“Il suo ano era stretto e grinzoso”: elogio della letteratura masturbatoria, dal sensuale Guido Gozzano alla tre grazie del romanzo italiano, Melissa, Isabella, Veronica

Posted on Febbraio 20, 2018, 12:41 pm
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Io sono innamorato di tutte le scrittrici… No, no! È troppo presto per parlare delle mie Letterine. Voglio prima dirvi che non vado su Youporn, e quando ho voglia di eccitarmi, non so che farmene di siti porcelloni o scaldacazzi virtuali. Io leggo. Lo faccio dal giorno in cui, timido adolescente, scoprii una poesia di Guido Gozzano che comincia così: “Io sono innamorato di tutte le signore che mangiano le paste nelle confetterie”. E continua, con una scrittura densa di pruriginosi doppi sensi, con frasi del tipo: “L’una, pur mentre inghiotte, già pensa al dopo, al poi”, “Un’altra, con bell’arte, sugge la punta estrema”. Sex, drugs and pastry. Ero poco più che adolescente, e le signore tutta panna di Gozzano calmavano i miei bollori. Con il tempo, però, mi sono accorto di avere bisogno di stimoli più forti, e ho rivolto l’attenzione ad alcune scrittrici italiane contemporanee che provocano su una parte di me un’intensa vasodilatazione. La prima è una certa Melissa capace di scrivere un romanzo che contiene la seguente frase: “Il suo ano era stretto e grinzoso. Odorava di merda”. Leggendo mi è venuto il dubbio, umanissimo e pietoso: “Ma dove mette il naso, la povera Melissa? E perché? Lo fa apposta, lo fa per gusto, o è costretta?”. Mi è bastato immaginarla alle prese con un editore affetto da sessuomania e subito ho avuto voglia di strapparla all’infame. Mi sono innamorato. La seconda è Isabella, e sapete di cosa parlano i suoi libri? Di droga, di sesso, di ragazze che si drogano per fare sesso, di ragazze che fanno sesso per drogarsi, di sesso estremo, di droghe estreme, di ragazze estreme che fanno sesso estremo dopo avere preso droghe estreme. In uno dei suoi romanzi più venduti, Isabella scrive: “Ho voglia di ascoltare i miei gemiti da puttanella-arancia-meccanica denudata da femmine che mi stanno sopra e poi dentro”. Cari amici lettori, dove andate? In bagno, topoloni? Non è il momento. Vi ricordate del giovane teppista Alexander DeLarge, che in Arancia Meccanica viene sottoposto a una cura che consiste nella visione di film dove sono contenute scene di violenza? Ecco, a me i libri di Isabella stanno sul cazzo, ma li leggo perché dopo una sbornia nauseante di sesso e droga posso serenamente masturbarmi pensando a Susanna Tamaro vestita da suora (mentre scrivo è Carnevale, non vedo lo scandalo).

La terza scrittrice che popola il mio immaginario sessuale è Veronica, anche se io preferisco chiamarla Veronìca, con l’accento sulla terza sillaba, perché amo citarla nei miei freestyle, le battaglie a suon di rime che ingaggio con i miei amici rapper. Veronìca è bellissima. Lo scrittore Massimiliano Parente l’ha definita in un suo articolo “la femme fatale della letteratura italiana”. Mi eccita perché ha quell’aria strafottente che avevano le ragazze belle del mio liceo, un’aria che voleva dire, più o meno: “Se non la smetti di farmi la corte, brutto idiota brufoloso, mi metto col professore e ti faccio bocciare”. Ma non è stronza. Io so che Veronìca è buona, e lo so dal 29 giugno 2013, giorno in cui, al Tempio di Pomona, nei pressi del Duomo di Salerno, erano in programma due presentazioni nell’ambito della prima edizione del festival Salerno Letteratura. Alle 18 c’ero io con il romanzo Le molecole affettuose del lecca lecca, alle 19 la bella Veronìca con Tutte le feste di domani. Arrivai cinque minuti prima dell’evento e mi accorsi che la sala era vuota. Immaginando il numeroso pubblico che sarebbe corso ad ammirare Veronìca, feci di tutto per ritardare il mio intervento, simulando una diarrea acuta e perdendomi per le strade di Salerno con la scusa di cercare una farmacia aperta. Sconfortando gli organizzatori, tornai alle 18,40 facendomi largo tra gli ammiratori di Veronìca. Parlai davanti a un centinaio di persone, tre delle quali erano lì per me. Fu la mia lettura più affollata. Veronìca arrivò in perfetto orario, e senza protestare, aspettò che avessi finito il mio one man show. Una pazienza ammirevole, il segno della sua bontà. Se qualcuno di voi lettori la conosce, le porti il mio messaggio d’amore.

Francesco Consiglio