“Ho ingoiato una quantità di pillole e mi sono ceduta beatamente alla vorticosa oscurità”. Sylvia Plath, o della vita incandescente. (Intorno a una nuova biografia, oceanica, che sfiora le mille pagine)

Posted on Novembre 04, 2020, 2:05 pm
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Fu il poeta decisivo della sua generazione. Come voce femminile, domina il XX secolo con la stessa potenza con cui Emily Dickinson ha colonizzato il precedente. Alla morte di Sylvia Plath, aveva trent’anni, il critico A. Alvarez scrisse che “è una perdita inestimabile per la letteratura”. Il tempo gli ha dato ragione.

L’importanza della sua opera – i Collected Poems ottennero il Pulitzer; La campana di vetro è diventato un classico – e le circostanze sensazionali della morte, hanno attratto una straordinaria attenzione, accademica e giornalistica, sulla Plath. Sono state pubblicate così tante biografie che nel 1994 Janet Malcolm, in The Silent Woman, ha compilato uno studio soltanto su di esse. Ora, su quella scia, arriva il libro di Heather Clark, Red Comet: The Short Life and Blazing Art of Sylvia Plath, una ricerca esaustiva, spesso brillante, di oltre mille pagine (note incluse). Un lavoro che impressiona, degno del grande giornalismo biografico.

Red Comet racconta accuratamente tutte le fasi della vita della Plath. Dall’infanzia idilliaca sulla costa del Massachussets, vicino a Boston, sconvolta dalla morte prematura del padre, Otto Plath, un biologo che si è diagnosticato erroneamente il cancro per morire – così riferisce la Clark, ribattendo il certificato di morte – di “diabete mellito e polmonite bronchiale, a causa di una cancrena al piede sinistro”. La madre della Plath, Aurelia, si trasferirà con i figli, Sylvia e Warren, a Wellesley, Massachussets, dove Sylvia si diploma. La carriera scolastica della Plath allo Smith College, scuola per sole ragazze a Northampton, è segnata nell’estate del 1953 da un inquietante redattore ospite di “Mademoiselle” che la conduce a un esaurimento nervoso e a un tentativo di suicidio. “Ho ingoiato una quantità di pillole e mi sono ceduta beatamente alla vorticosa oscurità”, scrive a un amico. Questi eventi le ispirarono La campana di vetro.

Il matrimonio della Plath con il poeta Ted Hughes, incontrato grazie a una borsa di studio Fulbright presso la Cambridge University, ha prodotto due figli (Frieda e Nicholas) e due opere clamorose. La fine del matrimonio procurò una infelicità estremamente intensa, che ha consumato entrambi. Il disfacimento cominciò nel maggio del 1962, nel Devon, dove gli Hughes vivevano in una casa di campagna, con il tetto di paglia.  Assia Wevill, aspirante poetessa, e il marito, David, un poeta canadese, subaffittavano l’appartamento londinese degli Hughes: andarono a far loro visita. “Ted mi ha baciato in cucina e Sylvia ci ha visti”, dice Assia a David. È l’inizio della relazione.

I mesi successivi vedono la Plath nella disperazione, mentre conteggia i continui tradimenti di Ted. Mentre frequentava Assia, Ted si vedeva con Susan Alliston, anche lei aspirante poetessa. Il fatto che Ted avesse una relazione in contemporanea con due donne, fu fonte di vasta umiliazione per la Plath. Il punto di rottura accadde al principio del 1963: Sylvia seppe che Assia era incinta.

La cacofonia di emozioni generata dagli intrighi romantici di Hughes fu aggravata dall’ostilità del tempo – l’inverno più duro del secolo planò su Londra, il che significava tubi congelati e niente riscaldamento – e dalle medicine, assunte in forma ulteriore. Ancora a Londra, abitando la sua “follia”, la Plath decise di uccidersi. La mattina dell’11 febbraio 1963, i figli chiusi in camera da letto, al piano di sopra, si sigillò in cucina, si sdraiò sul pavimento, accese il forno… “Mentre moriva”, scrive la Clark, “il sole esplose dalla grande finestra alla sua sinistra, inondando la cucina di luce”.

Parti di Red Comet sono molto commoventi; la tendenza complessiva, comunque, è quella di minimizzare la violenza di Hughes. Nel febbraio del 1961 la Plath descrive senza mezzi termini che Hughes la ha picchiata tanto duramente da farle subire un aborto spontaneo. Red Comet rilegge l’episodio, ma dà spazio anche all’apologia di Frieda Hughes, che sostiene, “mio padre non era il picchiatore di mogli che alcuni immaginano”. Dopo la morte della Plath, si è imposta la questione centrale: che ruolo ha giocato Hughes, direttamente o meno, nel suo suicidio? Red Comet riporta le parole del poeta. “Non c’è dubbio sulla colpa”, scrive Hughes a un amico; “Non è di molti uomini ammazzare un genio”, dice a Elizabeth Compton, aggiungendo, in un’altra occasione, “Mi sento un assassino”. Ad Aurelia Plath, d’altronde, scrisse, “Se esiste l’eternità, sarò eternamente dannato. Sylvia era uno dei più grandi spiriti viventi”. In una lettera all’“Observer”, mai inviata, la madre pare concorde: “Chi l’ha voluta distruggere sistematicamente, deliberatamente, ora ne è consapevole”.

La morte di Sylvia Plath continua a risuonare, come un’ossessione. “Ad ogni decennio”, conclude la Clark, “il lavoro di Sylvia Plath pare sempre più sorprendente, e la sua dura eredità una conquista… Non abbandoniamola”.

Paul Alexander

*Questo articolo è stato pubblicato in origine su “The Washington Post”