Il sogno dei bianchi contro il popolo nero: è solo una storia di sopraffazione e di violenza? Dialogo dolce e serrato con Ta-Nehisi Coates

Posted on Aprile 05, 2019, 10:54 am
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Samori ha aspettato fino alle undici di sera per ascoltare la notizia alla televisione; la notizia è stata che l’assassino di Micheal Brown sarebbe rimasto libero. Allora Samori ha detto “Devo andare”, è salito in camera sua e ha pianto. Suo padre Ta-Nehisi decide di scrivergli una lettera, abbastanza importante da diventare un libro: Tra me e il mondo, per Codice Edizioni.

Come personaggi non starebbero male in un albo di Black Panther: Ta-Nehisi è l’antico nome con cui gli egiziani chiamavano la Nubia, Samori ricorda il nome di Samori Touré, sovrano africano del gruppo Mande. Nomi fieri, bellicosi. Non siamo nel Regno di Wakanda ma in America, però. Non arriveranno i supereroi: qui se hai diciotto anni e rubi un pacchetto di sigarette in un market e provi a filartela, ma poi ci rinunci e tieni su le mani in segno di resa, l’agente Darren Wilson, ventotto anni, ti esplode contro dodici proiettili lo stesso. Non ci si difende legittimamente mai abbastanza. Qui se sei un padre e tuo figlio corre a chiudersi in camera sua, perché ha la sensazione che per lui valga come per Micheal Brown e che cioè possa essere ammazzato per abuso di potere senza che si paghi pegno, non ci sono arti marziali e superinvenzioni tecnologiche con cui appianare i conti, atteggiandosi da giustiziere solitario. Qui ti senti un padre inerme con un figlio che soffre, che ha paura.

Tra tutte le opzioni possibili Ta-Nehisi sceglie quella di sedersi e scrivere una lettera a suo figlio. La trovo molto eroica come scelta: essere padre e scrivere a tuo figlio che non sei un supereroe, e questo è tragico, ma che neanche ti aspetti che il supereroe sia lui, è questo è bellissimo, liberatorio. Scrivere a tuo figlio che non hai un dio, una speranza, un happy end a cui affidarlo, che da dargli hai l’amore che hai per lui. Nelle parole di Ta-Nehisi a Samori il messaggio che filtra è: figlio, ti tramando il compito di lottare così com’è stato tramandato a me.

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Mi sarebbe piaciuto, quella sera, trovarmi a casa di Ta-Nehisi e Samori, non per stare vicino a Samori; per stare vicino a Ta-Nehisi. Anche se questo avrebbe potuto rovinare tutto, impedendogli di scrivere la lettera, il libro. Per potere leggere il libro come si merita di essere letto, cioè chiamandolo fuori, almeno momentaneamente, da tutte le sue implicazioni sociali e persino politiche, ho dovuto fare due cose, secondo me doverose sempre, per essere leale verso un testo. Non tenere in nessuna considerazione chi l’ha scritto, ignorare le informazioni pubbliche ricavabili su di lui: Coates è diventato un nuovo intellettuale di punta e dunque vuoi-non-vuoi il rappresentante di qualcosa? Non m’importa. Per me è solo Ta-Nehisi, il padre di Samori. Non perché un’opera scritta non possa avere implicazioni sociali o persino politiche: ben venga le abbia; la letteratura, come l’amore per Bukowski, è un cane che viene dall’inferno, certo non per salvarci, semmai per costringerci a aprire gli occhi su ciò che ci sta azzannando: “Il Sogno è nemico di qualsiasi arte, del pensiero coraggioso, e dello scrivere la verità”. Non giudico un’opera in base al mulino al quale arrecherà acqua, fosse pure il mio quel mulino. La giudico in base alle dighe che riuscirà a far franare. Per questo ho dovuto fare la seconda cosa. Perché tutto franasse. Un esperimento mentale, ricavato dal John Grisham de Il momento di uccidere: se Derren fosse un poliziotto nero e Micheal un ladro di sigarette bianco, l’emozione che mi provoca la notizia di un Derren scagionato è uguale o diversa a quella che mi provoca sapere che Derren è un poliziotto bianco e Michael è un diciottenne ladro di sigarette nero?

Il libro di Ta-Nehisi Coetes è tutto imperniato su questa domanda: quanto ancora è discriminante il colore della pelle degli attori sulla scena? Quand’è che la scena, per diventare del tutto esauriente, potrà limitarsi a raccontare di un poliziotto di ventotto anni, scagionato dopo aver sparato dodici proiettili contro un ragazzo di diciotto, colpevole di aver rubato un pacchetto di sigarette e di aver provato a darsela a gambe? La risposta di Ta-Nehisi Coetes è netta: i bianchi conservano il Sogno che i corpi dei neri possano essere distrutti, in America; è il retaggio-culturale degli americani bianchi. La storia di Ta-Nehisi e Samori è tutta americana, lo è fin da quella prima scena. Samori aspetta la notizia alla televisione, viene a sapere che la giustizia non processerà chi ha sparato a Micheal Brown e sale-in-camera-sua: è una disposizione americana, una camera al piano di sopra, sospesa su quella con il divano e la televisione.

Io non ho nessun secondo piano dove andare. Io devo restare qui e decidere se per Ta-Nehisi sono uno dei Sognatori, uno di quei dominatori che possono continuare a esserlo senza darsene pensiero, mantenendo così di fatto in piedi il potere costituito che si regge sulla dominazione di un gruppo su un altro gruppo, e non c’è niente di invisibile in questa dominazione: se la subisci; il dominato la sente sulla carne, non può non vederla, anche volendo. Ma se sei tu che la applichi, se sfrutti i benefici della dominazione, ci vuole poco a fingere che invece sia invisibile eccome. È la solita trama della storia umana: basta poter sognare che l’ingiustizia non ci sia e voilà, non c’è: sono polemiche, sono piagnistei, sono frottole; pacchianate. Il potere decide chi ci è e chi ci fa.

Voglio parlare con Ta-Nehisi perché io la ingiustizia la vedo, e non è solo quella con cui si misura lui e quelli che, secondo lui, sono come lui. È quella con cui mi misuro io, che sono come Ta-Nehisi più di quanto possa far piacere a Ta-Nehisi, e più di quanto piaccia a me, perché a me l’ingiustizia con cui devo misurarmi non mi piace affatto. La distruggerei. Ta-Nehisi, sono il tuo bianco? Leggere un libro è come parlare con lui, quando il libro è così ben scritto da provocarti con la sua voce, chiamandoti in causa, offendendoti, schiaffeggiandoti, strappandoti qualcosa dal volto, sperando sia un pezzo di maschera e non di pelle viva. Ti parla come un fantasma, certo non come una coscienza (“Non sarebbe stato lui la tua coscienza morale”). Non è mai una questione tra te e chi l’ha scritto ma tra te e il libro. Per discuterci scrivo sul bordo delle pagine, come per comunicare con lo spirito del libro, a cui mi rivolgo chiamandolo: Ta-Nehisi. Il resto è tutta glossa.

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Ta-Nehisi, mi è necessario capire se secondo te sono legittimato a provare la tua stessa rabbia e le tue stesse paure, sebbene io non sia nero e alle mie spalle non ci sia il popolo nero, schiavizzato ieri e discriminato ancora oggi. Alle mie spalle, a dirtela tutta, non vedo nessuno. Questo significa che sto Sognando, che sto decidendo di non vedere il popolo bianco e tutte le sue gravi responsabilità storiche? È importante che io capisca, Ta-Nehisi, se io, assieme a te, possa aver paura per un figlio di diciotto anni, paura che possa uscire di casa e non fare più ritorno perché un agente violento gl’ha sparato dodici proiettili contro anche se aveva alzato le mani in segno di resa. Oppure ho diritto solo all’altra paura, e cioè di essere il padre di un agente di ventotto anni che spara a un diciottenne? Sto entrando nel gioco sognante della speculazione e sto omettendo qualcosa di fondamentale: che tu e tuo figlio siete neri e che io e il figlio che avrò, se lo avrò dalla donna con cui lo cerco, siamo bianchi? Tu sei destinato a essere il padre nero di un figlio nero a cui sarà stata instaurata la paura dei padri e dei figli bianchi che li uccidono, io sarò destinato a essere il padre bianco di un figlio bianco a cui sarà stata instaurata la paura dei padri e dei figli neri e che per questo si sentirà legittimato a ucciderli, ancor prima di aver appurato se stesse rischiando di finire ucciso lui per primo?

A te, Ta-Nehisi, forse tutto questo potrà sembrare uno squallido giochetto prospettico, ma come fai a escludere che io smetta di vivere in Italia per andare a vivere in America? Magari in Italia perdo il lavoro. Magari in America me ne offrono uno più vantaggioso. E come puoi escludere quanto sia profondo il meccanismo di americanizzazione in Italia e in Europa che dura da ormai più di settanta anni (“Secondo queste teorie, la ‘sicurezza’ era un valore più alto della giustizia, forse il più alto in assoluto”), da parte mia di gran lunga preferita alla russificazione, che si riuscì a evitare allora ma ora non più? Sai, da un po’ ho l’impressione che in Italia e in parte d’Europa non è che ci mancassero i razzisti: è che ci mancava con chi esserlo. O meglio: ci sono stati gli ebrei, e si è vista come è andata. Adesso sono tempi turbolenti di migrazioni di massa, e italiani e europei potremmo scoprire qualcosa di noi stessi che gli americani hanno già scoperto, ma anche adesso sto sognando, Ta-Nehisi: chi sono gli americani di oggi e di ieri, quelli che tu chiami i Sognatori, se non gli Europei dell’altroieri, che andarono in America proprio per realizzare un sogno, quei Seven Dream attraverso i quali aleggia il genio di Vollmann? E tutti, ma tutti, non siamo quegli africani di una settimana fa, messisi in viaggio per andare insidiare i loro sogni in tutto il mondo? Come si fa a stabilire quanto indietro si può andare? Quand’è che la stirpe diventa vittima e dunque innocente? Un sogno, per realizzarsi, deve ignorare e nientificare la realtà sul quale vuole edificarsi. Deve decidere lui da che anno in poi si inizia a contare. Da quando conviene al mito sul quale si vuole rifondare. Il passato è sempre l’invenzione più diabolica del presente.

Da qualche altra parte, Ta-Nehisi, è andata in un modo diverso? C’è mai stato uno spazio vuoto da poter colmare con il proprio sogno di appartenenza e di identità e dunque di dominio? Se c’è stato, quant’è durato? Quando sono finiti gli spazi vuoti cioè abitati solo da vegetazione e animali dunque considerati niente? Quanto a lungo è stato considerato niente qualsiasi popolo che non fosse il proprio popolo? Quand’è che il niente ha cominciato a diventare qualcosa e qualcuno? A me vien da dire: quando gli altri hanno raggiunto pressappoco la stessa forza, quando ci si è avvicinati all’equilibrio. Quando le minoranze hanno smesso di esserlo in modo schiacciante, imparando a impedirlo, lottando per questo. Quando distruggere non era più tanto facile e conveniente, quando è diventato suicida; a quel punto s’è dovuto imparare a coabitare e a convivere.

Pensa all’ecologia, Ta-Nehisi, ne fai un breve cenno verso la fine del libro cioè di te stesso. Prima di imparare quanto sia necessario rispettare la terra, la terra ha dovuto dimostrarci quanto saprebbe fare a meno di noi; non sono bastati gli avvisi di Leopardi: per rispettare la terra abbiamo dovuto capire che può diventare invivibile e mica per questo estinguersi lei. Al massimo ci estingueremo noi. È così anche tra gli uomini, Ta-Nehisi? Io credo sia così, ma che non sia soltanto così. Alle volte gli uomini riescono a rispettarsi prima di aver dovuto capire che distruggersi non sarebbe stato più conveniente. A volte gli uomini si alleano per ottenere qualcosa di più grande e che da soli non avrebbero raggiunto. La civiltà, per esempio. O la civiltà è un Sogno?

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“La razza è la figlia del razzismo, non la madre”. Quanta intelligenza, in questa frase.  Ta-Nehisi, sei un libro intelligente. Con te voglio polemizzare perché mi piaci, perché ti sei preso parte del mio sangue mentale, perché mi hai offeso e m’hai etichettato: hai deciso che siccome tu sei nero e dunque in credito allora io sono bianco e dunque in debito con te. Crediamo di essere gli eredi di una maledizione e invece ne siamo i nuovi capostipiti. Crediamo di star lottando per liberarci di uno stigma e invece ce lo stiamo solo tatuando più a fondo nel corpo. Vogliamo porre fine a un circolo vizioso non riuscendo a far altro che a alimentarlo, rendendolo più vorticoso ancora. Ta-Nehisi, il razzismo è un errore di logica del discorso, ma come facciamo a uscirne fuori se tu per primo credi non si possa trascurare il fatto io sia bianco e tu nero e che questo cambi radicalmente le cose e che niente potrà fare in modo che non le cambi più così radicalmente? Ta-Nehisi, ci sono molte cose che dici e che hanno senso, ma le attraversa qualcosa che non ha senso e io devo trovarlo, assieme alle parole per dirlo. Devo dirti che non credo al popolo nero. “Loro hanno fatto di noi una razza. Noi abbiamo fatto di noi stessi un popolo”. Dico meglio: non credo che il popolo nero sia la migliore soluzione, non lo è per i neri, per quanto riconosca sia la più concreta e utile in giro, considerato chi altri c’è in giro, per esempio quelli convinti che esista un popolo bianco. Dico ancora meglio: non la trovo la migliore soluzione per me. Io voglio poter scegliere tra tutti, inventarmi il mio popolo secondo tutt’altre categorie. Sogno.

O è il Sognatore bianco che è in me a farmi dire queste cose, a darmi l’illusione io abbia il diritto di chiedere questa specie di amnistia, questa sorta di ripugnante ‘dimentichiamoci il passato’, un larvato perdonismo maliziosamente collegato a un cristianesimo equivocato a modino; un colpo di oblio, liscio al ricino, facile da chiedere da parte di chi in quel passato ha avuto il ruolo del lupo, certo non da accettare da chi s’è ritrovato a avere la parte del gregge assalito? Ma siamo sicuri io sia il tuo lupo e tu la mia pecora? Errore mio, o ho come la sensazione per te sia il lupo a avere un cuore da pecora e le pecore a aver finalmente covato un cuore da lupi? La giustizia è troppo al di sopra di chiunque, ma chiunque può diventare giusto, e voler coincidere con un proprio popolo di elezione io non lo trovo giusto. La verità, Ta-Nehisi, è che io ti ammiro.

Ammiro la storia che mi hai raccontato e voglio sentirmi libero di ammirarti, fugando il dubbio in questa mia ammirazione ci sia qualcosa di espiatorio o risarcitorio. Io non ti devo niente, e ti ammiro lo stesso. Io non ho niente da farmi perdonare, in quanto bianco, da te in quanto nero; e mi piaci.

Ma ancora: è un subdolo gesto da Sognatore e dunque da obliteratore della realtà, se in te non vedo il tuo colore ma proprio te, Ta-Nehisi, la tua storia, e non la tua storia atavica: la tua storia dalla tua nascita a ora? “Ho sentito la paura nella prima musica che ho ascoltato, la musica pompata dagli stereo, piena di spacconate e di arroganza”. L’ho sentita anche io quella paura, Ta-Nehisi, ho ascoltato anche io quella musica: importata o rubata? Che ci ha ispirato o che abbiamo imitato? “Ricordo il mio stupore nel vedere che la morte poteva comparire così dal niente, da un pomeriggio da ragazzi, e sollevarsi da terra come nebbia”. C’eri tu, c’erano i tuoi amici, e c’era questo ragazzino che d’un tratto tira fuori una pistola, vi mira, anzi prende di mira proprio te, poi non spara, gli amici del ragazzino lo portano via, e tu scopri quant’è facile per il tuo corpo essere distrutto. È successo anche a me, ero tra amici, e c’era quest’altro gruppo di ragazzi, amici tra di loro, improvvisamente ci vogliono minacciare, mostrano le pistole, noi scappiamo, non ci sparano. Mi è successo altre volte: all’improvviso qualcuno mi punta un’arma contro e vuole qualcosa da me. È successo a altri ragazzi, per gli stessi motivi e nessun motivo, e altre volte quelle pistole hanno sparato, in ossequio a Cechov che non ammetteva una pistola apparisse in scena e poi puff, come non detto.

I corpi sono stati distrutti. Nel tuo ricordo, Ta-Nehisi, eravate un gruppo di amici neri, minacciati da un ragazzino bianco. Nel mio caso eravamo tutti ragazzi e la nostra fortuna, rispetto alla tua, era che nessuno doveva pensare all’altro in base a una presunta categoria razziale. Ma c’erano lupi e pecore lo stesso. C’erano gli stessi mandanti mica tanti occulti: il mito della violenza, del dominio, della rapina, del potere inteso sempre come diritto a distruggere e non a creare. E ancora oggi quanto spesso vedo la morte sollevarsi da terra come nebbia, al punto che neanche più la prendo per nebbia: è l’aria in cui respiriamo tutti. L’Europa non è razzista come l’America, ma quanto è ingiusta l’Europa, Ta-Nehisi, quanto crimine quotidiano, quanta violenza, quanta morte gratuita, ignorata, dimenticata, subito fuori dalla mia porta, a volte anche dentro.

*

Tu sei stato a Parigi e ti sei detto: quanto si sta bene qui! Su una panchina, in un parco, ignorato da tutti. “E mi dispiaceva di non aver mai provato prima di allora questa particolare solitudine, di non essermi mai sentito prima così lontano dai sogni di qualcun altro”. Ci sono stato anche io a Parigi, e non mi ci sono sentito altrettanto bene, ma per la stessa ragione: stavo su una panchina, in un parco, e sentivo che nessuno mi stava sognando: noi europei avremmo bisogno dei sogni di qualcun altro, di tornare a sognarci gli uni gli altri. Forse dovrei venire in America per godermi anche io un tipo di solitudine come ancora non l’ho ancora provata: una solitudine affollata dai sogni che gli altri sognano su di me. Orribile anche lei, ma nuova, interessante.

Ta-Nehisi, il tuo essere passato dalla paura della strada al coraggio della biblioteca, dalla tattica della violenza alla strategia della tua intelligenza, ricalca la mia idea di lotta ma non è questo che importa: importa come tu abbia saputo raccontare la tua storia a Samori e lentamente mi sono accorto di essere io Samori, non Samori a quindici anni ma un Samori con più del doppio dei suoi anni, o meglio ancora: non ero Samori, non ero tuo figlio, ero te, Ta-Nehisi, un altro te, vissuto in un’altra dimensione, in un’altra storia,  ma anche io con il mito della lotta per la sopravvivenza attraverso la pratica del pensiero, non cercando un ordine in cui fissarmi, aggrappandomi alla conoscenza proprio per sfuggire all’incubo di qualsiasi sogno nazionalistico, identitario: “lo scopo della mia educazione era una sorta di disagio permanente”. Ammiro il tuo aver riconosciuto “il fatto di possedere il dono dello studio”, che ha permesso in te “la capacità di scrivere e quindi quella di pensare.” Ammiro come hai demolito i tui feticci e quanto ti è costato capire che “L’odio dà una identità” e che nessuna identità vale l’odio che ti chiede di osservare, come un precetto.  Per essere un io anche io ho dovuto odiare, ma ho smesso. E che premio aver capito che se è l’odio a darti una identità è l’amore che te la toglie, moltiplicandotela, trasformandola, infrangendola come occorre fare con i sogni quando finiscono con l’essere loro a sognare te e non più tu loro, come in una trappola paranoica alla Satoshi Kon.

Torniamo sempre lì, Ta-Nehisi: cogito-ergo-sum. È vero che “Tolstoj è il Tolstoj degli zulu”, come ha scritto Ralph Wiley, come è vero che “Cartesio è il Cartesio degli zulu”, è il Cartesio di tutti, come Ta-Nehisi: sei il Ta-Nehisi dei zulu e dei non zulu. Se dobbiamo dividerci tra bianchi e neri, sto con i neri, se i neri sono l’inchiostro con cui scrivere, e sto con i bianchi, se bianchi sono i fogli su cui scrivere, ma: Ta-Nehisi, che me ne faccio di essere inchiostro se non ho un foglio su cui scrivere o di essere un foglio se non ho l’inchiostro con cui posso essere scritto? E se quest’immagine del nero sul bianco ti sembra troppo connotata ideologicamente, per me va altrettanto bene l’inchiostro bianco sui fogli neri. Basta si riesca a scrivere, si riesca a leggere quello che s’è scritto. O è un altro sogno nefasto anche questo?

La sera in cui alla televisione dissero che l’assassino bianco del nero Micheal Brown non era un assassino e che era stato giusto sparasse dodici proiettili contro di lui perché aveva rubato un pacchetto di sigarette, se mi fossi trovato nella casa di Ta-Nehisi e di Samori, avrei detto a Ta-Nehisi: “Vado io da Samori, tu resta qua. Sai cosa devi fare, devi scrivere di tutto questo. Così che anche io possa leggerlo”.

Antonio Coda