“Quell’essere remoto in mezzo agli uomini”. La passione di Borges per Swedenborg, lo scienziato che parlava agli angeli

Posted on Aprile 13, 2020, 7:22 am
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Che la visione abbia un’entità misurabile, che l’incredibile possa situarsi in barometri e latitudini era il vanto di Emanuel Swedenborg (1688-1772), che iniziò come scienziato e finì, in età – aveva più di cinquant’anni – mistico. Tentò la fusione alchemica tra Newton e Mosè, tra Cartesio e la cabbala: la sua opera – snobbata in Italia, esiste una edizione de La Vita Felice, 2012, Del cielo e delle sue meraviglie e dell’Inferno, il resto lo leggete qui – è una fonte inesauribile di ispirazioni, presa abitudine con il gergo angelico. Jorge Luis Borges, che nei Prologhi aggioga la sua introduzione ai Mystical Works di Swedenborg, ne era soggiogato: “Nessuno fu più diverso da un monaco di questo scandinavo sanguigno che andò molto più lontano di Erik il Rosso”. Consegnatogli – così scrive – leggendo Ralph Waldo Emerson, con una frase delle sue, in grado di dare eco all’ambiguo, JLB riassume la vita di Swedenborg: “Quell’uomo singolare e solitario fu molti uomini. Non disdegnò d’essere artigiano”.

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Effettivamente, il genio di Swedenborg è lì: prima di artigliare i celesti e di dialogare con gli angeli, dominò il mondo sensibile. Si occupava di astronomia, di ottica, di orologeria – la misura, il numero, la lucidità lo affascinavano. “Progettò una nave che potesse solcare l’aria e un’altra, a scopi militari, che navigasse sotto i mari”. Fu fisico, sempre, più che metafisico, per questo, nella vita mistica, Swedenborg “rifuggì dalle metafore, dall’esaltazione e dalla vaga e focosa iperbole”. Per questo, soprattutto, affascinava Borges: saggiava l’enigma con indole geometrica (sapienza trasmutata da JLB in ambito letterario).

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In una intervista a Christian Wildner – che leggete qui – Borges afferma: “ho in programma (naturalmente i miei vecchi progetti sono un po’ casuali) un libro su tre generi di salvezza, la prima è di Cristo, che è etica; la seconda è quella di Swedenborg, che è etica e intellettuale; e la terza è quella di Blake, discepolo ribelle di Swedenborg, che è etica, intellettuale ed estetica, e si basa su delle parabole di Cristo, delle quali dice che sono opere d’arte”. Nel suo ‘prologo’ Borges specifica: “Secondo i Vangeli, la salvezza è un processo etico. Essere giusti è la cosa fondamentale; anche l’umiltà, la miseria e la sventura vengono esaltate. Al requisito di essere giusti Swedenborg ne aggiunse un altro, da nessun teologo menzionato prima: quello di essere intelligenti”. In una delle sue vite anteriori alla rivelazione, Swedenborg disegnava mappe geografiche: credo non sia un particolare secondario.

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William Blake fu discepolo di Swedenborg. Fino a screditare il maestro – pratica necessaria. In Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno (la traduzione è di Ungaretti). “Un uomo portava in giro una scimmia per mostrarla, e siccome era un po’ più accorto della scimmia s’insuperbì, tanto che finì col credersi più accorto di sette uomini messi insieme. È ciò che accade a Swebenborg: dimostra la follia delle chiese e smaschera gli ipocriti, al punto che arriva a figurarsi che tutti gli uomini siano religiosi e egli sia l’unico sulla terra che ruppe la rete. Ora udite, ecco un fatto evidente: Swedenborg non ha detto una sola verità nuova. Eccone un altro: ciò che ha scritto è il cumulo delle vecchie falsità… Gli scritti di Swedenborg sono dunque una semplice ricapitolazione di tutte le opinioni superficiali, e un’analisi delle sublimi, niente di più”. Lotta galattica tra eccitabili visionari.

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In L’altro, lo stesso (1964), dove elabora una definizione scacchistica della poesia – “Senza leggi prefissate, opera in modo esitante e temerario come se camminasse nell’oscurità. Misterioso giuoco di scacchi la poesia, la cui scacchiera e i cui pezzi cambiano come in un sogno sul quale mi chinerò quando sarò morto” –, Borges dedica una poesia a Emanuel Swedenborg, “quell’essere remoto in mezzo agli uomini”. Impavido esercizio di imbottigliare una galassia, Borges riassume la teoria di Swedenborg in lirica (“Sapeva/ Che Inferno e Cielo esistono ma solo/ Nel tuo cuore”), la sua vita in un distico: “In arido latino andò annotando/ Senza un fine o un perché le cose estreme”.

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L’esistenza letteraria di Borges è effettivamente tutelata da Swedenborg. Ne scrive, a braccetto con Adolfo Bioy Casares, in Libro del cielo e dell’inferno (1960); soprattutto, ne parlò in una conferenza del 1978, era giugno, all’Università di Belgrano, poi raccolta in Borges, oral (1979; esiste una antica e difficilmente trovabile traduzione italiana del 1981 per Editori Riuniti). Qui ne traduciamo alcuni tratti. Come sempre, si tratta di scindere il verbo dal cristallo – di accecarsi, insomma. (d.b.)

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Swedenborg conversa con diverse persone in paradiso, e all’inferno. Così ritiene possibile fondare una nuova chiesa. E cosa fa Swedenborg? Non predica; pubblica libri, nell’anonimato, scritti in un latino sobrio, arido. E divulga questi libri. Così passano gli ultimi trent’anni della sua vita. Abita a Londra. Conduce una vita molto semplice. Si nutre di latte, pane, legumi. Quando un amico lo va a trovare, dalla Svezia, si prende qualche giorno libero.

Giunto in Inghilterra, voleva incontrare Newton, perché era interessato alle nuove scoperte astronomiche, alla gravità. Non lo ha mai conosciuto. Lo affascinava la poesia inglese. Citava Shakespeare, Milton e altri. Li elogiava per la loro facoltà immaginativa: ciò significa che era dotato di uno spiccato senso estetico. Sappiamo che viaggiando – in Svezia, Inghilterra, Germania, Austria, Italia – ha visitato fabbriche e quartieri poveri. Gli piaceva la musica. Era un gentiluomo. È diventato un uomo ricco. I domestici vivevano al piano terra della sua casa a Londra – la casa è stata recentemente demolita – e lo vedevano conversare con gli angeli e litigare con i demoni. Non permetteva che lo prendessero in giro; non voleva imporre le sue rivelazioni: semplicemente, cambiava argomento.

C’è una differenza fondamentale tra Swedenborg e gli altri mistici. Nel caso di San Giovanni della Croce, abbiamo vivide descrizioni di estasi. Leggiamo l’estasi narrata come esperienza erotica, attraverso la metafora del vino. Ad esempio, un uomo incontra Dio e scopre che Dio è uguale a lui. C’è un vasto sistema di metafore. Al contrario, in Swedenborg non c’è nulla di questo. La sua è l’opera di un viaggiatore che è stato in terre ignote e le descrive con calma e perizia…

Naturalmente, credeva nella salvezza tramite le opere. Nella salvezza tramite le opere dello spirito e della mente. Nella salvezza attraverso l’intelligenza. Il paradiso per lui è un paradiso ricco di conversazioni teologiche. Gli angeli parlano. Eppure, è un paradiso colmo di amore. Il matrimonio è permesso in paradiso. Tutto ciò che è sensuale in questo mondo è ammesso. Non intende negare o impoverire nulla della vita. Attualmente esiste una chiesa swedenborghiana. Penso sia da qualche parte, negli Stati Uniti: è una cattedrale di cristallo. Ha qualche migliaio di discepoli negli Stati Uniti, in Inghilterra (soprattutto a Manchester), in Svezia e in Germania. So che il padre di William e Henry James era un seguace di Swedenborg…

Infine arriverà William Blake, aggiungendo che l’uomo, per salvarsi, deve essere artista. In altre parole, abbiamo una tripla salvezza: attraverso la bontà, la giustizia, l’intelligenza; e poi grazie all’esercizio dell’arte.

Jorge Luis Borges