“La Via è vuota, nonostante l’uso non si riempie mai”: ingresso nel Tao cantando

Posted on Marzo 14, 2020, 8:14 am
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Ogni traduzione del Tao è un sasso nello stagno. È schiamazzo di fango, chiacchiera che non sfinisce le canne, inattuale alle gazze. Eppure, i cerchi provocati dal sasso continuano a corrompere il testo. Per la sua natura elusiva, invasiva, il Tao chiede di essere tradito. D’altronde, nell’esperienza spirituale, la parola, l’aforisma, l’apoftegma, la poesia è un sasso in faccia: deve costringere all’azione – o all’inazione – comunque al gesto. Tao non crede alle interpretazioni, cede all’ispirazione.

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Ho comprato il Tao Te Ching molti anni fa, in una libreria di fronte al Lago Maggiore, a Intra. Si chiamava Margaroli ed era un rifugio per chi alternava la letteratura al bosco – oggi, al suo posto, c’è un Libraccio. Copertina verde, sottotitolo affascinante (“Il Libro della Via e della Virtù”), qualche carattere cinese a convalidare l’enigma. L’edizione era quella Adelphi, curata dal sinologo olandese J.J.L. Duyvendak. Mi conquistava, appunto, l’incomprensibile, una lingua che sembrava rivelare il segreto del mondo, eppure era sfuggente, mobile, ineffabile. Cominciai a leggere in un giorno di pioggia furiosa, d’agosto, quelle che danno al bosco un odore quadrupede, un impero. La casa dove abitavo allora stava a strapiombo su un fiume. Da lì, leggendo, il fiume mi pareva la lingua di un predicatore, ossidata in argento.

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Come è norma, dell’autore del Tao Te Ching, Laozi, non si sa nulla. Egli si nasconde tra gli ideogrammi che ha impilato ad arte: appena lo vedi, scompare; occorre raffinare il gioco d’ombre. Tao è una raccolta di 81 poesie: precetti che appena li assumi, si autodistruggono. Tao non è norma, ma eserciziario per varcare ogni norma. La sola via è assecondare la natura delle cose, ma appena ragioni intorno alla natura delle cose fallisci. Per questo, il monaco taoista è preso dai più per pazzo, forse è un santo, magari è un mago, dovrebbe essere un ingenuo. I precipizi delle montagne cinesi, dove i monaci taoisti sostano come punti di giunzione tra cielo e terra, non hanno niente in comune con Gerusalemme (ortoprassi per scalare la china di Dio), Atene (la ragione) e Roma (giustificazione; legge del cuore). La pratica, che in alcuni casi può essere d’orientamento simile, non comporta altra vita che questa; lo scopo non è capire l’evidenza o evadere dall’evidente, è abitare l’altrove.

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“La Via è vuota; nonostante l’uso non si riempie mai./ Quanto è insondabile, come l’antenata dei diecimila esseri!/ Quanto è profonda, come permanesse sempre!”. Il ricordo di quella lettura è vivido perché la poesia non riguarda il registro delle proprie aspirazioni sentimentali, non è un ‘quadro’, la sagace raffigurazione di un’immagine. La poesia sprofonda negli indicibili, nella cantina della pupilla, è una frattura nel linguaggio, una ascesi verso il basso, un punto di contraddizione. In alcuni passi, la traduzione di Duyvendak mi ricordava Thomas S. Eliot:

Ciò che è piegato diventa intero.
Ciò che è tortuoso diventa diritto.
Ciò che è vuoto diventa pieno.
Ciò che è consumato diventa nuovo.
Colui che possiede poco acquista.
Colui che possiede molto è indotto in errore.
Perciò il Santo si aggrappa all’unità e ne fa la misura dell’Impero.
Egli non si esibisce, e perciò risplende.
Egli non si afferma, e perciò si manifesta.
Egli non si vanta, e perciò riesce.
Egli non si gloria, e perciò diventa il capo.

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Secondo la tradizione, Laozi appare dal nulla, “simile a un drago”, sillaba il Tao in un attimo, poi svanisce, “nessuno sa dove sia andato a finire i suoi giorni”. Lo storico Sima Qian dice che “si sforzò di cancellare ogni traccia personale di sé”. Si vive per annientare il ricordo residuo di noi, per restare poco meno di un nome, il riflesso su uno specchio, un lampo, niente.

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Fu Guglielmo Evans, nel 1905, per i F.lli Bocca, a tradurre per la prima volta in Italia Lao Tse. Nel 1923, Carabba pubblicò Il libro della via e della virtù nella versione di Julius Evola, che nel Tao vedeva l’espressione di un individualismo sagace (“L’uomo deve superarsi, deve farsi Perfetto ossia Individuo Assoluto, perché allora troverà in se stesso gli elementi per cui potrà stabilirsi una reale conoscenza; conoscenza che non sarà più un che di estrinseco, come nella scienza della discorsività umana, ma sarà vita di Gnosi, perché non esprimerà altro che la coscienza stessa del Perfetto che è tutt’uno colla radice d’ogni reale”) e la profezia di una prassi estetica, dadaista. Le traduzioni più interessanti, oggi, sono quella di Attilio Andreini per Einaudi (Laozi, 2004; Daodejing, 2018) e di Augusto Shantena Sabbadini per Feltrinelli (Tao Te Ching, 2011).

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Mi è capitato di tradurre il Tao levigando il linguaggio italiano, mettendo candele, dita d’angelo, cioè, moltiplicando le ombre. Non ho inteso spiegare l’inspiegabile, ma approfondire le oscurità: porre sfere nere nel pagliaio di tenebra. Come ogni tuffo carpiato nel verbo, l’alfabeto ti si ritorce contro in vipere: si rischia perché sia splendido il veleno. Questo, ad esempio, è parte del canto 64, per me:

Afferri
chi è fermo

affronti
l’affine

il fragile
si rompe

il minimo
si smarrisce

cura l’incurante
dai alfabeto al caos

l’albero nasce
da un filo

la torre da un
cubo di terra

la traversata
sorge da un passo

chi agisce
distrugge

chi prende perde

Così lo rende Sabbadini:

Ciò che è a riposo è facile da afferrare,
ciò che ancora non si manifesta è facile da gestire,
ciò che è fragile è facile da rompere,
ciò che è sottile è facile da disperdere.
Occupati delle cose mentre non sono ancora presenti,
coordina le cose mentre non sono ancora in disordine.
Un albero che puoi appena abbracciare
nasce da un germoglio sottile come un capello.
Una torre di nove piani
comincia con un mucchietto di terra.
Un viaggio di mille miglia
comincia con il terreno sotto i tuoi piedi.

Chi agisce rovina le cose, chi le afferra le perde.

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Né possesso del mondo né fuga dal mondo, ma incanto. Mi possiede ancora l’immagine del monaco che salta per i monti, obbedendo al canto, privo di tutto perché ha tutto. (d.b.)

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15

Profondi enigmatici oscuri
con i maestri antichi
è impossibile la familiarità

l’interiore è introvabile:
di loro puoi dire l’atto

guardinghi
come chi sibila sul fiume al gelo

pronti
come chi teme l’atteso

solenni
come l’ospite

molteplici
come ghiaccio che lacrima

esatti
come un cubo di legno

vuoti
come un covo nella valle

indescrivibili
come acque aggrovigliate di fango

perché il torbido si stabilizza?
quiete annuncia limpidezza

perché la quiete permane?
ciò che turba la tonifica

chi si orienta a questo Tao
non si risolve – non vuole soluzioni
egli è – non deve concludersi