“Il teatrino dell’industria culturale è una gigantesca falloforia. L’arte, d’altronde, è una ca***ta”. Intervista a Stefano Tonietto

Quodlibet pubblica un libro anomalo, eccentrico, eccezionale: un manuale della "Letteratura latina inesistente". A redigerlo, Stefano Tonietto. Un tipo che ha passato 27 anni a scrivere un poema cavalleresco in 4.633 ottave. Dialogo verso l'impossibile (e oltre)

Posted on novembre 24, 2017, 3:47 pm
14 mins

Ho una certezza. La maggior parte degli scrittori italiani scrive come se fosse in carrozza. Proprio così. Gli scrittori nostri – quelli premiati, premiabili, vendibili, venduti – sono fermi alla carrozza. Qualcuno si è accorto che esistono le automobili. In pochi sanno che perfino lo shuttle, ora, è già archeologia. Fuor di metafora: i nostri eroi in cima alle classifiche editoriali scrivono come se fossero all’epoca di Charles Dickens, per di più con la spocchia intellettuale di chi vuole spiegarti come va il mondo – un orrore per noi sociopatici, devoti fautori della forma – ignorando, chessò, che da queste parti sono passati James Joyce, Franz Kafka, Hermann Broch, ma anche Mario Pomilio e Stefano D’Arrigo. Romanzi inscatolati nella banalità buoni per intrattenere i buoni di cuore – ma poveri di cervello. Esagero? Meglio esagerare per evitare il tango dei leccaculo, il fango degli scrivani odierni. Ora, però, gli insoddisfatti, quelli a cui le pillole di D’Avenia, le supposte di Cognetti, le aspirine di Missiroli o di Piperno non vanno giù, hanno un libro ‘di culto’. Il libro s’intitola Letteratura latina inesistente, lo stampa Quodlibet (pp.204, euro 15,00), lo ha scritto, con ingegnosa ironia, Stefano Tonietto, il quale, padovano, leggiamo nella smilza bio di accompagnamento, “ha pubblicato, a sua grande gloria, uno straordinario libro anacronistico, il poema comico-cavalleresco Olimpio da Vetrego, in endecasillabi rimati, per un totale di 4.633 ottave”, a cui, mi ha detto, va detto, ha lavorato per 27 anni.

Tonietto

Stefano Tonietto sfoglia il suo poema comico-cavalleresco “Olimpio da Vetrego”

Il libro appena stampato è geniale per una implicita ammissione estetica: oggi la letteratura deve misurarsi con la realtà superandola, mica scimmiottandola (per quello, basta il cinema). Insomma, più che far finta di scrivere il romanzo ‘canonico’ (ma chi ci crede più…) è meglio ipotizzare documenti apocrifi, creare mondi bibliografici paralleli, giocare alto con l’anomalia della ‘cultura’ (parola, immagino, a cui è allergica gran fetta degli scrittori odierni, i quali a forza di rincorrere ‘l’oggi’ si sono dimenticati che la letteratura è invenzione, il lignaggio del linguaggio). Beh, il libro di Tonietto, “frutto di una disciplina fantasma chiamata Filologia Creativa” (questo è Valerio Magrelli su la Repubblica) è di detonante meraviglia, fa a tranci i titani latini (d’altronde, anche Leopardi si annoiava a leggere sempre&solo Virgilio) e ne inventa di nuovi, australi, come Facondius, “autore prolisso, cui difettavano in egual misura il senso del limite e i limiti del senso”, Gneo Calpurnio Bestia, che scrisse alcune lettere a Cicerone senza ottenere risposta (“senz’altro per validissimi motivi suoi che qui non intendiamo in alcun modo sindacare”) o Lellio Assiduo, che “finì la vita sul rogo, acceso con i rotoli medesimi della sua Expositio” a causa delle consuete bizze di Nerone. Ma le mirabilie sono celate sotto il gheriglio del dettaglio: ad esempio nel capitolo dedicato alla Letteratura poliziesca latina, dove un brandello delle Investigationes sono tradotte da tale “R. Chandler”, che è il capostipite dell’hard boiled, che alla romana si dice bene cocta. Quanto ci ha fatto sognare, poi, “la filologa femminista” Walkyria De Nigro y Castro, “nata ad Amsterdam nel 1952, figlia di profughi tedeschi ivi fermatisi nel 1945 (diretti in Cile)”, amica di Erica Jong, di cui “è nota la polemica con Il ramo d’oro dell’antropologo James Frazer”, che alla giornalista Mirenda Felíz (decrittate voi il recondito enigma celato nel nome) dichiara, “cavalcare un pene di quattro metri è un’esperienza formativa”. Dovrebbero fondare un nuovo liceo classico sulle ‘scoperte’ filologiche di Tonietto. Nell’attesa, ho reclamato lo scrittore per una chiacchierata.

 

Intanto. Come le è venuta l’idea della “Letteratura latina inesistente”? Preciso. Mi pare che alla base ci sia una idea di letteratura anomala, eccentrica, è vero?

“Alla base c’è un atteggiamento anacronistico e anche autolesionista: fin da ragazzo, l’insofferenza per la letteratura contemporanea, schiacciata sul romanzo e sulla contemporaneità. Va tenuto presente che per molti anni la mia produzione diciamo così letteraria è stata quasi esclusivamente in versi (per lo più endecasillabi in forme strofiche). I miei maestri erano i classici, avrei voluto essere Dante, Pulci, Boiardo, Ariosto, Folengo; soltanto dopo i trenta o i quarant’anni ho cominciato ad apprezzare la letteratura dell’età industriale e postindustriale. Potrei istituire un parallelo con Tolkien, il quale provava amore e nostalgia per le antiche saghe, per un mondo sparito, e ne ha creato uno a propria misura in sostituzione di quello in cui gli era toccato di vivere. Negli anni Settanta in Italia, fino al successo di Eco, sembrava che lo scrittore fosse condannato ad una testimonianza sul presente ridotta a impegno politico e ideologico”.

Nella costruzione del libro, quali sono state le ‘fonti’ vere, presunte, presumibili? E i suoi riferimenti letterari? Roberto Bolaño, Borges, nulla…

“Sono convinto che ciascuno di noi sia una macchina che fagocita influssi e suggestioni, le trasforma ed emette un prodotto finito in cui si avvertono gli aromi delle materie prime. Nel pensare a questa metafora avevo in mente l’ape mellifera, tuttavia temo che possa applicarsi, purtroppo, anche all’apparato digerente. Faccio fatica ad elencare tutti i miei debiti. Non ho mai letto Bolaño (me l’hanno consigliato), ma adoro da sempre Borges, un pensiero del quale sta in esergo al mio libro. Ho letto e riletto le sue biografie di scrittori inesistenti, le recensioni ad opere mai scritte. Se ci pensiamo, anche Boiardo e Ariosto dicevano di essere semplici traduttori dell’opera di Turpino, un autore mai esistito. E quanti manoscritti sono stati trovati a Saragozza o altrove?”.

La scelta dei nomi mi pare esemplare. Un esempio a caso. Manubrio Glucosio Defenestrato. Un altro esempio. “De rerum iactura”. Insomma, la ‘finzione’ è denunciata fin da subito. Nel ‘sottotesto’ quali gli oggetti dei suoi raffinati sfottò? La scuola? Il mondo globale? Le fashion blogger?

“La cura dei nomi è stata un divertimento particolare. Il gioco consiste nel trovare parole moderne che suonino come nomi plausibili per ciascuna epoca: Manubrio Glucosio Defenestrato, uno dei meglio riusciti, evoca l’autentica onomastica della tarda età imperiale: Olibrio, Teodosio o Pretestato. Mi piace molto anche Gaio Adulterio Sfrenato, plausibilissimo secondo le regole dell’onomastica classica, ma il capolavoro (se posso dirlo) credo che sia Incerto Autore. Anche i titoli devono sembrare autentici, come il trattato De floratione. In tutto questo ha giocato l’influsso di Asterix, naturalmente, di certi calembour che ci scambiavamo tra i banchi del liceo, o di quei buffi nomi degli indovinelli dei tempi della mia adolescenza: Chi è il più grande portiere rumeno? Saracinescu! Chi è la più grande prostituta greca? Mika Teladogratis! Invece i bersagli dei miei sfottò sono molteplici, ma riconducibili in sostanza ad uno: chi si prende troppo sul serio, che sia docente universitario, ideologo di qualunque bandiera, giovane trendy convinto di possedere il mondo”.

Qual è l’autore che le ha dato più gusto inventare? Perché?

“Come dicevo, Incerto Autore è stata una bella trovata: potenzialmente potrebbe essere lui l’autore di innumerevoli opere greche e latine tramandateci senza una chiara paternità, dai carmi dell’Appendix Vergiliana alle stesse Iliade e Odissea. Mi sono molto divertito anche a creare Volpilio, con la sua ingenuità da etimologista medioevale. Tuttavia vado orgoglioso di Lesbia, l’amante di Catullo muta per duemila anni, alla quale è stata finalmente restituita una voce autonoma e risentita. Un’amica mi ha fatto notare infine che molti autori, da Brassica il Virgiliano a Calpurnio Bestia, sono degli inetti, anzi degli ‘sfigati’, dei Fantozzi perennemente sconfitti nelle loro aspirazioni letterarie: forse autobiografici, le ho risposto”.

Ma lei… cosa legge della narrativa contemporanea? O meglio: che tipo di narrativa è possibile oggi?

“Oggi leggo più autori contemporanei di quando ero giovane, anche se ho la tendenza a restare sulle opere già consacrate da critica e pubblico: sono come quel tizio burlato da Marziale, che legge solo autori morti. Autori del Novecento a me cari sono Gozzano, Gadda, Montale, D’Arrigo, Eco tra gli italiani, Borges, Proust, Joyce tra gli stranieri. Di viventi, ho conosciuto di recente Gianni Celati e altri narratori a lui legati, come Cavazzoni, Benati, Cornia, Nori e altri, un po’ il gruppo de Il Semplice. Venendo alla seconda domanda, oggi secondo me è possibile scrivere di tutto; poi bisogna vedere se ti pubblicano e se ti apprezzano (e se vendi). Ma con Internet veramente non ci sono più limiti”.

Non è nuovo a imprese pindarico-pazzesche come quella appena partorita. Ci parli del poema “Olimpio da Vetrego”: come nasce, cosa è, perché?

letteratura latina inesistente“Come dicevo, ho remato per anni e decenni in direzione ostinatamente contraria alla corrente dominante: se negli anni Settanta e Ottanta esisteva solo il romanzo e imperava la narrazione dell’attualità, se la poesia era ridotta alla sola lirica, nella morte di tutti gli altri generi, ecco che io scrivevo un poema cavalleresco, anzi comicavalleresco (tra Pulci e Tassoni, per intenderci) in ottave di regolari endecasillabi rimati. Era talmente fuori da ogni possibilità di pubblicazione che ci ho lavorato per ben 27 anni come se fosse il mio hobby privato: scrivevo un’opera che avrei voluto leggere. Poiché mi divertivo appunto non solo a scriverla ma anche a leggerla, ho osato alla fine proporla a un editore di Verona, Giampiero Dalle Molle, al quale devo molto: si è entusiasmato e nel 2010 ha voluto pubblicare l’intero volumone (sono 64 canti, 37064 versi, 1100 pagine comprese introduzioni e indici) rischiando di suo. Olimpio da Vetrego è in realtà una enorme satira in versi, con l’aria di narrare una vicenda picaresca del XVI secolo parla del nostro mondo. Ha oggi un suo ristretto ma fedele gruppo di estimatori, alcuni dei quali, come Alberto Moreni, ne sanno a memoria interi episodi”.

La chiusa del libro su Walkyria Castro vuole forse darci a intendere che la storia della letteratura, nel suo complesso, è una falloforia e che la scrittura è una sublime ca***ta?

“Le opinioni di Walkyria Castro sono sue e io non me ne sento responsabile. In realtà, ora che ci pongo attenzione, mi viene il sospetto che l’unica forma d’arte prodotta dalla civiltà umana su questo pianeta sia appunto la ca***ta; nel senso che, se degli alieni scendessero sulla Terra ad esaminare i nostri manufatti, capirebbero certamente l’utilità dell’aspirina, del microprocessore o della vasca da bagno, ma farebbero molta fatica a cogliere l’utilità e l’uso della Gioconda, della Sesta Sinfonia, di Finzioni: e butterebbero via tutto nel bidone delle ca***ate. Tuttavia, che il libro finisca con le opinioni di Walkyria Castro è un caso: avrebbe potuto concludersi anche con il capitolo su P. Randello o su qualunque altro illustre filologo. E però, forse, è anche vero questo (e starebbe bene come morale della favola): tutto il teatrino dell’industria culturale non è altro che una gigantesca, sublimata falloforia”.