“Bere e vivere la vita fino alla feccia”: discorso intorno a un racconto ritrovato di Sylvia Plath (brindiamo a una giovinezza tra Dante, Auden e “Mademoiselle”)

Posted on Giugno 14, 2019, 6:24 am
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Di Sylvia Plath s’è fatta agiografia, il suicidio ha autenticato l’opera, la vita – dal profilo di Cassandra e di Sfinge – s’è detta consustanziale ai versi. Di Sylvia si sa anche l’acconciatura che aveva a nove anni e si pubblica pure la lista per la spesa fatta due giorni prima che s’infilasse nel forno. Eccesso di vampirismo: forzare i denti sul cadavere non c’insegna la magia del suo talento. In ogni caso, chi ha furore biografico al microscopio vada alla micidiale Cronologia redatta da Anna Rovano per le Opere dei ‘Meridiani’ Mondadori, era il 2002.

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Da allora s’è scoperto altro. L’ultimo – come tutto ciò che è ultimo – pare consegnarci l’ennesima testimonianza ultima sulla vita tragica e geniale della Plath. Mary Ventura and the Ninth Kingdom fu buttato giù nel dicembre del 1952, passato all’asta nel giugno del 2016, dopo un paio di giri a vuoto – nel 1982 e nel 2014 – e pubblicato trionfalmente quest’anno da Faber. Il racconto ha valuta di allegoria: così lo descrive la Plath due anni dopo, nel 1954, riscrivendolo per un concorso letterario, i ‘Christopher Awards’. “Questa è la storia di una adolescente che attraversa le tentazioni del mondo materiale, cresce consapevole del proprio genio utopico e del potere di aiutare gli altri; scopre la Città di Dio. La storia è raccontata nel modo di una allegoria simbolica, proprio come alcune parabole della Bibbia, e per esplicitare il suo linguaggio attinge a immagini della religione e della letteratura”. Della Plath non si butta via niente – vende. Il nome, in qualche modo, trionfa sull’opera, la griffa.

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Sulla “Hudson Review” Karen V. Kukil pubblica un saggio in cui ricostruisce The Genesis of “Mary Ventura and the Ninth Kingdom”. L’esegesi agiografica giunge ai vertici: il racconto riesumato è raspato, fonte per fonte, come fosse un vangelo gnostico, l’epifania. Così, siamo aggiornati sul fatto che quell’anno, allo Smith College di Northampton, Massachussets, a cui è iscritta, la Plath scopre Dante e resta folgorata dalla Divina Commedia – ergo: come la biografia, la vita terrena, possa fondersi nell’ultraterreno – è stordita dalla lettura di Franz Kafka e sfoglia Sant’Agostino. Nel 1952 Sylvia Plath ha vent’anni, l’esperta ci avverte che dall’anno prima la poetessa comincia ad abbozzare la storia di Mary Ventura, per il corso di letteratura inglese (“il primo tentativo di scrittura, intitolato semplicemente Mary Ventura, risale al 14 dicembre 1951… nell’introduzione la Plath avverte che la protagonista, ‘nata in una famiglia povera, incapace di superare le circostanze della vita che sono destinate a schiacciarla, desidera fuggire su uno dei treni che sfrecciano vicino a casa sua’”). Il racconto, dunque – che, ripeto, erroneamente viene letto come l’autobiografia ustoria di Sylvia: ma tutto nei suoi scritti è un incendio autobiografico – accompagna la Plath per tre anni. Nel giugno del 1952 la Plath è sorpresa: il racconto Domenica dai Minton ha vinto il premio indetto dalla rivista “Mademoiselle”. 500 dollari e la precisione di un riscatto (impiegata per l’estate come cameriera al Belmont Hotel di Cape Cod, la Plath scrive a mammà, “il tuo strabiliante telegramma è arrivato proprio mentre stavo sfregando tavoli nell’0mbrosa sala da pranzo del Belmont – è stato un tale shock di gioia che ho cacciato un urlo e ho persino gettato le braccia al collo della capocameriera che ora sicuramente mi crede matta”). Con Mary Ventura Sylvia tenta la stessa ventura: lo invia ai primi del 1953 a “Mademoiselle” e la rivista, l’11 marzo, lo rifiuta. La Plath ci resta male. Morirà dieci anni dopo, esattamente.

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Nel suo diario, in quei giorni del 1953. “Voglio scrivere perché sento il bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione ed espressione della vita. Il semplice sforzo colossale di vivere non mi può bastare. Oh, no, io devo sistemare la vita in sonetti e sestine e procurarmi un riflettore verbale per la mia testa illuminata a 60 watt. L’amore è una illusione ma mi ci perderei volentieri se riuscissi a crederci”.

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In quell’anno, che si risolve capitale, la Plath molla il ragazzo, Dick Norton – che la voleva casa&chiesa, “non voglio un uomo geloso della mia creatività”, scrive alla madre – e scopre Wystan H. Auden, in visita allo Smith College: “è la mia idea del perfetto poeta, alto, con una gran testa leonina, una folta chioma rossiccia e una falcata gigantesca e lirica. Inutile dire che ha un accento inglese dal timbro meraviglioso e io lo adoro come si adorano i Grandi Eroi. Vorrei un giorno toccare il Lembo della sua Veste e dirgli con timida voce adorante: Mr Auden hounapoesiaperlei”. Auden leggerà le poesie ‘per lei’ della Plath, allora, giudicandole “troppo disinvolte e superficiali” (Rovano). Così ne scrive nel diario, in modo misticheggiante, lei: “Le astrusità liriche di Auden risuonano misteriosamente nelle cavità circolari dell’orecchio e cominciano a sembrare neve. La cara neve grigia che conserva e cancella. Che attenua (in un candido merletto di eufemismi l’uno dietro l’altro) tutte le nere desolate spigolose non-angeliche ripugnanti brutture di questo accidenti di sterile relitto che è il mondo: germogli avvizzii, case di pietra rattrappite, morti in piedi semoventi tutto tutto tutto affonda sotto la grande, ingannevole ondata bianca. E ne esce trasformato”.

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Piuttosto, un dettaglio fa trasalire. Il Nono Regno di cui scrive la Plath “è il regno della negazione, della volontà raggelata… del non ritorno”. Il 4 febbraio del 1963, una settimana prima del suicidio, a un’amica, la psichiatra Ruth Tiffany Barnhouse Beuscher, dieci anni dopo Mary Ventura, la Plath si esprime quasi con le stesse parole, “e c’è questa terribile, autoimposta volontà raggelata… lasciatemi soltanto morire e non tornare più”. Dieci anni prima, nel diario, aveva scritto, “Quanta speranza in più ho adesso rispetto alla mia Mary Ventura… Atteggiamento filosofico: bere e vivere la vita fino alla feccia… Voglio assaporare ciascun giorno e bearmene, senza mai temere la sofferenza né rinchiudermi in un guscio di torpida indifferenza o smettere di interrogare e criticare la vita per scegliere la strada più facile”. Il poeta, infine, non fa che ripercorrere la propria opera, fino al fondo, al morirne. (d.b.)

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Da Mary Ventura and the Ninth Kingdom

Il treno stava sfrecciando nel tunnel, nero, quando iniziò, sul sedile di fronte, il battibecco. I ragazzini erano lì, la madre leggeva una rivista, stavano giocando con dei soldatini di stagno.

“Dammelo”, disse il bambino più grande, con gli occhi neri, al fratello. “Quello è mio, hai preso il mio soldato”.

“No”, disse il bambino pallido, dalla testa tonda, l’altro. “Non l’ho preso”.

“Ti ho visto”. Il bimbo più grande afferrò un soldatino e colpì il fratello sulla fronte. “Ti farà bene!”.

Il sangue sgorga dal livido violaceo. Il bimbo comincia a piagnucolare, “Ti odio”, fa, “Ti odio”.

La madre continuava a leggere la sua rivista.

“Qui, qui, ora basta”, disse la donna, era accanto a Mary, sporgendosi in avanti dal sedile. Allungò una mano per tamponare con delicatezza la ferita sulla fronte del figlio, con l’orlo del fazzoletto di lino bianco. “Dovreste vergognarvi, tutto questo chiasso senza motivo, per degli stupidi soldatini di latta”.

I bambini restavano imbronciati, mentre il silenzio tornò a dominare.

La donna si appoggiò allo schienale. “Non so quale sia il problema dei bambini in questi giorno. Peggiorano sempre”. La luce cominciò ad aumentare.

“Guardi”, disse Mary. “Stiamo uscendo dal tunnel”.

Il treno correva dentro un pomeriggio grigio, campi desolati si estendevano sui lati dei binari. Dal cielo pendeva un disco piatto e arancione, il sole.

“L’aria è così densa”, esclamò Mary. “Non ho mai visto un sole dal colore così strano”.

“Sono gli incendi nelle foreste”, disse la donna.

Una baracca di legno comparve e si spense, in lontananza.

“Perché quella casa è così distante da tutto?”.

“Non è una casa. Era la prima stazione sulla linea, ma ora non la usano più, è chiusa”.

Cullata dal ritmo d’orologio delle ruote del treno, Mary guardò fuori dalla finestra. Dal campo di grano uno spaventapasseri attirò la sua attenzione; sopra assi sospese bucce di mais erano stese a marcire. Il cappotto scuro e irregolare ondeggiava al vento, vuoto, senza sostanza. Sotto quella figura ridicola i corvi si muovevano, avanti e indietro, beccando grani sulla terra arida.

Sylvia Plath

*In copertina: Sylvia Plath nel 1953, in veste di praticante per la rivista “Mademoiselle”