La nudità e la morte. La storia di Susanna e del ricatto ordito dai “vecchioni”

Posted on Gennaio 02, 2021, 11:51 am
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Tra la vastità di storie custodite nell’antica dimora della Bibbia, una in particolare segue la scandalosa traccia della nudità svelata che conduce alla morte. È quella della bellissima e pudica Susanna sulla quale si posò lo sguardo licenzioso di due vecchi iniqui uomini di legge. La storia della donna, appuntata con verecondia alla fine del Libro di Daniele (capitolo 13) – stuprato di inserimenti postumi e manomissioni –, è accolta soltanto nel canone biblico che parla il greco, la fluente lingua dei filosofi e degli eruditi. Il testo masoretico, scritto in ebraico, la respinge come apocrifa e tronca le vicende del profeta al capitolo precedente.

La nudità che si svela in quella storia è incastonata come un diamante alla consistenza della parola. Anzi, proprio la parola che vi ordisce il canovaccio di accuse e di testimonianze, di illazioni, bugie e sotterfugi, persino la parola riferita male, con difetto di pronuncia, è ciò che rende quella nudità oltremodo esposta, esibita e pubblica. Tuttavia, proprio la parola che tiene banco e testimonia lo scandalo della pudicizia, diventa infine verità e condanna nella ricostruzione dei fatti compiuta con perizia processuale dal profeta Daniele intervenuto in soccorso della giovane innocente.

Guercino, Susanna e i vecchioni, 1650

In lingua ebraica Susanna (Shoshannà) è nome che ha il profumo dei fiori (il giglio e il loto) e la parentela con antiche città persiane (Shushàn, Susa, l’attuale Shush), prezioso dono di splendore e magnificenza da custodire con delicatezza e grazia. Questa donna, timorata di Dio e di rara bellezza, aveva sposato un tale Ioakìm, ebreo ricco e probo, e come in tutte le storie nelle quali l’artiglio del male non ha ancora sfregiato la salubrità dell’amore, conduceva una vita felice e riservata. Ogni giorno la casa di Ioakìm era frequentata da due anziani giudici (non gli austeri e solenni shofetìm biblici ma più comuni e modesti azzeccagarbugli dotati di saggezza popolare) ai quali la gente comune si rivolgeva per dirimere questioni importanti o semplici liti. Nemmeno a loro fu indifferente l’avvenenza di Susanna. Attizzati da voglie senili, un sentimento di disordinata passione (epithymìa) assalì i vegliardi e annebbiò la loro ragione tanto che un pomeriggio si appostarono tra i cespugli del paràdeisos di Susanna per spiarla mentre, nuda come Artemide, stava per godersi la balsamica frescura di un solitario bagno.

La supposta malizia di Betsabea, altra bellezza muliebre di cui la Scrittura ci offre i dettagli (2 Sam 11, 1-27), che asperge il suo corpo nudo senza curarsi troppo se dalla terrazza di fronte Davide la guarda con virile trasporto, qui è fuori luogo. Susanna prende tutte le necessarie precauzioni per proteggersi da occhi indiscreti e alle sue due ancelle dice espressamente: “Portatemi l’unguento e i profumi, poi chiudete la porta, perché voglio fare il bagno” (Dn 13, 17). Infatti, proprio quando le porte del giardino furono chiuse e Susanna credette di essere rimasta da sola, i due marpioni uscirono allo scoperto e l’assalirono con l’oscenità della loro proposta: “[…] noi bruciamo di passione per te; acconsenti e datti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle” (Dn 13, 20-21).

Massimo Stanzione, Susanna e i vecchioni, 1643

Ancora una volta si palesa la ferale e diabolica opzione di cui Susanna avvertì subito l’insostenibile peso: “Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare alle vostre mani” (Dn 13, 22). In un caso o nell’altro, la condanna era la morte. Susanna scelse di portare a casa l’onore e di salvarsi almeno dinanzi a Dio, perciò respinse il ricatto e cadde nella rete della scelleratezza e dello scandalo.

Da questo momento in poi, diversamente da quanto accadde ad Artemide sul cui corpo senza veli, dopo la mutazione in animale dello sventurato Atteone, calò il silenzio, la nudità di Susanna diventa parola, fatto, racconto, mythos. La sua nudità fu sulla bocca di tutti e ognuno seppe di una sua tresca fedifraga con un giovane, tresca che ovviamente esisteva soltanto nella fantasia perversa dei due vecchi giudici. Il giorno dopo, fu obbligata a un processo per adulterio al quale furono presenti anche il marito, i figli e l’immancabile platea popolare.

Il testo non lo dice e io non azzardo ipotesi. Non so se Susanna dovette bere le acque di amarezza (me hamarìm), quell’intruglio di acqua benedetta e polvere che pare procurasse idropisia e cosce deboli alle donne adultere (nelle sue Antichità giudaiche, Libro III, 271, Giuseppe Flavio descrive quella debolezza di arti inferiori come una vera e propria amputazione della gamba destra). Era prescrizione di legge in caso di tradimento del coniuge (Nm 5, 11-31), e mi auguro che i due spregevoli vegliardi non abbiano infierito sulla bellezza del corpo di Susanna con tale abominevole rimedio. Di certo, però, quella bellezza vollero vederla un’ultima volta e pretesero che lei togliesse il velo con cui copriva il volto e proteggeva il pudore.

Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610

Il processo fasullo si fece e la condanna fu irrogata. Susanna era colpevole, doveva morire. Ma i giudici non avevano ancora fatto i conti con il profeta Daniele, quello che con l’aiuto del suo Elohà leggeva i sogni dei re e serrava le fauci ai leoni affamati. Il giovane, presente tra la folla, si fece avanti e coraggiosamente insorse in difesa di Susanna. Stavolta pretese lui di interrogare i giudici, ma separatamente, prima uno, poi l’altro. Con abilità da retore, si servì della parola, quella con la quale uno del suo calibro aveva maggiore dimestichezza, e tese ai due miserabili il laccio micidiale di una trappola: “Sotto quale albero hai visto Susanna accoppiarsi con il giovane?”, chiese al primo. La risposta fu “Un lentisco”, che il greco dice schìnos. Rivolse la stessa domanda anche al secondo e ottenne “Un leccio”prìnos, pronuncia simile ma albero differente. Le prove non reggevano e l’infamia che i due mostri avevano architettato era malamente sospesa a due piante i cui nomi differivano seppure per poche lettere. Cosicché la menzogna fu smascherata e l’onore di Susanna, moglie di Ioakìm, donna di rara bellezza e timorata di Dio, fu conservato intatto. Cosa accadde ai due guardoni, invece, è facile intuirlo. Anche in questo caso, una nudità svelata ebbe il suo tributo di scandalo e di morte.

Da allora, la nudità della bella Susanna è stata svelata in decine di quadri alle più svariate latitudini del globo. La sola Artemisia Gentileschi ne fece tre differenti versioni oggi conservate rispettivamente in Inghilterra, Germania e Repubblica Ceca. Ma perché vi sia nudità o perché quella nudità assuma il senso dello svelamento e della profanazione, dia scandalo e procuri la morte, occorre che sia inattesa, spiata, guardata di straforo. Per questo la varietà di opere che ritraggono Susanna non può fare a meno della presenza dei giudici guardoni passati alla storia con l’appellativo poco lusinghiero di “vecchioni”. Da Lotto a Tintoretto, da Rubens a Rembrandt fino a Botero, in ognuno dei loro quadri, accanto, dietro o sopra il corpo nudo dell’avvenente moglie di Ioakìm, si stagliano sempre le figure bavose e repellenti dei due vecchioni. Soltanto in un’opera, come un hàpax, Susanna è ritratta da sola. L’ha dipinta Francesco Hayez – quello de Il bacio o del celebre ritratto di Manzoni in posa da “imperatore delle Lettere” – e l’ha intitolata semplicemente Susanna al bagno. Sì, il titolo non è una grande trovata, lo ammetto. Tuttavia ciò che qui assume la geniale valenza di un’intuizione artistica è aver prodotto un meraviglioso quadro monco, non finito, incompleto.

Francesco Hayez, Susanna al bagno, 1850

Hayez ritrae Susanna quasi di spalle ma con gli occhi rivolti verso l’ignoto. Come se nella riservata tranquillità della piscina avesse improvvisamente avvertito i movimenti o i passi di chi le si è parato da dietro per spiarla, Susanna ruota la testa verso una spalla e guarda fuori dal quadro. La sua espressione non è di sorpresa, anzi, sembra che se lo aspetti. Infatti non muta nemmeno la posizione di riposo con la gamba accavallata e il braccio che puntella l’equilibrio del suo corpo nudo sul bordo della vasca. L’unico gesto che tradisce un antico e naturale senso di intimità è quello lento e garbato che nasconde appena il seno con un lenzuolo. Poi rimane calma, immobile, in un’attesa innocente, con il solo rumore delle acque a fare da contrappunto al silenzio degli sguardi. E sì, ora è tutto là, nella sospensione dei suoi occhi fermi ed eterni che interrogano quelli dei misteriosi ospiti che con la loro lussuria completano l’opera del pittore e osano godere ancora una volta della sua nudità: i vecchioni. Uno dei quali, in questo momento, è il me stesso che le è di fronte e che tremante teme l’implacabile castigo della morte.

Vincenzo Liguori

*Gli articoli precedenti di Vincenzo Liguori sul medesimo tema li trovate qui e qui