Attenzione! La lettera di Julio Cortázar non è di Julio Cortázar. Ovvero: sull’arte sublime (e necessaria) dell’apocrifo. Rilanciamo con una silloge di poesie dello pseudo-Saint-John Perse

Posted on Giugno 15, 2019, 11:09 am
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La lettera di Julio Cortázar ad Alejandra Pizarnik, scritta a Parigi nel 1973, un anno dopo il suicidio della poetessa, non è di Julio Cortázar ma di Luca Orlandini, è uno scintillante apocrifo.

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Anche la lettera del 6 maggio scorso, di Thomas S. Eliot, al “Caro Nikolaj”, spedita da Londra, nel luglio del 1962, è un apocrifo di Luca Orlandini. Le strategie letterarie, però, sono differenti. Nel caso della lettera di Eliot, parecchi passaggi sono tratti realmente da pensieri di Eliot – letterali o desunti o riassunti. La lettera dello pseudo-Cortázar, invece, al di là della cornice, è tutta frutto del genio dell’autore. Entrambe le lettere – se n’è accorto qualche lettore – posseggono alcune ‘spie’, più o meno consapevoli, che ne svelano l’inautenticità. Già, ma… che cosa è ‘autentico’?

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Un giorno meditai di scrivere un’antologia della poesia italiana affibbiando a ciascun poeta una poesia verosimile, ma assolutamente mia. Tra la generosità, l’omaggio e il vaniloquio narcisistico, ammetto, lo spazio è breve.

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Luca Orlandini è lui: si è messo nei panni di Thomas S. Eliot e di Julio Cortázar

Un giorno, inviai a Luca Doninelli un racconto firmato Miloš Crnjanski. Amo lo scrittore serbo di cui Adelphi ha pubblicato il romanzo epico, Migrazioni. “Strepitoso racconto”, mi scrisse. Gli risposi che l’autore ero io. “Strepitoso lo stesso. Ma non tuo: è il guaio degli apocrifi”. Lampante.

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Superficialmente, può apparire un gioco, un poco dada, un poco fuori tempo. Se quella lettera non fosse firmata Cortázar ma Orlandini avrebbe ricevuto lo stesso gradimento pubblico? Ovviamente no. Il nome, la griffe di grido, vince rispetto al contenuto. Anche in questo, giace una certa ovvietà: ciascuno, nel bene o nel male, è l’esito della sua storia, della sua fortuna.

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Piuttosto, da tempo, nell’epoca dominata dallo svelare documenti ‘secretati’, mi sembra necessario giungere al segreto di una biografia e di una scrittura creando documenti apocrifi, sinistri, sinuosi.

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Lo scritto apocrifo, in questo caso, è autenticato dall’autentico sforzo di penetrazione e di persuasione (cioè: di studio e di amore) perpetrato dall’autore che lo compie. Amo a tal punto quel tipo – Cortázar, ad esempio – da superarlo per eccesso di amore, da interpretarlo più che imitarlo.

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Non è fake news qui perché non c’importano le news ma l’intimità di un uomo, fino a esasperarne, nel ring letterario, le intenzioni.

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Il gesto d’amore è arcaico: nel canone biblico i libri affibbiati a Salomone o a Davide, vasti capitoli detti di Isaia, alcune lettere di San Paolo, non sono di quegli autori – ne ricordano l’autorevolezza.

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Apocrifo, appunto. Mi nascondo dietro il nome di un altro per svelare il suo nascosto. Non è l’opera di chi si getta nella notte, ma di chi porta alla luce.

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L’arte dell’apocrifo è una custodia letteraria gonfia di gioielli: chi non l’ha praticata non conosce il vero. Nell’apocrifo nuotava Borges, di apocrifi ha costellato la sua esistenza letteraria Marco Ercolani. D’altronde, un apocrifo è il recente documento romanzesco di Ferruccio Parazzoli relativo a Dostoevskij, Il grande peccatore, una fioriera di apocrifi è la Letteratura latina inesistente di Stefano Tonietto, su un doppio apocrifo (a partire dalla lunga lettera di Igor Stravinsky) si regge Madrigale senza suono di Andrea Tarabbia. Se è per questo, i discorsi di Pericle sono un apocrifo di Tucidide e quelli di Nerone una invenzione di Tacito e la storia di Magellano impalcata da Gianluca Barbera è una relazione inesistente agli atti della Storia.

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Come si compete con la tracotanza della Storia? Minandola di apocrifi – in fondo, un omaggio di scriteriata gioia – che rimpiazzino l’ordalia quotidiana con lo scatto. Esiste una nuova letteratura italiana fondata sull’apocrifo, sulla stilettata che scompone i codici filologici del vero.

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Credo che l’apocrifo sveli molto di più di un autore di cui si indossa il nome e il carisma di troppi documenti spuri, spauriti, speziati di stupidaggini. Della mia maschera, infatti, mostro la quintessenza, il mostro, la natura vorace e straordinaria, la semplifico nell’eccesso di gloria.

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Tentai una letteratura fondata sull’apocrifo. Ho sigillato lettere nel nome di Benedetto XVI, di Boris Pasternak e di Marina Cvetaeva, ho prolungato la facoltà fantastica di Ingmar Bergman e quella di San Paolo e di Horacio Quiroga. Ogni volta, certo, è un discorso di presenza. Come si è presenti al presente, con quale spavalda umiltà ci si presenta a un’altra presenza? Per rilanciare, allego una silloge di poesie – con annessa biografia spiccia – che senza intimidazioni intestai a Saint-John Perse, che io sia maledetto! (d.b.)

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Interrano le lanterne «perché i morti abbiano luce» dicono
credendo alla vita e alla morte – che ancora esista qual cosa di oscuro.
«I fiori sembrano fiamme» urlò vedendoli scavare
«ed è infinito l’amore» pensò giustificandoli.
Nell’opera erano scortati da teschi di tigre:
se la preghiera non è pronunciata con onestà – è detto –
i morti reclameranno la luce che incendia gli occhi dei vivi.
In equilibrio sul recinto del balcone mentre Aleppo
agonizza «la morte non interrompe i legami – li salda» questo sapeva.

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Didascalica gli sembrava la civiltà
«risorgere significa accollarsi la vita di un suicida» disse
e ripetè che ripetiamo le vite dei morti,
per questo i volti ci sembrano subacquei.
Seppellì un uovo di ghiaccio e chiese
che le cose potessero esistere una volta soltanto
per poi estinguersi senza l’ostensione del ricordo.

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Quando mi disse «Palmira è distrutta»
dimenticai gli anni e la valanga dei volti
decisi di amarti da sempre
ma tu mi hai chiamato “l’avvolto”
«ostruisci la crescita con i verbi» hai detto
e mentre alcuni sconfiggevano tigri di bronzo
e codici inclusi nella sabbia – penetranti fino alla foce delle unghie
come se ogni cosa fosse davvero mortale
ti sei deposta diventando lince – o certezza.

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«Dio divora in silenzio – ha vergogna della sua fame».
Poi fece ingoiare il fuoco alla bestia
e mentre i denti diventarono lettere
negli occhi luminosi nessuno vide i propri anni.
Quando ti chiesi di scappare il cane
fu raggiunto dalle lucertole – e lo soffocarono;
ispirate le donne pattugliavano i viali con le lanterne
impedendo i matrimoni «perché sia una primizia
il pasto di Dio» dissero quando dileguandosi
come se il fuoco fosse l’annuncio delle loro mani
i cani di casa in casa assalirono le figlie.
«L’abitudine all’incendio costrinse i popoli
verso le paludi dove pullulavano angeli» disse.
«Ma quando la fame diventerà pazienza…» mi hai bloccato,
locuste scollinarono mettendo in fuga le colpe:
“l’impotente” mi hai chiamato così.
«Hai pensato di poter declinare destini
con lingue di lupo eternate nell’argento
hai pensato che amare fosse sufficiente».

Saint-John Perse

Saint-John Perse (Pointe-à-Pitre 1887 – Heyères 1975), il «poeta più alto e importante del Novecento» (Cesare Cavalleri), nel 1936, in qualità di Segretario di Stato degli Affari Esteri, fu l’unico politico europeo ad aver capito la pericolosità di Adolf Hitler e a schierarsi contro la Germania. Onorato con il Nobel per la letteratura nel 1960, vent’anni prima Saint-John Perse, nato Marie-René Alexis Saint-Leger Leger in un isolotto della Guadalupa, di proprietà della famiglia, originaria della Borgogna, fu “esiliato” dal governo di Vichy, che gli confisca i beni e decreta contro di lui la perdita della nazionalità. Saint-John Perse tornerà in Francia soltanto nel 1957; nel frattempo, negli Stati Uniti, tornò alla scrittura poetica, pubblicando nel 1944, a Buenos Aires, Exil, poema tra i massimi di ogni tempo. Il poeta francese, negli anni della carriera diplomatica (tra il 1925 e il 1940), rifiutò di pubblicare i propri lavori, ritenendo l’attività letteraria incompatibile con quella politica. Nel 1924 aveva pubblicato per Gallimard il poema Anabase, riconosciuto fin da subito un’opera decisiva (lo testimoniano le traduzioni di Giuseppe Ungaretti, di Thomas S. Eliot, di Walter Benjamin). Viaggiatore, solitario, avventuriero, geologo dilettante, nel 1965 è invitato a Firenze a tenere il discorso inaugurale per VII centenario della nascita di Dante; nel 1972, per la “Pléiade” Gallimard cura e annota il volume delle proprie opere complete.

*Il testo affibbiato a Saint-John Perse è tratto da: Davide Brullo, “Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro”, Melville 2018