Tanti auguri Giovanni! In ricordo di Nadiani: “quella impresa, folle, di tradurre il dialetto di Romagna in spagnolo…”

Posted on marzo 09, 2018, 10:56 am
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Solo i poeti, che intingono la lingua nell’impossibile, pronunciano le grandi imprese. Giovanni Nadiani è stato tra i ‘rivoluzionari’ della cultura in uno specifica fetta di mondo, la Romagna. Nato nei pressi di Cotignola, città di maestri d’arme – da laggiù, negli inferi romagnoli, scocca la dinastia degli Sforza, poi gran duchi di Milano – dove la follia è maneggio quotidiano, fondatore di riviste (l’indimenticabile Tratti), traduttore di genio – dal tedesco – Nadiani è stato soprattutto poeta, e poeta tra i grandi. Non un poeta recluso nella trina di cristallo del proprio ego. Poeta dialettale. Poeta ‘pop’. Poeta dalla vertigine canora. I suoi spettacoli di cabaret, il suo jazz poetico sono, a dire di chi lo ha conosciuto da vicino, esperienze degne di leggenda. Poeta che fa pensare e si fa cantare (studiatelo a partire da qui), domenica prossima, 11 marzo, compirebbe 64 anni, ahinoi, ci ha lasciato due anni fa. La Bottega Bertaccini di Faenza lo ricorda, proprio domenica, ore 17,30, con una Festa per il compleanno di Giovanni Nadiani. Ué guaglio’ / Ció burdël. Già. Nadiani, traghettatore di linguaggi, che oscilla tra romagnolo – la lingua amata, in cui sbalzava i suoi versi – e il napoletano, lingua sviscerata, viscerale. Autore di libri importanti come Tir (1994), Ferae (1999), Beyond the Romagna Sky (2000), che vanno custoditi dai tentativi di oblio di un tempo bastardo per i poeti, quelli veri, Nadiani si è gettato in una impresa linguistica assoluta. Tradurre Invel, lavoro del 1997, in spagnolo. Transitare la lingua di Romagna, il romagnolo di quella specifica porzione di Romagna, in quella di Spagna. Impresa che affascina il filologo, il dissezionatore di verbi, ma che pare inaudita, mission impossible, come tradurre il ferro in oro. Beh. Nadiani, il poeta per cui la lingua era un aquilone, ce l’ha fatta. Insieme a Mercedes Ariza, brillante traduttrice, donna di Buenos Aires trapiantata a Forlì, nel 2010 compie l’impresa: Invel viene pubblicato da Baile del Sol, editore con sede alle Canarie, come Ningún sitio. Un successo. Favorito, anche, dall’amicizia con Davis Castillo, formidabile scrittore di Barcellona. Per ricordare Nadiani, uno che surfava tra i linguaggi, ci è parso giusto ricostruire la storia di questa traduzione, l’avventura di radicare la Romagna alle Canarie, intervistando Mercedes Ariza.

Intanto. Come hai conosciuto Giovanni Nadiani, che ricordo hai di lui?

invelTi dico subito che non sarà per nulla facile parlare di Giovanni ma ci proverò. Mi manca moltissimo, se n’è andato troppo presto. Lui, poeta, scrittore, traduttore, musicista, acuto osservatore della realtà e un gran amante della sua terra, la Romagna, aveva un’ironia devastante ed era sempre pronto a condividere qualcosa con quelli che avevano qualcosa da condividere con lui. L’ho conosciuto alla Scuola per Interpreti e Traduttori di Forlì (Università di Bologna), dove lavoravamo entrambi, lui nell’area germanistica, io in quella ispanica. Ci siamo incrociati per la prima volta in occasione delle prove degli spettacoli organizzati nell’ambito del Teatro universitario promosso dal Centro di Studi Teatrali dell’Università di Bologna (sede di Forlì). Che ricordo ho di lui? Tanti, a dir la verità, ma il più bello è forse quello legato a una lettura di poesie che abbiamo fatto insieme in terre faentine, mentre sua figlia e sua moglie deliziavano tutti con la magia dei loro violini…

Cosa ti ha colpito della sua poesia e in genere della sua poliedrica attività editoriale?

Intanto la sua poesia parla all’uomo moderno, a tutti noi, e lo fa a viso scoperto, sottolineando il degrado e le immani contraddizioni del nostro presente globalizzato, della nostra realtà disumanizzata. I protagonisti vagano senza meta, in piena notte, tra i cartelloni pubblicitari dei parcheggi e “elbar malêdi maldèti /muribondi a spargujê sol dla pioma” (árboles enfermos, malditos,/ moribundos que sólo desparraman sus plumas) [Invel/Ningún sitio]. La poesia di Nadiani ci sottomette a una dolorosa radiografia del nostro presente: la desolazione umana socchiusa nei “carel cun e’ ruset/ pin d’roba ch’pasa” (los carritos con pintalabios/ que pasan atiborrados) [Ponteggi/Andamios] e la miseria della solitudine (“l’altoparlante cun i fil stech/ l’è un pez ch’u n’dà la tú a la zent”) (la megafonía con los cables desconectados/ hace una eternidad que no llama a la gente) e dell’abbandono (“la pulaca d’cvarânt’én/ cun i cavel ad stopa/ ch’la cheica Gianì ins la caruzëla/ e ch’la i pules e’ cul in negar/ la n’saluta incion”) (la polaca de cuarenta tacos/ con el pelo rubio platino/ que empuja a Gianì en su silla de ruedas/ y le limpia el culo ilegalmente/ no saluda a nadie). In quanto poi alla poliedricità della sua attività editoriale, chissà quante storie, idee e progetti restano ancora in sospeso in varie parti del mondo in attesa di essere portati a termine. Un lascito incommensurabile.

Vorrei ragionare con te su una impresa della traduzione, così mi pare. Tu hai tradotto le poesie romagnole di Nadiani in spagnolo. Intanto, come è nata questa idea ‘folle’? E poi: come è stato possibile tradurre il dialetto in una altra lingua? Quali espedienti linguistici, intendo, hai usato?

Giovanni Nadiani-

Mercedes Ariza legge le poesie di Giovanni Nadiani (sullo sfondo)

L’idea folle, come ben dici, è stata di Giovanni e di chi poteva essere altrimenti? Ricordo bene: mi fermò per la strada, in pieno Corso Diaz a Forlì, e mi disse senza esitare: “Mercè, ma perché non traduci le mie poesie in spagnolo?” Io, ammutolita, risposi: Perché no? E da lì nacque una bellissima amicizia oltre a una proficua collaborazione professionale. Devo tanto a Giovanni, alla sua immensa generosità e sensibilità. Tornando al dialetto romagnolo delle poesie, per me, è stato come tornare alle origini e sintonizzare le frequenze della mia infanzia: nata e cresciuta a Buenos Aires, ho sempre vissuto immersa in quel multilinguismo tanto caro a Giovanni. Mia nonna materna era giunta in Argentina coi suoi genitori (marchigiani) negli anni Venti del secolo scorso per iniziare una nuova vita oltre oceano: traducendo le poesie di Giovanni ho riconosciuto suoni, sapori e colori legati al mio passato. Ed è proprio stato il mio passato (linguistico e non) ad indicarmi la via: la poesia come ritorno all’infanzia, ai suoni primigeni, a quella parte di noi che sembra assopita ma è sempre vigile. C’è da dire poi che abito in Italia da trent’anni ormai e precisamente in Emilia Romagna, ragion per cui forse è stato più facile sintonizzare la frequenza giusta… Ma devo aggiungere un’altra cosa: il dialetto di Giovanni non è mai puro, come amava dire anche lui. Infatti, oggi il dialetto è contaminato dall’italiano e da altre lingue tra cui l’inglese e il tedesco come si legge in La scuola dell’indifferenza: “nichts/ niente/ gnît/ gnît/ intavané/ ingavagné ’t e’ gnît” (nichts/ niente/ nada/ atolondrados/ enmarañados en la nada) o in Scorar: “…mo cum a scorla mai la cinesa d’vent én/ ch’l’impines e’ scartoz dl’dl’Happy Meal/ a e’ McDrive d’Furlè” (…pero cómo hablará la china de veinte tacos/ que llena las bolsas del Happy Meal/ en el McDrive de Forlì). Vedi, in questi casi concreti, ho mantenuto quelle contaminazioni linguistiche del testo originale anche nel testo tradotto. Inoltre disponevo di una traduzione in italiano (fatta da Giovanni stesso) e non ti puoi neanche immaginare gli interi pomeriggi trascorsi nello studio di Corso Diaz ad ascoltare la lettura ad alta voce di Giovanni… Un grande dono che lui ha fatto a me. E gliene sarò sempre grata.

Un poeta romagnolo in spagnolo… era felice di questa impresa Nadiani?

Ne era davvero orgoglioso soprattutto se pensi alle difficoltà che ci sono state nel trovare una casa editrice sensibile e disposta a pubblicare la traduzione. Devo dire però che questa idea folle non si sarebbe mai concretizzata senza l’aiuto di un altro grande poeta; David Castillo ha curato la revisione critica dei testi, arricchendoli del suo genio artistico. E una piccola curiosità: esiste un’altra versione tradotta e scritta in lunfardo bonaerense, nel caso in cui tu sapessi di qualche dotto interessato…

A tuo avviso, cosa resta del carattere ‘poetico’ di Nadiani, oggi, a noi?

Credo che Giovanni abbia lasciato la sua impronta e non solo poetica in ciascuno di noi. La sua sensibilità come uomo di cultura e poeta non ci lascia indifferenti ma, anzi, ci spinge a difendere le nostre radici linguistiche e a perseguire il rispetto delle diversità. Ti proporrei alcuni versi di Invel, dove il protagonista ha perso la rotta e vaga come un nomade-malato terminale tra i campi avvelenati e le fibre ottiche sotterranee, incapace di intercettare i gemiti di dolore-ribellione lanciati dal mondo tutto attorno: “cavês la pioma /d’int agl’urec d’cal cvatar bdol /malêdi e stêr a sintir i gnech e’ lâns /insclì di póst d’asfélt sfrisé dal gom…” (sácate de las orejas /la pluma de esos cuatro abedules /enfermos y escuchemos los quejidos los jadeos /del asfalto desgarrado por los neumáticos…).

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arrivi/arrivals/ankünfte/llegadas

…un étar mes? e chi ch’al sa?
chi ch’a t’darà la mân cvând che t’arivarè a là?
a i sràl incion ad aiutêt a purtê al valis
ch’u t’pagarà un cafè cuntendat i fet
d’cvél ch’t’e’ pers andend ’t un étar pöst?
o a t’camandarai sól e’ pasaport ch’i t’a rubê?

(pugêr al dida sora cla mân ch’la ’speta
sfarghêr e’ nes cun un bes e anghês ’t e’ verd
d’oc s-cilurb respirê da vsen drì da j ucel da sól
e’ ridar de’ Colgate con l’alito sicuro…)

…e ind’arivaret mo indóv?
a i sràl di legh e dal furest coma in Svezia
(u j è al zinzel parò) a sràl una spezi
d’Marlboro Country cun i canyon
e i Mulini Bianchi o a sràl un pöst
coma Reda o Fös Géra

che se nench i n’i fos u n’s’n’adareb incion
parchè s’t’i pens ben u n’è forsi un miracul
che in d’i post acsè u i stega di s-cen
ch’i s’toca al mân ch’i s’gverda int j oc ch’i s’dà la
vos…
…e s’un fos gnânch acsè e t’a n’arives invel?

 

arrivi/arrivals/ankünfte/llegadas

¿… un mes más? ¿y quién lo sabe?
¿quién te dará la mano cuando llegues allí?
¿habrá alguien que te ayude a llevar las maletas,
que te invite a un café y que te cuente todo lo que
pasó lo que te perdiste yéndote a otro lugar?
¿o solo te pedirán el pasaporte que te robaron?

(apoyar tus dedos sobre esa mano que espera
acariciar la nariz con un beso ahogarte en el verde de
sus ojos estrábicos respirar desde cerca por tus gafas de sol
la sonrisa Colgate al mal aliento combate …)

¿… y adónde llegarás entonces?
habrá lagos o bosques como en Suecia
(cuidado que habrá mosquitos) será una especie
de Marlboro Country con barrancos
y un parque temàtico o será un lugar
como Reda o Fosso Ghiaia
que incluso si no existieran nadie se daría cuenta
porque si lo piensas bien ¿no es un milagro que
en lugares como estos viva gente
que se toca las manos que se mira a los ojos que se
dirige la palabra…?
… ¿y si no fuera así y no llegaras a ningún sitio?

*

Condannati a trovare il senso di nostri giorni
in quel saluto
in quella carezza
in quel bacio
dati da noi
così
senza quasi accorgercene
a chi ci ha incontrati per il mondo….