“Sul femminismo si sono costruite una carriera”: Laura Tecce dialoga con Matteo Fais intorno a “Femministe 2.0”

Posted on giugno 11, 2018, 7:57 am
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Gioite poveri maschietti vessati e accusati, per ogni sguardo indiscreto, di essere dei potenziali stupratori: non tutte le donne ci odiano. C’è persino qualcuna tanto comprensiva da aver capito che le femministe, di recente, hanno veramente esagerato. Questo almeno ciò che si evince leggendo Femministe 2.0, il nuovo pamphlet di Laura Tecce, giornalista e opinionista politica per Il Giornale, uscito nella collana Fuori dal coro dello stesso quotidiano. La Tecce, che pure riconosce dei meriti al movimento nella sua storia, attacca una certa visione dell’uomo propagandata dalla nuova generazione di femministe. Parallelamente, denuncia un clima esasperato ad arte da chi sul conflitto uomo-donna, come sull’antifascismo e il pro immigrazionismo, ha costruito una carriera. Sempre fieri di dare voce agli esclusi dai grandi circuiti del politicamente corretto, l’abbiamo raggiunta al telefono per porle alcune domande ispirate dalla lettura del suo testo.

tecceDirei proprio che viviamo entro un orizzonte sessista, pieno di stereotipi di genere, imposto dal femminismo e dal politicamente corretto. Io sono un maschio e, quindi, un potenziale stupratore. Tu sei una donna, una vittima del patriarcato e devi essere liberata. Scusa, Laura, ma com’è che tu, stando almeno a quanto si evince dal tuo pamphlet, non sei femminista? Cosa dobbiamo fare ancora noi uomini per farti finalmente sentire oppressa?

Gli stereotipi, che tu ironicamente citi, sono appunto le femministe stesse a veicolari. Vedi i vari: “Viviamo in una società patriarcale”, “I maschi sono tutti stupratori”, “Le donne sono deboli, vittime di molestie”. Siamo di fronte a una mistificazione della realtà alimentata per garantire la loro stessa sopravvivenza, perché altrimenti non avrebbero motivo di esistere. Come scrivo nel mio libro, anche io riconosco che il femminismo, in Italia come nel resto del mondo, ha avuto un ruolo importantissimo a suo tempo. Penso alle suffragette, la cosiddetta “prima ondata”, che avanzarono la sacrosanta richiesta del diritto di voto. La “seconda ondata”, poi, negli anni ’60-’70, lottò per le altrettanto inderogabili istanze dei diritti civili. Non dobbiamo dimenticare che fino a poco prima, in Italia per esempio, esistevano fenomeni quali il delitto d’onore e mancava una legge sul divorzio – che, se ci pensiamo, è recentissima. Ma le femministe, oggi che queste rivendicazioni non hanno più senso di essere avanzate, essendo già state accolte, continuano a portarle avanti come fossero attuali al solo fine di sopravvivere a sé stesse. Capiamo bene che si tratta di un assurdo in un tempo in cui le donne fanno gli stessi mestieri degli uomini, guadagnando quanto questi ultimi – perché anche questa questione del gap salariale, su cui vengono spese pagine e pagine di giornali, non ha alcun fondamento. In generale direi che discriminazioni in ambito lavorativo, o nella coppia, non ve ne sono, o, quantomeno, non nei termini che queste signore vorrebbero far credere. Però, purtroppo, abbiamo avuto per cinque anni una Presidentessa della Camera – la terza carica dello Stato, non una qualsiasi – che ha infarcito gli italiani di queste bufale, dipingendo il nostro come un paese sessista e maschilista. Non paga di tutto ciò, recentemente è andata, insieme alla paladina delle molestate, la signorina Asia Argento, quella che è stata cinque anni con il suo stupratore, al Women in the World Summit. Trattasi di un incontro sulle donne, tenutosi a New York, in cui il tema principale avanzato dalle nostre rappresentanti era che l’Italia è un paese in cui il sessismo viene servito a tavola, ogni giorno, con un piatto di pasta. Perdonami: che schifo! Lo dico da italiana.

Qual è la differenza tra le prime ondate e il femminismo 2.0, come lo definisci tu, e che altre chiamano di terza o quarta generazione?

All’epoca aveva senso lottare, perché c’erano realmente delle discriminazioni. Nel privato, come nel pubblico, le donne non potevano accedere a certi mestieri. Vi era una concezione legata unicamente al loro ruolo di mogli e madri. Sono state pertanto condivisibilissime anche le battaglie per il divorzio e l’aborto. Vorrei a questo proposito precisare che non sono per niente antiabortista. Lo ritengo piuttosto una scelta difficile, che naturalmente non può essere equiparata a un metodo di contraccezione qualsiasi. Ma, per comprendere la vera natura del nuovo femminismo, bisogna capire che questo intreccia il suo percorso con quello del movimento LGBT. Attualmente, la sua nuova frontiera è quella di un femminismo intersezionale. Per spiegarmi: avendo le donne d’oggi molte meno pretese da poter accampare, le femministe, per sopravvivere, sono state costrette anche a occuparsi dei diritti dei neri, delle minoranze, dei gay. E ciò è accaduto in Italia come in America. Nella difesa di tutte le minoranze – come se le donne fossero una minoranza – hanno trovato una nuova strada per rilanciarsi. Più in generale, comunque, la critica principale che muovo al neofemminismo, e in parte anche a quello storico, è di voler dare della donna un’immagine ghettizzata e ghettizzante – vedi fenomeni quali le quote rosa. Mi si permetta, ma io vorrei emergere nella mia vita professionale non in quanto appartenente al genere femminile, ma in quanto meritevole. La differenza di prospettiva è palese. Non voglio comunque negare che ci siano ancora dei retropensieri striscianti da parte degli uomini. Anche io, che partecipo spesso ai dibattiti televisivi in qualità di opinionista politica – quindi non per parlare di gossip, o di cosmesi –, constato che, quando dico qualcosa che dà fastidio ai giornalisti maschi, o ai politici, mi lanciano degli sguardi come a dire: “Tu che sei tanto carina, perché non ti occupi di rossetto?”. Quindi non nego che questa componente sia presente ancora, però le femministe la esasperano. La cosa che mi interessa ribadire, in ogni caso, è che io mi so difendere autonomamente. Non ho bisogno di portavoce scelte tra le attrici e le modelle che sovente si fanno ambasciatrici delle donne. L’altro aspetto, infine, che distingue le nuove femministe, sta nella potenza d’urto che queste hanno grazie al web. Pensiamo al caso Weinstein – il colpo che aspettavano da una vita. La tempesta intorno a questo emblema dell’uomo stupratore è montata proprio attraverso la rete e i famosi hashtag #metoo, #quellavoltache, o con il movimento Time’s Up e via dicendo. Da lì è scaturito un cortocircuito senza precedenti. Ho letto alcune cose sui siti delle femministe e su Facebook, vedi per esempio Abbatto i muri, davvero allucinanti. Come quella che scriveva di essere stata guardata con insistenza sul metrò e di essersi sentita violentata nel suo intimo. Sono i tanti messaggi di questo tenore a creare un clima simile. Ma ci rendiamo conto che un politico si è dovuto dimettere per aver toccato il ginocchio di una donna? O che, nelle aziende americane, gira una circolare in cui viene sconsigliato ai maschi di salutare con un bacio sulla guancia le proprie colleghe? Siamo arrivati alla Gestapo, alla sessualizzazione estrema di ogni atto. Durante la documentazione per questo libro, giuro, a volte mi dicevo: “Non è possibile, devo aver letto male io”. Come si può parlare di stupro per uno sguardo? Cosa diremo allora, quando la violenza sarà reale? Se tutto è violenza, niente lo è. Questa gente dovrebbe vergognarsi.

Com’è che ancora oggi, malgrado tutte le conquiste e a fronte – almeno a mio modo di vedere – di una leggera sudditanza maschile, le donne continuano a parlare di oppressione? Come siamo arrivati a questo punto? Tu sei riuscita a rintracciare la motivazione psicologica?

Come al solito vale il principio “follow the money”. Il punto è che c’è tutto un business che gira intorno a queste situazioni, come accade per i centri antiviolenza. Basterebbe vedere come vengono conteggiati i fondi pubblici che ricevono. Se io li chiamo e dico che mio marito mi ha picchiata, pur senza addurre alcuno straccio di prova, loro conteggiano quella chiamata come assistenza e ricevono dei soldi. E, purtroppo, vivendo noi in una società occidentale in cui il politically correct regna sovrano, non possiamo dire nulla né andare contro queste realtà senza essere tacciati di sessismo. Allo stesso modo, non si può dire che è ingiusto quando una donna occupa una posizione che non merita. Ma, ribadisco, si tratta solo e unicamente di business. La Presidenta, per esempio, ci ha costruito una carriera su queste questioni, come sulla pelle dei migranti. E non è la sola. Sono tanti ad aver fatto fortuna sul femminismo, come sull’antifascismo, dalle varie associazioni onlus dei centri antiviolenza alla paladina delle molestate che, adesso, ha ottenuto anche un bel posticino in un talent, dopo essere caduta nel dimenticatoio.

Parliamo del termine femminicidio. Una simile scelta lessicale sembra presupporre l’idea che vi sia un disegno, una filosofia, o meglio un’ideologia secondo cui gli uomini vorrebbero sterminare le donne. Femminicidio mi fa pensare a Olocausto, solo che nel caso degli ebrei esisteva realmente un’ideologia, quella nazista, che ne teorizzava l’annientamento. Se non ho capito male, anche tu non ravvisi alcuna necessità di un termine specifico per indicare l’uccisione di una donna. Perché?

Il femminicidio semplicemente è un omicidio. La cosa più importante, però, è capire che, quando se ne parla, spesso i numeri sono gonfiati. In realtà, vengono uccisi molti più uomini nel mondo, rispetto alle donne, e ci sono anche casi di violenza domestica che vedono la donna nel ruolo di aguzzino. Certo sono minori, però ci sono anche quelli. Il problema non concerne la distinzione maschio-femmina, ma l’educazione, il rispetto, l’osservanza delle regole di buona convivenza. Ci sarebbe poi da far notare che, quando si parla di violenza, il doppiopesismo è come sempre il parametro di giudizio più diffuso: l’acido gettato in faccia al ragazzo, da Martina Levato, non ha fatto scalpore come avviene di solito a parti invertite. Per conoscere la reale portata della violenza perpetrata dalle donne sugli uomini e per capire lo stravolgimento dei dati, consiglio il libro della collega Barbara Benedettelli, Cinquanta sfumature di violenza. Vorrei concludere su questo aspetto sottolineando come non vi sia appunto alcuna ideologia o volontà sterminatoria nei confronti delle donne. Anche quando si mette grande enfasi sul concetto di violenza domestica, si fa finta di non capire come chiaramente questa sia insita nell’ambito familiare, o comunque in un contesto ristretto. Fatta eccezione per i serial killer, è ovvio che la violenza avvenga principalmente all’interno di nuclei sociali circoscritti, nell’alveo di una microcomunità come può essere la famiglia, il paese, e via dicendo. Ma, per chi ha intenzione di stigmatizzare il maschio a ogni costo, qualunque dato va bene, così come si omette di menzionare la violenza delle donne nei confronti degli uomini e quella dei gay a danno di altri gay.

Non so tu, ma personalmente il femminismo mi sembra sbagliato a partire dal piano lessicale. Se veramente le aderenti a questo pensiero aspirano unicamente alla parità e non al predominio, che senso ha il termine “femminismo” che implica un’idea di superiorità della donna. Casomai bisognerebbe proclamarsi antisessiste, o sbaglio?

Guarda, in realtà c’è un vasto filone del femminismo che rivendica la superiorità della donna. Non tutte cercano la parità, molte vogliono proprio la supremazia. La volontà di prevaricazione si manifesta anche nel dipingere il maschio come violento, stupratore, impossibilitato a tenersi gli attributi nei pantaloni. Il contraltare di tutto ciò, il retropensiero, è che la donna sarebbe superiore perché capace invece di controllarsi.

Catherine Deneuve, giustamente citata da te nel testo, dice che questo clima da caccia alle streghe “danneggia la libertà sessuale”. Secondo te, in cosa consiste questo danno?

Oggi il rapporto uomo-donna è divenuto suscettibile di accuse quali quelle di sessismo e molestie. C’è quindi la paura, da parte degli uomini, ad approcciarsi in un certo modo per timore di andare incontro a una denuncia. Come conseguenza, non si può più vivere una sessualità piena e appagante e tutto a causa di questo femminismo talebano. Ma una simile situazione ha radici profonde. Basti pensare al documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, in cui si sostiene che la televisione veicola messaggi sbagliati. Secondo questa visione io non potrei apparire sul piccolo schermo in gonna e tacchi a spillo, perché trasmetterei un’immagine fuorviante della donna. Queste nuove femministe vogliono, in buona sostanza, la mortificazione della sessualità. Una donna, secondo loro, per dimostrare di avere una testa pensante, preparazione e capacità nel proprio lavoro, dovrebbe essere brutta e sciatta.

Le intellettuali certo non aiutano ad abbassare i toni. Una, di cui non facciamo il nome, ogni giorno va a cercare quante firme femminili ci sono sulla prima pagina dei maggiori quotidiani nazionali. Strano che la summenzionata ometta di ricordare quanto spazio venisse dato a Oriana Fallaci, sul Corriere. Se non ricordo male, l’allora Direttore doveva andare a pregarla per avere un suo articolo. A volte, ha pure dovuto subire gli improperi della cara estinta. Senza considerare che, sempre il Corriere, ci ha campato per lungo tempo ripubblicando i libri dell’autrice di Lettera a un bambino mai nato. Insomma, c’è un problema di mancate presenze femminili sui giornali?

Si tratta della solita polemica pretestuosa. Figurati se c’è una mancata presenza femminile sui giornali! Anzi, in alcuni casi sono troppe e farebbero bene a farsi da parte vista la qualità. Scherzi a parte, ripeto, io ne faccio un discorso di merito: si deve scrivere e occupare le prime pagine perché si vale e non in ragione dell’essere donna. Qui il cerchio si chiude, tornando a quanto dicevamo prima: le femministe, non avendo più argomenti, devono attaccarsi a qualunque cosa, persino mettersi a contare le firme femminili sulle prime pagine dei giornali, come se poi la quantità fosse un parametro da sostituire a quello della qualità.

Tu sottolinei giustamente che il bersaglio principale delle nuove femministe sembra essere principalmente il maschio bianco occidentale eterosessuale. Come mai gli immigrati, che pure non mi sembrano i campioni del progressismo e del femminismo, invece, la passano liscia? Perché nessuna delle nazifemministe denuncia la violenza contro le donne perpetrata nel mondo islamico, per esempio?

Non solo! Li difendono pure! Come ha fatto quel giudice donna sostenendo, di uno di questi, che, data la sua cultura di provenienza, non poteva sapere che in Italia le donne vanno approcciate in maniera diversa. E dicono cose simili perché il loro femminismo, come ho precisato prima, è un femminismo intersezionale che, non avendo più battaglie eclatanti da portare avanti, continua a sopravvivere difendendo altre categorie come gli immigrati, i gay, le minoranze e gli islamici, insomma tutti quelli che dal loro punto di vista non hanno una voce, in Italia come in America. Infatti, oggi, molte tra queste fanno parte anche di collettivi LGBT e si proclamano antifasciste, pro immigrati e pro islamici. Ma, senza andare molto lontano, basti osservare la Boldrini, che negli ultimi cinque anni è stata la massima rappresentante del femminismo in Italia. Lei ha unito la difesa delle donne all’antifascismo e al pro immigrazionismo. In America, pensiamo invece a quelle della marcia contro Trump – colui che, prima di Weinstein, era l’orco per eccellenza, l’immagine del maschio bianco prevaricatore e molestatore.

Da dove partire per porre fine a questo fastidioso atteggiamento pietistico e francamente umiliante, che tratta le donne come soggetti incapaci di autodeterminarsi e di concorrere ad armi pari con l’uomo?

Innanzitutto, darei minore spazio a queste rivendicazioni assurde. E qui la colpa è dei media. Qualunque cosa faccia Asia Argento, per esempio, va a finire sui giornali. Bisognerebbe anche ripartire dall’educazione delle bambine, a scuola, per far capire loro che non è un peccato essere femminili, belle, e che non si devono necessariamente sentire in competizione con i maschi. Purtroppo, però, ci sono troppi cattivi maestri. Pensa solo al fatto che tutti i giornali di stampo femminile, in ogni numero, da anni a questa parte, non mancano mai di parlare di femminismo, #metoo e questioni affini. Purtroppo, il sistema massmediatico è in mano alle lobby culturali della sinistra che hanno tutto l’interesse ad avallare questo pensiero. La tendenza è tragicamente mondiale.

Matteo Fais