“L’eredità più grande”: il libro mistico di Giobbe (letto in compagnia di William Blake e di Giacomo Leopardi)

Posted on Marzo 28, 2020, 7:49 am
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Una delle opere più delicate di William Blake è una piccola tempera, s’intitola Job and His Daughters, custodita alla National Gallery of Art, Washington. La tempera è del 1800; Blake realizza lo stesso soggetto in acquarello, infine in una incisione, nel marzo 1825, all’interno del grande ciclo che illustra il libro biblico di Giobbe. Ossessionato da Giobbe, Blake disegna – cioè, penetra – quel libro dal 1785; l’immagine di Giobbe con le figlie è commissionata da Thomas Butts, alto funzionario inglese, che conosce l’artista nel 1799 e ne diventa il mecenate. L’immagine è particolare: le tre figlie, in adorazione – e con trecce e cuffie e stole settecentesche – circondano Giobbe, adornato da barba bianca – icona del Padre –, che spalanca le braccia indicando le immagini dei suoi patimenti sbalzate sul muro sferico che abbraccia la scena. Non si può non penetrare in un significato oltre la didattica della figura – Giobbe sembra volare, la bocca di una figlia è un bisbiglio.

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Certamente, Blake si riferisce all’epilogo del libro di Giobbe, che racconta la “riabilitazione” dell’uomo che ha lottato, con argomenti abissali, contro Dio, imputandogli il male. “Ebbe sette figli e tre figlie. Alla prima mise nome Colomba, alla seconda Cassia e alla terza Argentea. In tutta la terra non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe e il loro padre le mise a parte dell’eredità insieme con i fratelli” (Gb 42, 13-15). La ‘bellezza’ è un carato affine a sapienza – si è belli per vigoria d’anima e virtù di mente. Che soltanto le figlie siano degne di ricordo, nominate una per una, vuol dire che la loro importanza è sgargiante.

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La fonte più estrema di Blake, però – recepita in forma indiretta, o per tensione inconsapevole – è un apocrifo, il Testamento di Giobbe, che racconta il rapporto specifico, mistico, tra il patriarca e le figlie. Il testo, scritto intorno al I secolo dopo Cristo, in parte nella forma dell’haggadah, è decretato apocrifo da papa Gelasio nel 496, è stato pubblicato la prima volta da Angelo Mai – quello della canzone di Leopardi – nello Scriptorum Veterum Nova Collectio (1833). Secondo alcuni studiosi – il testo è stato tradotto, in Italia, da Paolo Capelli per gli Apocrifi dell’Antico Testamento curati da Paolo Sacchi, da Marc Philonenko in Francia, da Stephen Brock in tedesco, da Russell P. Spittler nel mondo inglese – il Testamento proviene da una comunità di mistici, forse i Terapeuti raccontati da Filone di Alessandria, forse gli Esseni, forse i sapienti che contemplano il ‘carro’, la merkabah.

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Il Testamento di Giobbe ha la formula di una favola. Il patriarca sta morendo, chiama a sé i figli, fila la sua storia di lotta e di disperazione. “Il giorno in cui si ammalò, consapevole di dover abbandonare la dimora corporea, Giobbe chiamò a sé i sette figli e le tre figlie e parlò loro, così: Venite in cerchio, intorno a me, figli, e vi racconterò cosa ha fatto per me il Signore, tutto ciò che mi è accaduto. Io sono Giobbe, vostro padre: voi siete i miei figli, generazione eletta che deve prestare ascolto alla propria nobile nascita”. Il racconto apocrifo si sgancia da quello biblico: Giobbe è punito da Satana perché ha osato distruggere un altare eretto in suo nome. Dio – scagionato – lo avverte: “Distruggi l’immagine di Satana e lui ti farà guerra, scaglierà contro di te ogni malizia. Ti gonfierà di piaghe, togliendoti tutto ciò che hai: ti fiaccherà con il male, divorerà il tuo figli. Allora, dovrai lottare come un atleta, resistere al dolore, sicuro del premio, dopo le prove, le sofferenze”.

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Nel Testamento, Giobbe non è l’avversario di Dio, difende la sua legge, dall’abisso in cui è confitto, “nella miseria, nella putrefazione insopportabile”, davanti ai re, ai sapienti, agli avversari che appaiono anche nel libro biblico, Elifaz, Bildad, Zofar, Elihu. La perla del Testamento giace nelle ultime parole di Giobbe. Il patriarca offre ai figli maschi la propria eredità materiale, riassunta in terre, case, bestie, averi. Alle tre figlie, sull’orlo di lamentarsi – “anche noi siamo figli tuoi, perché non ci rendi parte dei tuoi averi?” –, Giobbe promette “un’eredità più grande”. Pare di leggere la parte in luce di Re Lear, l’intrusione nel mirabile. Alle figlie, Giobbe dona “tre corde, di tale splendore che nessuno potrebbe descriverle, che mandano scintille di fuoco come i raggi del sole”. Gli oggetti ‘magici’ sono “un talismano del Signore”, che permette alle figlie di vivere “nel mondo migliore, nei cieli”. Il dono consente alle figlie di Giobbe di parlare direttamente con le altezze: “la loro bocca prese la lingua delle potenze, cantavano con le voci degli angeli”. Quando gli angeli accompagnano in cielo l’anima di Giobbe e “venne Colui che siede sul grande carro e baciò Giobbe”, sono le tre figlie “dopo aver indossato le cinture, a cantare inni in lode di Dio”. L’importanza della donna come mediatrice tramite il canto – raffigurata in Miriam, la sorella di Mosè, che “afferrò il timpano, dietro a lei vennero donne con i timpani formando cori in danza, e iniziò il canto” (Es 15, 20-21), e in Debora che “disse nel canto” (Gdc 5, 1 segg.) – si rinnova nella comunità dei Terapeuti, per poi scemare, scalciata dall’ortodossia.

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Il nodo della questione, per così dire, sta nel “parlare in lingue” o “nelle lingue degli angeli”, di cui abbiamo testimonianza in Atti degli Apostoli – è l’evento costitutivo della predicazione cristiana, capitolo 2 – e nella lettera di Paolo ai Corinti. Cosa sono queste “lingue”? Che cosa significano? Negli Atti si celebra il ribaltamento in dote di Babele: le lingue non sono un ostacolo – fermento di fraintendimenti – ma la prima pietra della comunità – consento agli apostoli di divulgare il Vangelo ovunque. Paolo, piuttosto, preferisce stare nella trincea della parola “edificazione”: chi parla le “lingue degli angeli” si rivolge direttamente a Dio, in un tu-per-tu ipnotico, resta incompreso, vanifica la ragione sacerdotale, fomenta confusione. Il parlare in estasi va estirpato: l’elemento mobile, fluido, ‘creativo’ del cristianesimo è castrato in virtù del consolidamento dell’ecclesia. La distinzione – linguaggio canonico vs. linguaggio creativo – è destinata a diventare ferita, giogo.

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Nel 1816 Giacomo Leopardi tenta di tradurre Giobbe. Si blocca dopo i primi versi, che rende così:

Uom fu che ’l mal fuggia che Dio temea,
Retto, illibato in Us. Giobbe ’l nomaro.
Sette figliuoli e tre figluiole avea.
Fu l’aver suo divizioso e raro:
Cammei tremila avea, mille giumente,
Buoi cinquecento ed altrettanti a paro:
Del minor gregge settemila; e gente
In sua famiglia assai, così che grande
Si fu tra tutti i grandi in Oriente.

Il riepilogo della leggenda antica ha in Leopardi il sapore della fiaba in versi. Carducci lo definiva “il Job del pensiero italiano”; in quegli stessi anni Blake realizza gli acquerelli del suo Giobbe. Mi pare, erigendo trame borgesiane, un segno – in quale sogno Giacomo e William si sono incontrati? Oggi, d’altronde, dovremmo raffinare la lingua in angelo, imparando la tattica dalle bestie che hanno umiltà nel penetrare l’orizzonte, degli alberi, che spiccano alla luce quanto più s’imbucano nel sottoterra. (d.b.)

*In copertina: William Blake, “Job and His Daughters”, 1800; nel testo, le incisioni del 1825 a illustrare il Libro di Giobbe