“Per cominciare, spegniamo le luci…”: Tanizaki, maestro di ombre e di desideri indicibili

Posted on Agosto 10, 2019, 6:31 am
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Jun’ichirō Tanizaki ci ha mostrato le diverse tonalità dell’ombra e la ragione per cui lì, al riparo dalla grandine luminosa, dove ogni cosa è se stessa e l’altra parte, dove un viso è contraffatto dall’immaginazione e deterso dal desiderio, nasce la narrativa. In effetti, le parole non mettono in luce, fanno ombra. Ombreggiano – dando più dimensione ai ‘fatti’. Dicono celando, come gli oracoli.

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“V’è, forse, in noi Orientali, un’inclinazione ad accettare i limiti, e le circostanze, della vita. Ci rassegniamo all’ombra, così com’è, e senza repulsione. La luce è fievole? Lasciamo che le tenebre ci inghiottano, e scopriamo la loro beltà. Al contrario, l’Occidentale crede nel progresso, e vuol mutare di stato. È passato dalla candela al petrolio, dal petrolio al gas, dal gas all’elettricità, inseguendo una chiarità che snidasse sin l’ultima particella d’ombra”, scrive Tanizaki in quel bellissimo trattato estetico, Libro d’ombra.

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La questione è contorta, perché l’Occidente non è l’insegna al neon del burgerificio americano. Gli dèi sono ‘meridiani’, Dio appare in uno sfolgorio di luce, è analogo al tuono e al fuoco; però il poeta, Orfeo, deve scendere in Ade – il luogo dove non si vede, le fauci dell’ombra – per deporre il canto nel grembo di Euridice; d’altronde, ci si ripara all’ombra della preghiera, che si pratica in solitudine, in luoghi isolati – la luce si accompagna, spesso, alla folla, alla chiarità del successo – spesso di notte. La preghiera è parola che fiamma nella notte.

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Per altro, l’evidenza di Giotto, l’abbaglio dell’icona, il chiarore del Rinascimento, è rivoluzionato dal pittore, Caravaggio, che pone le ombre al centro del quadro, e una candela, chissà dove. Eppure, è vero, per noi la chiarezza è un valore e dire che un uomo è ‘pieno di ombre’ significa vestirlo di inquietudine. Tuttavia, gli dèi abitano la foresta, sono un gioco di ombre, e il dio parla da un buco, da uno scavo, da uno squarcio: dall’oscuro, la luce della parola. Quando Dio dice a Mosè, in realtà, non si rivela, adombra, si cela dietro il paravento di un nome dai molti significati.

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Tanizaki conclude Libro d’ombra così: “Vorrei che non si spegnesse anche il ricordo del mondo d’ombra che abbiamo lasciato alle spalle; mi piacerebbe abbassare le gronde, offuscare i colori delle pareti, ricacciare nel buio gli oggetti troppo visibili, spogliare di ogni ornamento superfluo quel palazzo chiamato Letteratura. Per cominciare, spegniamo le luci. Poi, si vedrà”. Non la vista ma l’immaginazione è il ‘senso’ della letteratura – ne è il pasto, l’ombra.

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Grave di ombre, l’opera di Tanizaki ha attraversato innumerevoli censure. Racconti come Il tatuaggio e Il demone (scritti da un giovane di rapace precocità, a 25 anni), romanzi come La chiave e Il diario di un vecchio pazzo (scritto da uno sfrenato bimbo ‘maledetto’ di 75 anni) sconcertano per l’oscena semplicità con cui parlano di sesso e di desiderio – il “vecchio pazzo” folle d’amore per la nuora e i suoi candidi piedi, ad esempio. Cliché che la nostra letteratura annacqua nell’estetismo – la donna-demone, il servaggio erotico, l’ossessione per i piedi, la necessità di essere ‘schiacciati’, di marchiare la carne dell’amato – in Tanizaki, allievo di Wilde e di Poe come della frugalità zen, hanno una forza conturbante, perenne. I desideri indicibili sono un parto dell’ombra. La grande letteratura giapponese, che nasce un millennio fa con il Genji Monogatari, per merito di una donna, Murasaki Shikibu, è ostaggio di paraventi, di volti intravisti, di parole mal comprese, di cartigli pieni di poesie (la parola elusiva e sfuggente per antonomasia).

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L’opera di Tanizaki, costantemente tradotta in Italia, torna con i Racconti del crimine a cura di Luisa Bienati (Marsilio, 2019). Non è il lavoro più grande, ma in alcuni racconti – Uno stralcio di un verbale. Dialogo, che è anche il più ardito (senza tema di trama, è l’interrogatorio di un poliziotto con un presunto serial killer) – i temi radicali ritornano. Il fatidico B, omicida, ad esempio, trova pace solo quando vede la moglie piangere; soltanto quando la moglie è rotta al pianto ne vede una bellezza altrimenti celata (“Quando la facevo piangere diventava stranamente graziosa e io mi sentivo misteriosamente bene, come se fossi divenuto una persona onesta quanto mia moglie… ritengo che i maltrattamenti inferti alla mia sposa in altre parole non fossero che il volere di Dio, che mi invitava così a trovare un po’ di pace”). La violenza fa scaturire la bellezza, demoniaca virtù: “di solito mia moglie aveva degli occhi spenti, privi di qualsiasi vivacità, ma quando piangeva le lacrime glieli facevano brillare e donavano loro una strana forza vitale – suonerà bizzarro ma diventavano belli come cristalli”.

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In un passo de Il demone – scritto nel 1912 –  il laido è rarefatto a perfezione, lo schifo diventa oro. Saeki ruba il fazzoletto di Teruko, la cugina, di misteriosa bellezza. “Era piegato in quattro, umido e incollato, come una tavoletta scura. Prese tra le mani quel freddo tessuto stropicciato e imbevuto di muco, provò a lisciare la sua scivolosa superficie, e infine prese a leccarlo avidamente, come un cane… Gli pareva di leccare un qualcosa dall’odore selvatico e penetrante e sulla punta della lingua gli rimaneva solo un lieve sapore salato. ‘Che sensazione stranamente aspra, indecentemente piacevole! Dietro il mondo dei piaceri comuni degli esseri umani si nasconde un paradiso, segreto e strano…’. Osò inghiottire la saliva trattenuta. Una pungente sensazione di piacere gli attraversò il cervello, come l’ebbrezza che gli procurava il tabacco, e incominciò a leccare con forsennato accanimento”. Succhiare la saliva – come l’anima. Per questo, in fondo, ci si bacia con la lingua – lingua che serpeggia come un pitone, per invadere tutto il dentro dell’altro, finché non ci sia altro che l’eco della nostra voce.

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In un saggio Sulla maestria, Tanizaki scrive che l’attore hollywoodiano vuole ‘le luci della ribalta’, sorride alla fama; l’interprete di kabuki, esagerato dalle ombre del kimono, esegue un rito di cui è tramite, vive nell’oscurità della liturgia dell’arte, come un monaco. Lo scrittore non scandalizza – scandaglia. (Davide Brullo)