Tanti auguri a Roger Nimier! Si schiantò con un bolide, era amico di Céline, fu ussaro e dandy. Troppo complesso per l’editoria italiana, traduciamo un brano di “Perfide”

Posted on ottobre 31, 2018, 10:21 am
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Autostrada de l’Ouest appena fuori Parigi. Notte tra il 28 e il 29 settembre del 1962. Una piccola Aston-Martin sportiva viaggia veloce verso l’Eure. A bordo, due romanzieri, Roger Nimier e Sunsiaré de Larcône. Forse alla guida c’è la donna, autrice di un unico romanzo, La Messagère. Forse a piedi nudi come era solita fare Sagan, illesa di un grave incidente.

Dopo essersi vista rifiutare la pubblicazione di alcune poesie, di un racconto e un romanzo, L’Etrangère, presentandosi a Gaston Gallimard col manoscritto di quella che diventerà la sua prima opera edita, Le spade, pare che Nimier, grande amante dei bolidi oltre che dei libri, delle sbronze e delle donne, abbia detto: “Vengo per scambiare inchiostro con benzina”…

Così, quando anni dopo lo scrittore, che non disdegnava le Peugeut Barlmat, le Jaguar e le Delahaye, si potrà permettere la sua bella Aston-Martin, la ribattezzerà Gaston-Martin.

Sarà a bordo di quella vettura che Nimier troverà la morte, avvolto dalle lamiere. Un suicidio? È possibile… Alexandre Astruc, il famoso critico cinematografico, non è d’accordo.

“Ho visto troppi dei miei amici ammazzarsi in auto […]. Bastava trascorrere un’ora in compagnia di Roger Nimier per sapere a colpo sicuro che quella testona da bretone ostinato, col suo sorriso un po’ sguaiato su denti storti, guidava solo pensieri di tenerezza, di calore, di affezione…”, dirà l’amico di Jean-Paul Sartre, e Antoine Blondin gli farà eco.

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Nato come Pierre Drieu La Rochelle nel XVIIe arrondissement, il 31 ottobre del 1925, convinto che il declino inizi a quindici anni – da sempre gran lettore – una laurea in filosofia – ussaro a fine guerra – alla morte ne aveva poco meno di trentasette, e in corso una grande carriera d’autore e critico che dava “alla letteratura un’allure da bambino viziato”, come ha scritto Olivier Frébourg nella sua piccola, deliziosa biografia sottotitolata Trafiquant d’insolence.

Uno scrittore “leggero, disinvolto, brillante, insolente, disperato, elegante”, Frébourg snocciola gli epiteti ricevuti in vita, e che pubblicò giovanissimo quattro romanzi in due anni, sette libri in cinque anni, per poi tacere, come autore puro, per quasi una decade, ma diventando nel mentre redattore capo delle riviste Opéra, Nouveau Femina e La Table ronde, creata da François Mauriac, critico per altre ancora, e direttore della collezione Gallimard “L’Air du temps”.

In quella fase legge come sempre moltissimo, rispolverando La Rochefoucauld, madame de La Fayette, Tallemeant de Réaux, Saint-Simon, Constant, Chamfort, Balzac, Joubert e tra i pochi stranieri i più grand i modernisti anglofoni, T. S. Eliot, James Joyce, William Faulkner e Lawrence Durrell, poeta, romanziere, autore de Il quartetto di Alessandria, reagendo con delle critiche a un tempo classica e moderna alla mo da delle analisi di strutturalisti e i universitari.

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Giusto prima di morire, riuscì tuttavia a portare a termine il suo ultimo romanzo, D’Artagnan innamorato, prequel apocrifo ai capolavori di Dumas, che, dopo gli ultimi due capitoli scritti di suo pugno e non da Blondin come si è sussurrato, si chiude con una frase profetica per una vita sempre in relazione ai libri: “Non ci sono che le strade per calmare la vita”…

Il rispecchiamento e dinamizzazione della vita nella letteratura e viceversa, fu la dinamica che sempre contraddistinse lo stile di Nimier, sovente attore di un ruolo di ragazzaccio frivolo, disinvolto e provocatore, poseur con arie da pigro e disimpegnato, di sicuro mondano (ne dà conto pure Curzio Malaparte, che molto lo apprezzò, nel suo Diari o di uno straniero a Parigi), di corporatura robusta e gran bevitore di side-cars, poco sorridente nelle foto in cui ha sempre l’aria annoiata e triste o in posa accanto a una Rolls-Royce, in realtà quella vettura non l’ha mai posseduta ed eccentrico lo era sì ma senza eccessi, sempre puntuale, collezionista di francobolli (ebbene sì, furono il suo mezzo di sussistenza prima del grande successo, lui che spendeva tutto in libri), timido e attento alla sua reputazione, elegantissimo ma del tutto ostile agli snob della società parigina e infatti pronto a presentarsi a una serata in divisa militare e a urinare, negli appartamenti di qualche ricca signora, su un pianoforte che nel XIX secolo era stato suonato da Listz, eppure fragile, dalla salute cagionevole (continue influenze che da piccolo, stando a casa da scuola, gli diedero il tempo per leggere e vivere), sposato e certo marito non facile, con due figli (Marie, che a sua volta diventerà una nota scrittrice, a cinque anni vergò un racconto sul padre morto), infedele alla moglie ma amico fidato (nella sua cerchia, piccola e selezionata, ci fu spazio per ben poche donne, tra cui Geneviève Dormann), gran lavoratore (più che altro di notte, sicché il titolo del volume di critiche letterarie Journées de lecture è fuorviante), molto sportivo (il rugby in prima battuta, ulteriore occasione per sbronze colossali), piuttosto dandy (sebbene, poco prezioso, del dandismo sostanzialmente se ne fregò), e in questo erede proprio di Drieu, che fu d’altronde uno dei suoi autori più amati assieme a Dumas, Retz, Stendhal e, per quanto riguarda il XX secolo, Aymé, Chardonne (di cui vanno ricordate tanto la fitta corrispondenza col più giovane collega, edita da Gallimard, quanto le Lettres à Roger Nimier, epistole mai spedite e che questi lesse dunque solo una volta pubblicate), Malraux, Montherlant e Morand (con cui pure intrattenne uno scambio epistolare edito da Gallimard).

E Frébourg ne tratteggia il vestiario: “Nimier non coltivò le maniere di un dandy alla Brummell. Fu un adepto dello stile moschettiere, un genere tanchant. Invitato dalle più belle padrone di casa della capitale, Nimier non si piegò alle esigenze della vita parigina. Non si curava affatto della sua tenuta vestiaria, portava cravatte di maglia, maglioni a collo alto, a volte dei gemelli, raramente lo smoking. Nulla valeva, secondo lui, una vecchia mimetica militare”.

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D’Artagnan innamorato è, come gli altri romanzi di Nimier editi in italiano ma da decenni non più ristampati, un libro Longanesi, mentre L’ussaro blu, è appena uscito per Théoria nella collana diretta da Andrea Caterini, dopo che Alessandro Gnocchi ha rilanciato l’interesse per questo autore, nelle desolate lande italiche, sulle pagine culturali del Giornale, sottolineando come altre due opere chiave come Le Grand d’Espagne e Perfide siano ancora intradotti.

L’ussaro blu è il titolo che involontariamente il nome, coniato da un critico del giro sartriano ergo totalitario, Bernard Frank, per un gruppo di scrittori francesi (lo stesso Blondin, Jacques Laurent e Michel Déon, i quali né mai si erano riuniti né furono in rapporti sempre eccellenti), sostanzialmente tacciandoli di fascismo innanzitutto perché dotati, come un altro reac’ anarcoide, Montherlant, di un grande stile (“Come tutti i fascisti, gli ussari detestano la discussione. Si dilettano con la frase breve, di cui si credono gli inventori”), e i quali andarono più che altro a riempire il vuoto creato a destra (fino ad allora maggioranza, e per distacco, nelle lettere d’Oltralpe) alla fine della Seconda Guerra mondiale per via dei molti autori suicidi, epurati, esiliati e fucilati, da Drieu a Brasillach, da Morand a Paulhan.

Il misero Frank deve aver confuso l’autore e il suo personaggio de L’ussaro blu e già de Le spade, François Sanders, che affermava di esserlo, “sebbene sia barocco e faticoso”.

Ora, Nimier era troppo cattolico, complesso e (se ci si passa il termine vago logorato dalle poetesse a pagamento) profondo per esser fascista, troppo politicamente barocco e ambiguo, (e disilluso dai moti di destrasinistra di prima della guerra che tanto fecero sognare Drieu, che della destrasinistra fu, dopo i proudhonisti, almeno dal punto di vista pretta mente teorico, l’incarnazione), troppo maurrassiano e pure anarchico e pure monarchico e financo gollista…

Non per cadere in una svista analoga a quella di Frank, ma ne L’Étrangère si trova scritto: “Non leggevo che due giornali, scelto perché non uscivano che ogni quindici giorni: uno monarchico, l’altro anarchico. Dicevano più o meno la stessa cosa.”

Per evitare di farsi abbagliare dalla citazione romanzesca, pure in questo caso illuminante: “Amante dell’ordine in un’epoca in cui il concetto di autorità è diventato comico, è condannato a essere un ribelle”, è il più sintetico ritratto di Nimier per quanto concerne il suo pensiero politico e in larga parte esistenziale, tratteggiato da Gnocchi, il quale non a caso sottolinea come questo figlio della grande Action française dopo la guerra sostenne e pure ammirò De Gaulle, che il presunto fascista, certo ammiratore di Drieu, acclamò assieme alla folla sugli Champs-Elysées a fine anni Cinquanta perché in De Gaulle vedeva “l’uomo d’ordine” da cui fu però infine deluso allorché il generale concesse l’indipendenza agli algerini, da cui un ancor maggiore avvicinamento ai reazionari monarchici, ma non fascisti.

E fascista Nimier non poteva esserlo perché, come ha spiegato lo scrittore, critico e giornalista Christian Millau, di cui l’autore di Perfide fu testimone di nozze, non mancando di evidenziarne il misto di tenerezza e fierezza, timidezza e oscenità verbale: “Roger non sarà mai dalla parte dei vincitori, ma sempre dei perdenti. Porta in sé il gusto del fallimento, e il fallimento è la sua nobiltà”, un po’ come il vichista (forse quasi suo malgrado) Drieu in Francia e il fascista (invece del tutto convinto) Buscaroli in Italia e, ma con tutti i dovuti distinguo, e per primo quello che bisogna stamparsi in mente, ovvero che Nimier non era fascista.

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NimierLa sua complessità di pensiero, pari a quella di Drieu ma da molti punti di vista differente, la si ritrova ne Le Grand d’Espagne, saggio densissimo, costituito da serie di sette lettere e alcuni articoli, tra cui uno sul cinematografo, in cui sceglie di farsi epigono di Georges Bernanos, rivolgendoglisi in modo diretto per affrontare il tema, questo sì comune a Misura della Francia di Drieu, della decadenza del loro paese, dunque un altro conservatore anarcoide e cattolico, schierato come lui più col fronte “provincialista” (Proust, Mauriac) che con quello “metropolitano” (Aragon, Morand), perché si sente un uomo de l’Ouest, come Chateaubriand, Barbey d’Aurevilly e lo stesso Drieu, un moderno chouan vandeano, legittimista e liberale, cattolico e monarchico, anticomunista e antisartriano e antiprogressista.

Non sorprenderà dunque la sepoltura nel villaggio dei nonni paterni a Saint-Brieuc, dipartimento delle Côtes-d’Armor, sul golfo di Saint-Malo. Non sorprenderà la conoscenza con Guido Piovene. Ma sorprenderà invece quella con Alberto Moravia.

L’idea che Nimier espone ne Le Grand d’Espagne non è quella della costruzione di un fascismo socialista europeo, internazionalista o meglio continentale, come quella che sta alla base di Misura della Francia di Drieu, e il punto di riferimento è sempre e soltanto “l’esagono”, con il suo spirito profondo, provinciale e ancora coloniale (deluso da De Gaulle, firmerà con Blondin e Michel de Saint-Pierre, scrittore, ex operaio, ex marinaio, cugino e assiduo corrispondente di Montherlant, un manifesto in opposizione a quello “dei 121”), dunque “la frivolezza, la discrezione, il pudore, la deboscia, e un po’ di vecchiaia senza eccessi”.

Lo spirito è quello moschettiere del capolavoro romanzesco di Dumas, e alla sua grande ossessione sin da ragazzo, diventare scrittore, si va ad aggiungere quella di essere anticonformista e, per dirla con Frébourg, “reagire contro l’esistenzialismo, il romanzo impegnato, la pesantezza”, ovvero ciò che l’epoca impone sotto il dispotismo culturale di Sartre, il simpatizzante di Stalin, optando quindi un tono neoclassico già in parte recuperato da Drieu ma con temi decisamente provocatori in cui viene fuori tutto il suo essere un “uomo coperto di donne” (di nuovo come Drieu), tra le quali si può annoverare l’attrice Jeanne Moreau, un sognatore stendhaliano (Fabrice del Dongo) della vita militare (ancora come Drieu), ma che non avrà occasione di vivere l’azione, che lo ossessiona quanto la morte (ancora come Drieu), tema cardinale pure di André Malraux e di un altro collega e amico, Louis-Ferdinand Céline.

Di Céline l’autore de Le spade divenne amico per tramite di Marcel Aymé, col quale era solito andarlo a trovare ogni domenica a Méudon, nel suo esilio fuori Parigi, mentre la consorte di Nimier, Nadine, prese a seguire i corsi di ginnastica e danza di Lucette, la moglie del dottor Destouches. Questi apprezzava tanto lo stile quanto le auto del più giovane collega, il quale, una volta consigliere editoriale di Gallimard (ufficio non lontano da quello di Albert Camus, con cui mai parlò, spinse per la pubblicazione di due dei tre ultimi romanzi del maestro, Da un castello all’altro e Nord. Tre giorni prima di morire, Céline scriverà le sue due ultime lettere, una a Gallimard, l’altra a Nimier.

Diversamente da Drieu e Céline, il futuro ussaro della letteratura francese, che sperava di poter trovare una morte più o meno eroica sotto le armi, non poté vivere il fronte, le trincee, la vera vita del soldato sperimentata dagli autori de La commedia di Charleroi e di Voyage au bout de la nuit

Nulla da fare, Nimier raggiunse il corpo (appunto gli Hussards) cui era destinato in quel di Tarbes, due passi da Lourdes, ai piedi dei Pirenei, nel marzo del 1945, tre mesi, nessun evento, nessuna gloria, soltanto la lettura di Pascal (di nuovo come Drieu) a ben seicento chilometri dal fronte…

A dire il vero il servizio sotto le armi lo temeva, non nutriva alcun tipo d’illusione riguardo quel genere di vita, ne ha letto a sufficienza per non cadere nel tranello, e anzi ne Le spade, mentre spara contro tutti, nazisti, fascisti e antifascisti, in fondo lo ridicolizzerà, e con esso tutto il romanticismo ottocentesco-stendhaliano, ma, colpo di genio, lo farà stilizzando un neo-romanticismo cinico, insolente, giocoso, a tratti ironico, a tratti brutale, che farà capolino in tutte le opere successive. Eppure, ussaro è diventato, e tale resterà tutta la vita. E la guerra-leggenda sarà mito-invenzione letteraria. Da allora in poi sempre trasporterà i suoi libri in una sacca da ufficiale, e (sotto lo stendardo di Bernanos e Rebatet, di Drieu e Montherlant), la belligeranza nella pagina scritta, poco interessato ai premi letterari, che come molti altri grandi nomi del periodo non ottenne, se non per i soldi.

“Né Drieu, né lei né Montherlant, né Mauriac ne hanno ricevuto uno. È un segno. L’unico vantaggio sarebbe di comprarmi un’automobile da corsa (300 km all’ora) che mi permetterebbe di ammazzarmi: la cosa mi darebbe quel lato umano e toccante che mi manca prodigiosamente, se si dà retta ai critici”, si legge nella sua corrispondenza con Jacques Chardonne…

“Troppa letteratura nel sangue, troppo amore per il Grand Siècle, troppa speranza in un secolo così piccolo. Questa la figura di Nimier nelle parole di Jean-Marc Parisis su Le Figaro, per i cinquant’anni dalla sua morte…

“[N]on è lo scrittore maggiore della seconda metà del XX secolo. Questa qualità merita che ci s’interessi a lui”. Questo lo sprone di Frébourg affinché si torni a interessarsi di questo maestro di stile letterario e non soltanto.

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Riscoperto L’ussaro blu, tra i romanzi è Perfide il titolo che è necessario tradurre, opera filosofica, umoristica, libertina, che, come ha scritto Gnocchi, “percorre con originalità la strada del romanzo politico-satirico”, e fa il paio con film come Zero in condotta di Jean Vigo e I quattrocento colpi di François Truffaut (perché a dirla tutta Nimier ha pure dato il là alla Nouvelle Vague) riformulando il burlesque rimbaudiano e céliniano (e mediante la lezione di Céline ha risalito la china fino a Rabelais); un romanzo male accolto dalla critica coeva – A. D. 1950 – e non più ristampata nemmeno da Gallimard. Gesti, pensieri, parole d’adolescenti. E quelli degli adulti, non dissimili… Una classe o la Camera dei deputati. Per Nimier non c’è molta differenza. Governo, sommosse, sangue, giovinezza… Tutto vi è come una stralunata ricreazione…

I ragazzetti di tredici, quattordici anni, figli di genitori che altro non sono che dei bambinoni, si danno al poker, alle corse, alla deboscia, al sesso con una docente (sì, la letteratura è sempre sul pezzo almeno quanto un presidente) come alla geografia e alle scienze naturali, così recita l’ormai ammuffita quarta di copertina della collezione “Blanche” Gallimard (sì, così recita a eccezione della parentesi sulla modernità del libro) e uno di loro adora il Cardinal de Retz, proprio come Nimier, sognatore di un nuovo rovesciamento dei valori, di un lutto per la decadenza e poi di una rinascita, eppure sempre ironico nella giusta misura.

Basta ricordare il telegramma indirizzato, anonimamente, a Mauriac in morte di André Gide: “Inferno non esiste. Stop. Puoi dissiparti. Stop. Avvisa Claudel. Firmato: Gide”…

 “Ne quid Nimis”, aveva scritto una volta, dando prova di feroce autoironia. Pas trop de Nimier… Non troppo Nimier… Amen… Non troppo, ma nemmeno troppo poco, per favore.

Marco Settimini

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NimierPerfide

Questo romanzo è puramente immaginario. Ogni somiglianza con eventi o personaggi reali sarebbe davvero l’effetto di un colpo di sfortuna.

I

“Lei mi strapperà le orecchie”, dichiarò il signor Lefaux, “mi affonderà un ferro nel seno, mi getterà vivo in un catino di pepe ― ma no, no, lei non riuscirà a farmi dire che Filippo il Bello era un uomo malvagio… Un tantino capriccioso sì, questo glielo concedo, Jouvipare. Scorgo anche cosa c’è in fondo al suo pensiero: lo trova un po’ collerico… Ma non mi spingerò oltre. Che diavolo, Jouvipare, sono due anni che ci conosciamo! Già metteva in giro delle calunnie sul conto dei Greci e dei Romani… Sì, sì, non protesti… Un giorno ha dichiarato pubblicamente che Alcibiade era vanitoso. Ci sono passato sopra. Gli antichi non le andavano a genio, non ci si può forzare. Ma Filippo il Bello, signor Jouvipare, l’avviso solennemente che non la lascerò parlarne male.”

Melba chinò la testa verso il suo vicino:

“Ci troviamo all’Hiroshima. Ci si fa dei soldi. Capisci, hanno della grana. Mio padre li ha mollati. Quando c’è una crisi ministeriale s’innervosisce. E s’innervosisce abbastanza spesso. Perché vedi…

“Fronceville”, urlò il signor Lefaux, arrabbiato, “mi dà sui nervi. La smetta per un minuto di chiacchierare o mi tocca punirla.”

Melba fece una smorfia di sdegno:

“Vedi, fintanto che non parli, è te che vedrà parlare. Sei un bravo ragazzo. Ma hai troppi principi.”

“Fronceville”, ricominciò il signor Lefaux con una voce azzurro cielo bordata di bianco che lasciava fuoriuscire ancor meglio le roche nubi roche borbottanti all’imboccatura della faringe, “Fronceville lei mi prende in giro. Amico mio, è uno spirito malvagio. C’incontreremo di nuovo. I Templari, signori, sono simili, con una sorta di resistenza liberale, e d’altra parte…”

Alla parola “resistenza” molti allievi interruppero i loro giochi e tesero le orecchie, pensando che si stesse per assistere a delle esecuzioni di massa e che, Dio mio, tra le sfide a tris e le fucilate, si potesse oscillare. Il corso di Storia del signor Lefaux si svolgeva interamente in Arcadia. Nella sua bocca la Guerra dei Cent’Anni diventava un’amichevole partita allo schiaffo del soldato, gli Armagnacchi erano delle brutti ceffi e i Borgognoni un poco ritardati, bisognava ammetterlo, ma Giovanna d’Arco, la gentile fanciulla, e san Luigi (un cuore d’oro), Isabella di Baviera, bah, bah, le donne… Gli alunni mal digerivano quel passato troppo zuccheroso. Abituati a vivere in un universo lacerato, in cui si ammazzava senza cerimonie, in cui ognuno ci metteva del suo perché andasse un po’ meglio, quei giovani intelligenti ci soffocavano, in quel mondo pacifico, benigno, colorato, ottuso, liberale, tutto miele e ambrosia, limpido, puro come una serva invidiosa, devoto, servizievole, non ancora col Tour de France ma con una grande invenzione ogni anno, la stampa, il Capo di Buona Speranza, e la polvere da sparo, ammetterete che senza, niente fuochi d’artificio: e senza fuochi d’artificio, niente 14 luglio, niente Repubblica, e senza Repubblica niente istruzione, e ancor meno degli alunni, sarebbero davvero tutti degli sciagurati, costretti a tornare alla vita delle caverne, a uccidere un mammut per dar da mangiare alla propria famiglia, e giusto qualche iscrizione paleolitica la domenica sui muri…

Jouvipare da qualche istante si era rimesso a sedere; quelle storie complicate tendevano a dargli la nausea. Aveva sempre avuto l’impressione che nel corso dei secoli passati non si mangiasse a sufficienza; e quando per caso si trovava qualcosa da mettere sotto i denti il Principe Nero veniva a bloccarvi la digestione. Quel cattivo umore nei riguardi dei nostri antenati, lo dissimulava male: al sovrano più capace aveva sempre da opporre una vecchia carestia.

La campanella suonò come una nidiata di pulcini che passano la loro testa attraverso dei gusci d’uovo. Con sguardo ferito, il professore obbligò gli alunni a risedersi. Poi terminò la sua frase:

“Perché Francesco I, signori, sebbene un po’ spendaccione, era di natura amorevole”.

Roger Nimier