L’ultimo amore di Marina Cvetaeva, “una negromante”. Ovvero: sul genio poetico di Arsenij Tarkovskij

Posted on Settembre 05, 2019, 6:32 am
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Tra l’altro, fu l’ultimo amore di Marina Cvetaeva. “Con Marina Ivanovna Cvetaeva ho fatto conoscenza nel 1939. Ella era arrivata in uno stato assai turbato, era convinta che suo figlio sarebbe stato ucciso, come poi accadde. Io l’amavo, ma stare con lei era difficile: era troppo brusca, troppo nervosa”. Lui aveva 33 anni, dalla bellezza incisa, lei era appena, malauguratamente, arrivata in Unione Sovietica, dopo il vagabondaggio europeo. Aveva 48 anni, quella poetessa magnetica. “Caro compagno T, il Vostro libro è incantevole… la Vostra traduzione è una delizia. E cosa potete Voi stesso? Giacché per un altro poeta potete – tutto. Trovatele (amatele) – e le parole vi verranno. Presto vi inviterò a casa mia – una sera – a sentire delle poesie (mie), dal libro che sto per pubblicare”. Marina gli scrive da Mosca, nell’ottobre del 1940: un anno dopo è defunta. Naturalmente, di quel libro che sto per pubblicare, non si fece nulla. “So che sono buone poesie e che a qualcuno sono necessarie (forse addirittura come pane). E se non ne verrà fuori nulla – tradurrò, chiuderò la bocca a quelli che mi dicono: ‘Perché non scrivete?’ – perché il tempo è uno solo, ed è poco, e scrivere per me stessa nel quaderno è luxe. Perché per le traduzioni mi pagano, e per le mie cose – no”. Chi giudica il pregio editoriale di quelle poesie, il critico Kornelij Zelinskij, le squalifica, squallidamente: “sono palesemente poesie ‘di un altro mondo’, qualcosa di diametralmente opposto e addirittura ostile alle concezioni del mondo nella cui sfera vive l’uomo sovietico” (sia sempiterna lode a Serena Vitale: dall’epistolario di Marina Cvetaeva da lei curato, Deserti luoghi, Adelphi, 1989, rubo questi dettagli). Ma non si scrive sempre di e da un altro mondo?

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La lettera al poeta termina con quella frase bellissima, “Ogni manoscritto è indifeso. E io sono tutta un manoscritto”, che è anche un imperativo delicato a farsi amare. Nella sua vita il poeta Arsenij Tarkovskij, dal fascino inequivocabile – una periscopica somiglianza con Majakovskij – colleziona tre mogli. Dalla prima, Marija Ivanovna Višnjakova, il 4 aprile 1932, ha il figlio Andrej, il grande regista; dal 1937 vive con Antonina Aleksandrovna Bochonova, che sposa tre anni dopo; dal 1947 si unisce a T.A. Ozerska, che sposa nel 1951. “Marina era terribilmente infelice, molti ne avevano paura. Anch’io, un pochino. Infatti, era un tantino una negromante”, ricorda Tarkovskij. L’ultima poesia di Marina Cvetaeva, scritta il 3 marzo 1941, è dedicata a Tarkovskij. “Mansueta come un ladro/ senza dare fastidio a nessuno/ al posto non apparecchiato/ mi siedo settima, indesiderata…/ Come la morte al banchetto nuziale:/ io – la vita che viene a cena”.

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“Tarkovskij aveva una moglie molto gelosa. Era con lei quando una volta incontrò Marina Cvetaeva in pubblico e non la salutò: fu quello l’ultimo dolore amoroso di Marina, eterna passante sulle strade maschili, eterna ospite e forestiera nella vita. (Come Pasternak, Tarkovskij scrisse splendidi e dolorosi versi in memoria di Marina Cvetaeva)”, scrive Serena Vitale.

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Marina si impicca il 31 agosto 1941 nel borgo di Elabuga, e Tarkovskij ne urla:

Chiamo, non risponde, dorme profondamente Marina.
Elabuga, Elabuga, argilla di un cimitero.

Si dovrebbe chiamare col tuo nome una palude infida,
si dovrebbe chiudere il portone con questa parola-chiavistello.

Ti si dovrebbe usare, Elabuga, per spaventare i bambini odiati,
mercanti e briganti dovrebbero giacere nelle tue tombe.

Su chi hai soffiato il tuo gelo atroce,
di chi sei stata l’ultimo asilo qui sulla terra?

Di quale cigno hai udito il canto prima dell’alba?
Hai udito l’ultima voce di Marina.

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Poeta dal genio boschivo, Tarkovskij viene dopo quella generazione d’oro (Pasternak, Majakovskij, Achmatova, Cvetaeva), ed è inevitabilmente in ombra. “Accusato di misticismo” nel 1932, Tarkovskij sopravvive grazie alle traduzioni: il suo primo libro, Prima della neve, è pubblico nel 1962, l’anno in cui il figlio Andrej realizza il primo grande film, L’infanzia di Ivan, che vince il Leone d’oro a Venezia (insieme a Cronaca familiare di Valerio Zurlini). A differenza di poeti d’altra generazione come Iosif Brodskij, Arsenij Tarkovskij non espatriò, decise di restare in Russia. Ottenne qualche riconoscimento, i suoi libri in versi venivano stampati in migliaia di copie, subì la morte del figlio Andrej, nel 1986, per morire, nel 1989, trent’anni fa, a Mosca. A Peredelkino, “la sua tomba è a pochi passi da quella di Boris Pasternak”. Pressoché ignota in Italia, tranne sporadiche, coraggiose pubblicazioni – per Scheiwiller un volume di Poesie scelte, nel 1989 e di “prose varie, lettere”, come Costantinopoli, nel 1993; per Tracce alcune Poesie e racconti, 1991, per Via del Vento La steppa e altre poesie, 1998 – l’opera di Tarkovskij è apparsa in una sontuosa pubblicazione, due anni fa, per Giometti & Antonello, come Stelle tardive. Versi e prosa, per cura di Gario Zappi, già autore di una traduzione formidabile dell’opera di Osip Mandel’stam, autore affine a Tarkovskij.

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Amava la Cvetaeva, ma preferiva la poesia di Anna Achmatova, Tarkovskij (“La sua prosa è difficile da leggere, tante sono le inversioni, i gradienti nervosi. Preferisco l’Achmatova. In Anna Achmatova vi è una tale perfezione della forma!”. Ad Anna Achmatova il poeta dedica una poesia, Il manoscritto, che sembra ricamare intorno alla lettera di Marina.

Ho finito il libro e ho messo a punto,
non ho potuto rileggere il manoscritto.
La mia sorte si è consumata tra le righe
mentre l’anima mutava la scorza.

È così che il figliol prodigo si strappa la camicia dalle spalle,
è così che il sale dei mari e la polvere delle vie terrene
sono benedette e maledette dal profeta
andato da solo incontro agli angeli.

Sono colui che è vissuto nel proprio tempo
senza essere sé. Sono il mino della famiglia
degli uomini e degli uccelli, ho cantato assieme a tutti gli altri,

e non lascerò il banchetto dei viventi:
blasone autentico del loro onore di famiglia,
vocabolario diretto dei loro legami alla radice.

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Tarkovskij conosce Anna Achmatova nel 1946. Ama le poesie di Pasternak, che preferisce al Dottor Zivago. “Pasternak gli risponde che in fondo le poesie in sé sono una sciocchezza e che agli uomini serve la prosa. Dopo tale incontro i suoi rapporti con Pasternak si raffreddano notevolmente”. Nel 1966 muore Anna Achmatova; Tarkovskij “scorta la salma in aereo da Mosca fino a Leningrado”, pronuncia un discorso che dispiace a Iosif Brodskij. “Ricordo che, quando Arsenij Tarkovskij ha iniziato il suo discorso funebre con le parole: «Con la morte di Anna Achmatova è finito…», tutto dentro di me si è ribellato: niente era finito, niente poteva e può finire, sino a che noi esistiamo. Noi siamo un coro “magico” oppure “non magico”; non perché ci ricordiamo i suoi versi o ne scriviamo noi stessi, ma perché lei è diventata parte di noi, parte delle nostre anime, se vogliamo”.

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“La sofferenza è un’eterna compagna di viaggio della vita”, dice Tarkovskij in un dialogo ricalcato nel 1990, Asterischi. “In guerra ho capito che il dolore è una forma di purificazione… In guerra ho compreso cosa sia la sofferenza. Ho poesie su quand’ero ricoverato in un ospedale da campo dopo che m’era stata amputata la gamba… Quando vedo che gli altri soffrono, provo dolore alla gamba”. Il figlio Andrej, nei film – Stalker su tutti – cita spesso le poesie del padre. “Mi pare d’essere al mondo da mille anni, e sono terribilmente stufo di me stesso… mi è difficile stare con me stesso… ma io credo nell’immortalità dell’anima”. Il poeta è millenario – porta tutti i dolori, ma non riesce a sopportarsi. Che l’anima sfolgori nell’immortalità è bello pensarlo. (d.b.)

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L’anima, accesasi in volo,
non fu vista nella stanza bianca
in cui tra dita di streghe misericordiose
si scaldava dolcemente il corpo del bambino.

Alla vigilia sul giardino era caduta la pioggia,
e la terra non s’era ancora asciugata:
a giugno vi furono così tanti lillà
che la lucentezza del mondo si fece turchina,

e a luglio, ad agosto, vi fu
alle tre finestre una luce tale, un colore
tale sgorgò a fontana nel cielo
fino al termine di quell’estate primordiale,
che anche nell’oltretomba la mia sorte
si scalda, come al suolo, al giorno della creazione.

Arsenij Tarkovskij