il veleno.

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All you need is love? Con i Doors scordatelo, con loro sei da solo e devi resistere, devi combattere con quanto di buio e terrificante e irrisolto hai dentro. Lo devi saper affrontare quel “sei riuscito a entrare? La cerimonia sta per cominciare”, come lo devi saper reggere quell’“avete avuto un buon mondo, morendo? Abbastanza da farci un film?”. Devi superare quell’intro, l’8 dicembre 1970, l’ultimo compleanno di Morrison, la sua registrazione segreta di An American Prayer. È vero che Oliver Stone si è preso tante libertà, è vero che la scena di Jim e Pam ubriachi sui cornicioni (“Moriresti per me?”) nella realtà non era con Pam ma con Nico, e Jim prima del concerto a New Heaven, quando viene accecato dai poliziotti, non era con la giornalista Patricia Kennealy, ma con una fan. Dettagli che nulla tolgono a quella magia, alla fame di morte che morde un film onirico, plasmante, sofocliano: c’è niente da fare, siamo tutti appesi alla nostra nascita, oppressi da quel “Father I want to kill you, Mother I want to fuck you”. Lì è il seme dell’Occidente, eros e thanatos, the west is best, my only friend. Siamo incatenati lì, come sta lì la nostra fortuna. Se non accetti questo, se non vuoi vedere in quell’abisso, fino a volerlo toccare, volerci sprofondare, se non sei pronto, e ne hai paura, allora non amerai i Doors, né questo film. Meglio per te che tu non segua nessuno sciamano, che resti al sicuro tra quelle che tu credi certezze. Meglio per te non aprire nessun varco, non andare dall’altra parte. Sii inconsapevole, tieni chiuse le porte della percezione. Ci perdi, e molto. Credimi.

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Se il mio approccio ai Doors è stato letterario, se Jim Morrison come persona e come poeta è frutto della sua immensa cultura (nel film, nella riproduzione della soffitta di Jim, c’è una veloce panoramica sui suoi libri: vi scorgi Mailer, Nietzsche, i Beat), il film The Doors è ‘figlio’ della guerra tra due libri, due acredini, due visioni opposte, di due uomini che Morrison se lo son vissuto: John Densmore e Ray Manzarek. “Tragedia grottesca, distorta”, è quanto di più positivo pensa di The Doors Ray Manzarek, e lo ferma in Light My Fire, il libro che ha scritto a rivalsa del film: la sua versione dei fatti fu scartata per basare interamente la sceneggiatura su Riders on the Storm, il libro di Densmore (il quale appare fugace nel film, è l’operatore con Morrison/Kilmer nella scena iniziale). The Doors prende spunto anche da Strange Days, memoir di Patricia Kennealy, vera ‘moglie’ del vero Jim: i due si sposarono col rito neopagano che vedi nel film, come ci vedi la vera Patricia (è la sacerdotessa che celebra le nozze). Ed è assolutamente vera anche una delle scene più dure del film, Patricia abortì davvero quel figlio che Jim non voleva.

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È appena uscita la versione restaurata di The Doors, con quel Final Cut che toglie sguardo e memoria a ciò che a Père Lachaise è stato, scempi compresi. E non ti lascio prima di rivelarti una cosa che sanno in pochissimi: nel 1971, e Jim era vivo, il 24enne sbarbatello Oliver Stone gli invia Break, fogli di sceneggiatura di un film che si era messo in testa di fare su Jim e con Jim. Che non gli risponde. Ma nel 1991, sul set di The Doors, Bill Siddons, il manager dei Doors, riconsegna a Stone ‘quella’ sceneggiatura: Jim l’aveva ricevuta, e portata con sé a Parigi, nell’appartamento dove è morto, e dove è stata ritrovata…

Barbara Costa