Suicidio Venezuela. Indagine dall’ex Paese più ricco del Sudamerica. Oggi vincono violenza e corruzione. E il popolo fa la fine della rana bollita

Posted on Marzo 30, 2018, 9:08 am
37 mins

Un colpo di stato? Ma che dici ?

4 febbraio 1992. Sono le 5 di mattina, squilla il telefono. “C’è un colpo di stato a Caracas”. “Eeeh ? ma che stai dicendo? Che razza di scherzo… lasciami dormire!”. “Non è uno scherzo, accendi la televisione”. A quell’ora c’era una sola immagine di quello che stava succedendo, sfocata, confusa, assurda e senza spiegazioni: tra i lampioni e le palme che circondano l’ingresso del palazzo presidenziale si intravedeva un carro armato che saliva la scalinata e sfondava il portone. Poche ore e una cinquantina di morti più tardi, un tenente colonello sconosciuto, un tale Hugo Chávez, si arrendeva all’esercito rimasto fedele al governo del Presidente social-democrata Carlos Andrés Pérez. Fu arrestato in diretta, e davanti a milioni di telespettatori increduli, pronunciava la sua memorabile frase: “Por ahora – Per adesso, gli obiettivi non sono stati raggiunti…” Ma chi è questo pazzo? Che vuole? Ha sbagliato paese, ha sbagliato epoca.

Durante molti mesi, le conversazioni su qualsiasi tema, le barzellette sconce o no, gli articoli di stampa, ripetevano e imitavano ironicamente quel “per adesso”. Due anni dopo, fra sfottó e risate, Chávez uscí dal carcere, perdonato dal generoso, indulgente Presidente successivo – il democristianissimo Rafael Caldera. Poi si presentó alle elezioni presidenziali del dicembre 1998. E vinse. Con il 56% dei voti. Prometteva un sistema nuovo, era il candidato del cambio.

L’incredulità continuò durante vari anni ancora, da parte degli intellettuali, della borghesia, degli imprenditori, dei partiti politici tradizionali, dei media (stampa, radio, televisione) almeno finché poterono esprimersi liberamente prima di essere costretti a tacere o sparire. Si rideva delle camice e delle bandiere rosse, sempre più numerose e visibili dappertutto, dei discorsi sempre più radicali e aggressivi, dei militari sempre più onnipresenti nei posti chiave dell’amministrazione pubblica, delle gigantografie di Chávez sulle facciate dei palazzi, degli striscioni con slogan guevaristi: “Hasta la victoria, siempre. Patria o muerte!”. Si rideva di quest’operetta rivoluzionaria che sembrava uscita da un patetico teatrino degli anni sessanta.

Ma pur ridendo, molti intellettuali venezuelani e latinoamericani, appoggiati da un sonoro coro della sinistra europea, durante i primi dieci anni della cosidetta “revolución bonita” hanno accolto con entusiasmo il cambio di sistema politico dopo 40 anni di democrazia ormai viziata e anchilosata: viva la pulizia, morte alla corruzione, posto a idee nuove. Tranquilli, Chávez ha detto chiaramente che non è nè marxista nè castrista. Tra due o tre anni i bollenti spiriti si saranno calmati, i militari saranno tornati in caserma, e avremo rinfrescato tutte le istituzioni e l’economia grazie a un regime partecipativo, equilibrato, trasparente…bla bla bla.

Quali nuvoloni neri all’orizzonte? Ma che dici, il Venezuela non è, non sarà mai Cuba.

Il primo nuvolone nero: l’odio

Chavistas maledetti

hambre 2Agosto 2009, dieci anni dopo la vittoria di Chávez. La delinquenza è aumentata vertiginosamente, dappertutto, a qualsiasi ora. Caracas è già diventata una delle città più pericolose al mondo. Per correre meno rischi conviene vestirsi in modo più che modesto, e meglio ancora, farsi passare per “chavista”: maglietta con il ritratto del Che Guevara, fazzoletto rosso al collo, jeans malandati, sandali di gomma infradito, e niente borsa, solo una busta di plastica del supermercato. Passeggio a piedi nella zona pedonale, quella che aveva negozi e ristoranti eleganti e che ormai è diventata zona “rossa” perchè fa parte di un municipio dello stesso colore. Scavalcando la merce dei venditori ambulanti mi avvicino a una vetrina di oggetti di ceramica che stonano in questo contesto: è una piccola galleria d’arte, sopravvissuta alla strage di cose belle perché l’estetica è stata la prima vittima della “revolución bonita”. Busso alla porta, ben chiusa da due imponenti catenacci. La commessa, con faccia di panico, socchiude con cautela e mi esamina dall’alto in basso. “Vorrei vedere quella statuetta di ceramica…”. Sempre con la porta socchiusa e senza preamboli mi dice il prezzo, convinta che sia molto al di sopra dei mezzi di una chavista cosí mal vestita. Insisto: “per cortesia, vorrei vederla, mi interessa”. Guarda intorno, apre in fretta e richiude subito la porta alle mie spalle, non sia mai che io sia accompagnata da un complice armato. Prendo in mano la statuetta, che raffigura una ragazza, e confermo quello che sospettavo: indossa una bandiera venezuelana con sette stelle invece delle otto ufficiali. A furia di cambiare il paese, Chávez ha cambiato anche la bandiera, e quella con solo sette stelle è una rarità difficilissima da trovare, è un simbolo dell’opposizione.“È molto bella, la prendo. Posso pagare con American Express in dollari?” Lo sguardo della commessa passa velocemente dalla perplessità allo stupore e all’indignazione: ma guarda un po’ questa chavista stracciona che usa lo strumento simbolo del capitalismo, la carta American Express, per di piú in dollari, quindi ha un conto all’estero, e compra una cosa così cara, e che per giunta rappresenta la vecchia bandiera… chissà dove li ha rubati, i soldi, chavista corrotta! “Ah dimenticavo, per favore, me la imballa bene perché il viaggio fino in Europa è lungo ed è una cosa fragile.” Dall’indignazione all’odio: disgraziata chavista talmente corrotta che si dà il lusso di abitare in Europa, che schifo questo governo. Ecco l’odio – profondo, intollerante – tra chi approfitta del regime e chi ne è tagliato fuori.

Da una società senza complessi alla spaccatura

Sono bastati meno di dieci anni per cambiare profondamente il carattere del paese. L’odio come pilastro della vita politica, in questo caso tra chavistas e “escuálidos” (gli squallidi è il nome meno insultante usato per identificare chiunque si opponga al regime), è un fenomeno nuovo, ma cresciuto in fretta, che ha spaccato il tessuto sociale fin dentro le famiglie. L’immigrazione spagnola, italiana, portoghese, libanese, ebrea, siriana, e lo spirito senza complessi dei Caraibi avevano creato un allegro miscuglio di razze, religioni, condizioni, caratterizzato da molta auto-ironia, irreverenza e familiarità. L’integrazione di immigranti e la mobilità sociale sono sempre state molto piu’ elastiche qui che in altri paesi della regione. Qui guai a chi è arrogante e si prende sul serio; qui “negro, negrito” è un termine affettuoso e vale per tutte le sfumature di mulatti, anche quelle piu’ chiare; non dare del “tu” a qualcuno della tua età 5 minuti dopo averlo conosciuto è offensivo. L’odio l’ha introdotto Chávez fin dai primi discorsi dopo la vittoria elettorale, quando disse in tono rabbioso, non scherzoso, che bisogna “friggere in olio bollente le teste dei politici del vecchio regime”, che va bene rubare ai ricchi perché essere ricchi è una cosa “cattiva”, e che bisogna fare la guerra ai “nemici” della rivoluzione. L’odio è rapidamente diventato un modo di governare, il marchio di fabbrica del chavismo, e ancora di piu’ del suo erede il madurismo, dal 2013 in poi.

 

Il secondo nuvolone nero: la colonizzazione cubana

Cubans go home

Hugo Chávez insieme a Fidel Castro

Hugo Chávez insieme a Fidel Castro

La mattina dopo, alle 6 am, sono nella stessa strada pedonale per mettermi in coda: devo rinnovare la mia carta di identità approfittando di un’operazione speciale che evita di fare il rinnovo al Ministero degli Interni e che in teoria accelera il procedimento. In teoria, perché in effetti la fila è lunga più di 2 chilometri. Verso le 13, sole tropicale permettendo, è il mio turno, sono arrivata alla fine della fila, cioè un capannone di tela che protegge dei computer modernissimi e che funge da Ministero provvisorio. La ragazza incaricata del rinnovo controlla i documenti, mi dice di firmare qui e poi qui, di mettere l’impronta digitale qua, e di fare la foto là. Ora tocca a me passare velocemente dalla perplessità allo stupore e all’indignazione: questa ragazza ha un inconfondibile accento cubano. È cubana. Tutto intorno sento lo stesso accento: gli altri impiegati incaricati del rilascio delle carte di identità sono tutti cubani. Vedo scambi di sguardi stupiti tra le persone che erano in fila vicino a me, ma nessuno osa fare commenti. Siamo circondati da soldati armati fino ai denti. Non si sa esattamente quanti sono i funzionari cubani che poco a poco hanno preso il controllo di molte istituzioni statali, in particolare tutto ciò che riguarda i documenti di identità, fondamentali per votare. Anche io passo dall’indignazione all’odio. Com’è possibile che la poverissima Cuba si stia impossessando delle redini del paese più ricco dell’America Latina? Ecco l’odio – profondo, intollerante – tra l’invasore straniero imposto dal regime e chi rifiuta di accettarlo. I cubani (non quelli esiliati a Miami) erano sempre stati visti come vicini simpatici: la musica e la cucina sono simili, il mare e il clima sono uguali. Il castrismo, fino a quel momento, era considerato un curioso rimasuglio della guerra fredda, ormai scaduto e inoffensivo.

Il colonialismo, fase suprema del castrismo

Fidel e Raúl Castro hanno conquistato il Venezuela senza sparare un colpo, invitati e accolti a braccia aperte, con un’ingenuità disarmante, sia da parte di Chávez che di Maduro. E hanno colonizzato il paese, realizzando un progetto che Fidel aveva in mente fin dall’inizio del suo governo per avere accesso alla ricchezza energetica del Venezuela. Infatti, nel lontano 1967, il governo cubano organizzò lo sbarco di un centinaio di guerriglieri cubani a Machurucuto, una meravigliosa spiaggia di sabbia bianca vicinissima al Paradiso e a circa 175 chilometri a est di Caracas. Il piano prevedeva di accendere focolari di guerriglia nelle montagne che circondano la capitale, e di far cadere il governo democratico. Il piano fallí, i guerriglieri furono arrestati o uccisi dall’esercito nazionale, ma Fidel, testardo, giurò di aspettare un’altra occasione. Eccola. Oggi i cubani infiltrati in pianta stabile e in posti neuralgici, nelle alte sfere dell’esercito, nella politica estera, nelle decisioni economiche, sono tra 30.000 e 50.000. Il G2, il servizio segreto cubano, uno dei più efficienti al mondo, sta qui come a casa sua. L’obiettivo è una colonizzazione economica e non solo politica. Il Venezuela è l’ossigeno che fa respirare la fragile economia cubana, e quindi il regime castrista. E Maduro è la sua marionetta: il suo cervello è stato lavato, uuups scusate, educato a Cuba prima che diventasse un lider sindacale e poi, guarda caso, guardia del corpo, uomo di fiducia e delfino di Chávez, e infine marito dell’avvocatessa che difese Chávez durante i suoi anni di carcere.

 

Il terzo nuvolone nero: incompetenza, o peggio, corruzione

Come distruggere la gallina dalle uova d’oro

Bisogna essere particolarmente bravi per far fallire l’economia di un paese che ha le riserve petrolifere più grandi al mondo (più dell’Arabia Saudita), oltre a una lista interminabile di ricchezze minerali, e un potenziale agricola invidiabile. Il tallone di Achille è, ed è sempre stato, proprio il petrolio (“l’escremento del diavolo” come disse il venezuelano che creò l’OPEP) fonte del 95% del reddito nazionale, ma che rappresenta un rischio perché troppo volatile: basta che il prezzo internazionale scenda, ed ecco la crisi, com’è successo in particolare negli anni 80 e 90. Durante gli anni di Chávez, dal 2004 al 2013, il prezzo è salito fino a circa 120$ il barile, creando una manna di redditi 3 volte più grande che tutto il reddito petrolifero da quando è stato aperto il primo pozzo nel 1925. La pioggia di dollari è stata spesa senza misura, come se il valore del barile esportato fosse di 200$, cioè ben oltre il reddito già straordinario di 120$. La folle smania di spendere si è tradotta in enormi prestiti all’estero (solo i prestiti cinesi, ad esempio, ammontano a 56.000 milioni di dollari, cioè il triplo del valore delle esportazioni dell’anno 2007), programmi sociali insostenibili e progetti faraonici destinati soprattutto a riempire i conti all’estero dei gerarchi del regime. Durante l’estate 2014, il prezzo internazionale del petrolio è precipitato, e oggi è intorno ai 50$. Se aggiungiamo l’inflazione del 6000% all’anno, la caduta del PIL del 35% rispetto al 2013, la diminuzione della produzione petrolifera, la paralisi di tutte le imprese pubbliche e delle poche private ancora vive, è facile capire il collasso di tutti i servizi sociali e la mancanza di dollari per importare anche le cose piú necessarie come medicine.

La gallina dalle uova d’oro del Venezuela non era solo il sottosuolo, ma anche l’impresa statale incaricata della produzione e dell’esportazione del petrolio: Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), impresa nazionalizzata nel 1976 da un governo democratico, era una delle tre imprese petrolifere più importanti al mondo prima del chavismo. Un gioiello di alta tecnologia e di alto valore strategico data la vicinanza del suo primo mercato, gli Stati Uniti. Ma nel 2003, dopo due mesi di sciopero generale, compreso lo sciopero dell’impresa statale in protesta contro Chávez, il governo licenzió piu’ di 20.000 ingegneri, tecnici specializzati e managers di PDVSA su un totale di 35.000 impiegati. Negli anni successivi, questa mano d’opera preziosa è stata gradualmente reclutata da imprese petrolifere ed energetiche del mondo intero, dalla Norvegia all’Australia, dal Qatar al Canada. È stata la prima ondata di emigrati venezuelani, professionisti qualificati e rari, una diaspora di lusso. La produzione di petrolio, che superava i 3.7 milioni di barili al giorno nel 1998, è scesa a circa 1.5 milione. Incendi di raffinerie e incidenti vari per la mancanza di manutenzione e investimenti, oltre a una gestione irresponsabile destinata a usare PDVSA come strumento politico, hanno ucciso la gallina. Quasi la metà dell’esportazione di petrolio rifornisce Cuba (gratis, a cambio di “esperti” cubani, come ad esempio medici – o meglio, spie con studi di medicina — per i centri di salute creati da Chávez nei quartieri poveri, oggi abbandonati). Un’altra parte va a imprese cinesi o russe per pagare i colossali debiti accumulati da Chàvez e poi da Maduro. Rimane una parte, sempre piu’ ridotta, venduta agli Stati Uniti, ogni giorno piu’ autosufficienti e meno dipendenti dalle importazioni venezuelani.

Vediamo chi ruba di più

venezuelaborderGli scandali di corruzione degli anni prima del chavismo sembrano giochetti per l’asilo infantile. In Andorra, dove il segreto bancario non c’è più dall’anno scorso, un giudice sta indagando sulle origini di numerosi conti con numerosi zeri, intestati a imprese o individui vicini a Chávez e a Maduro. Si parla di cifre da capogiro, ad esempio un prestito di 16.200 milioni di euro di un’impresa cinese per finanziare progetti vari a cambio di petrolio, con tangenti del 10% per ogni contratto. L’imprenditore Diego Salazar, cugino dell’ ex-ministro del petrolio Rafael Ramírez (lo “zar” del petrolio, ora caduto in disgrazia) avrebbe incassato, da solo, sempre in Andorra, tangenti per 40 milioni di euro grazie a contratti con un’impresa cinese. Durante vari anni, la sua rete di imprese, secondo i documenti dell’inchiesta citata da El País, ha usato la banca andorrana per pagare colossali tangenti legate a appalti di PDVSA.

Ma i più furbi sono i militari. Il Decreto presidenziale No. 2.231 del 10 febbraio 2016 autorizza i militari ad effettuare qualsiasi tipo di attività in materia di petrolio, gas e risorse minerali. La Compañía Anónima Militar de Industrias Mineras, Petrolíferas y de Gas – Caminpeg è un ente di natura giuridica ed economica poco chiara, eccetto il fatto che dipende dal Ministero della Difesa. E cosi’ quando i militari non si arricchiscono con il narcotraffico – operazioni piú o meno clandestine e rischiose – si arricchiscono facilmente con concessioni date a imprese russe o cinesi, per giunta con la copertura legale del Decreto.

 

Il quarto nuvolone nero: le amicizie pericolose

Il capitalismo, fase suprema del comunismo cinese

In America Latina i libri sulla penetrazione del capitalismo degli Stati Uniti iniziata nel XIXmo secolo occupano biblioteche intere. Quelli sul capitalismo cinese, invece, sono ancora troppo pochi per capire fino a che punto, in vari paesi della regione ma soprattutto nell’El Dorado venezuelano, sta sostituendo il precedente. Ma quello che è sicuro è che le ricchezze del Venezuela sono un obiettivo primordiale per il governo e le imprese cinesi. E anche in questo caso, come per i cubani, gli interessi cinesi sono stati accolti senza riserve, prima da Chávez, poi da Maduro. Tutto ció che è diverso dagli Stati Uniti (“l’impero”) è benvenuto, anche se in fondo è simile.

Russi, siriani, iraniani, narcos e la guerriglia colombiana: non manca nessuno

Chávez ha aperto, ha spalancato la porta alle operazioni finanziare meno trasparenti e più losche della storia del paese. Oltre ai cinesi, altri invasori stranieri sono entrati seguendo la scia dei cubani, ognuno con la sua specialità e molti con chiare intenzioni criminali: i russi hanno preso di mira l’impresa di distribuzione del petrolio di PDVSA negli Stati Uniti e le miniere della zona dell’Orinoco, lontano da occhi indiscreti e dove la protezione ambientale è un concetto sconosciuto. Gli iraniani hanno aprofittato dell’amicizia di Chávez con l’ex-presidente Ahmadineyad per allargare la loro presenza nella regione insieme a quella della milizia libanese di Hezbollah, e rinforzare i legami con i narcos messicani e colombiani.

Il VicePresidente di Maduro, Tarek El Asseimi, fedelissimo di Chávez, è figlio di un esponente del partito baas siriano e di una libanese, è ricercato da Interpol e dalla Drug Enforcement Administration degli Stati Uniti, e si sospetta che aiuti guerriglieri islamisti non soltanto con risorse finanziare ma anche con il rilascio di passaporti venezuelani, per farli viaggiare tranquilli.

La guerriglia colombiana (FARC) è stata appoggiata da Chávez non solo con conti in banca e con armi, ma anche sul terreno, offrendo rifugi sicuri vicino alla frontiera, in territorio venezuelano. Ora che è stata firmata la pace tra FARC e il governo colombiano, dopo 50 anni di guerra civile, si teme che vari gruppi di guerriglieri opposti al trattato si siano trasferiti in Venezuela, con l’appoggio del governo di Maduro, pronti a tornare in Colombia al momento opportuno.

 

Il quinto nuvolone nero: lo sfacelo economico e politico

Una distruzione peggiore della Grande Depressione degli anni 30

Il collasso del sistema produttivo è iniziato nel 2004, quando Chávez si è tolto la maschera e ha lanciato politiche degne di tutte le etichette dell’estrema sinistra – marxista, leninista, sovietica o cubana, fa lo stesso. Ha espropriato, insultato, minacciato imprese di tutti i settori, dai supermercati privati all’industria di acciaio e alluminio, che erano già statali. L”oligarchia” nazionale e straniera ha chiuso i battenti, e le imprese nazionalizzate non hanno potuto sostituire la produzione, specialmente ora che non ci sono investimenti né dollari per importare macchine, pezzi di ricambio, materie prime. La caduta delle importazioni è dell’80% dal 2014 ad oggi. Scarseggia tutto, dalla carta igienica alla carta per stampare passaporti, dagli antibiotici all’acqua, dal pane alle batterie per auto. La stampa satirica annuncia che un pupazzo della pubblicità Michelin è stato trovato squartato in un garage che vendeva pneumatici. Secondo il governo, la colpa è sempre della “guerra economica” scatenata dall’”Impero” contro la rivoluzione.

Lo stipendio minimo è di circa 30 dollari al mese (meno di 10 al tasso del mercato nero): è sceso del 75% in termini reali, senza inflazione, negli ultimi 5 anni. Con questo stipendio, nel 2012, si potevano comprare 52.854 calorie, ora soltanto 7.000. Tradotto in una sola parola: fame. La situazione negli ospedali pubblici, che erano un modello in America Latina, è gravissima: è riapparsa la malaria (eradicata nel 1961, prima che negli Stati Uniti), i casi di tubercolosi e morbillo sono esplosi, per i neonati prematuri non c’è niente da fare, e oltre alle medicine mancano medici, chirughi, infermieri. Le università pubbliche, che erano gratuite e di buonissimo livello, si svuotano non solo per mancanza di professori e di studenti, ma per mancanza di un futuro dignitoso. Nelle scuole elementari i bambini svengono in classe perchè non hanno fatto colazione. Il tasso di povertà è aumentato dal 48 all’82% tra il 2014 e il 2016. Si calcola che per riattivare l’economia, recuperare un PIL positivo, ridurre il deficit a livelli ragionevoli, e iniettare un minimo di fiducia ci vorranno almeno 30.000 milioni di dollari – il triplo dell’assistenza finanziaria alla Russia post-sovietica. Da un secolo a questa parte, in nessun paese al mondo si è vista una distruzione economica di questa dimensione.

I cinesi, prudenti, sembra che abbiano preso un po’ di distanza, ma i russi, invece, si fanno avanti come avvoltoi: nel 2016, per pagare i suoi creditori di Wall Street, il Venezuela ha ottenuto un prestito di 1.500 milioni di dollari dall’impresa petrolifera Rosfnet (grazie, Signor Putin), con la garanzia collaterale del 49,9% delle azioni di CITGO, l’impresa proprietà di PDVSA che distribuisce benzina a circa un quarto del mercato statounitense.

Nel frattempo, il governo di Maduro fa esperimenti che mischiano la politica monetaria con l’esoterismo. Per liberarsi dalla continua svalutazione della moneta nazionale, il bolívar, ha lanciato una criptomoneta, un bitcoin battezzato Petro, ma senza chiarire su cosa si basa il valore di questa moneta virtuale: sui prezzi volatili del petrolio? O sulle riserve in oro della banca centrale che non si sa bene dove sono andate a finire? Mentre gli economisti cercano di capire come, e se, funzionerà, c’è chi ha scoperto che nella cultura vudú “Petro” o Petwo o Pethro è uno degli spiriti più bellicosi, e il suo colore è, logicamente, il rosso. Un altro metodo molto scaltro per combattere l’inflazione è di togliere zeri: Maduro ha presentato il nuovo biglietto da 100 bolívares “sovrani”, equivalente a 100.000 bolívares attuali. Ce ne vogliono 200.000 (1 dollaro) per pagare un caffé.

Democrazia? Cos’è?

La distruzione economica si misura in cifre. Quella politica si misura, ad esempio, in:

prigionieri politici (237 in febbraio di quest’anno) e altre violazioni dei diritti umani;

– gruppi paramilitari chiamati “colectivos”, armati e protetti dal governo, simili alle milizie fasciste o naziste, che invece dell’olio di ricino usano pallottole e altre armi;

– morti durante manifestazioni di protesta contro il regime (163 giovani uccisi dalle forze dell’ordine tra aprile e luglio 2017, 121 secondo il governo, ma ad ogni modo piú di uno al giorno, e molti per colpa dei “colectivos”);

elezioni truccate con intensità variabile dal 2004 in poi, usando macchinette elettroniche “Smartmatic” (impresa che ha denunciato la frode elettorale dell’agosto scorso) che creano, ad esempio, un’”Assemblea Nazionale Costituente” parallela all’Assemblea eletta in dicembre 2015 dove l’opposizione ha la maggioranza;

– nominazioni di giudici e sentenze di tribunali, compresa la Corte Suprema, dettate dall’esecutivo;

– tasso di omicidi che rimangono impuni: 80% (89 omicidi per 100.000 abitanti);

– un’amministrazione pubblica completamente politizzata (i tecnocrati sono una specie estinta) e in molti ministeri o imprese statali, controllata da militari;

– un Consiglio Nazionale Elettorale (potere in teoria indipendente e garante di elezioni pulite) visibilmente al servizio del governo;

– programmi e manuali scolastici obbligatori che rivedono la storia in modo politicamente corretto, e insegnano che il 4 febbraio, giorno del colpo di stato fallito di Chávez contro un governo democraticamente eletto, si celebra il “giorno della dignità”;

un flusso di emigranti mai visto in un paese che non è in guerra (35.000 al giorno, fino al mese scorso, registrati legalmente alla frontiera terrestre con Colombia, ora chiusa, ossia piú del flusso di siriani al culmine della guerra nel 2017; si calcola che la diaspora totallizza tra 2 e 3 milioni di persone in 94 paesi, ossia il 10% della popolazione, di cui 1.6 milioni sono emigranti legali, secondo l’OIM, e circa 145.000 richiedenti asilo politico);

– minacce e ritorsioni contro chi esprime opinioni “sbagliate” o vota contro il regime (il voto è segreto, ma è facile far credere che i marchingegni elettronici possano sapere per chi hai votato, e forse lo sanno davvero);

– botte a parlamentari dell’opposizione, anche dentro al palazzo legislativo;

– distribuzione o vendita di alimenti, accesso a servizi di salute o educazione, e agevolamenti vari riservati a chi ha il “Carnet de la Patria”, la nuova carta d’identità legata all’appartenenza al partito del regime;

– fake news a ruota, che farebbero impallidire Trump.

In teoria, i partiti stanno ancora là. La nuova Costituzione voluta da Chávez nel 1999, poi da lui stessa calpestata e ora dimenticata da Maduro, è democratica. L’opposizione c’è. Ma non è un fattore di cambio. Non solo perchè non riesce a vincere nessuna elezione (eccetto quella legislativa del 2015), ma perché non riesce a presentarsi alla popolazione, specialmente quella chavista / madurista, come un’alternativa realista e convincente. Non ha un programma, nè un messaggio, uno slogan che indichi come pensa di ricostruire il paese. E non ce l’ha perchè non è un’opposizione ma varie opposizioni, cioè una federazione indisciplinata di una dozzina di partiti, movimenti, gruppi, di cui alcuni appartenenti alla vecchia classe politica della democrazia nata nel 1958 e altri apparsi negli ultimi anni. Di leader ce ne sono vari, troppi, e se sono troppi è come se non ce ne fosse nessuno. Per non parlare dei numerosi leader o potenziali leader in esilio, in carcere, agli arresti domiciliari, o privati di libertà politiche.

 

Il sogno di tornare al futuro

Su Facebook i “guerrieri della tastiera”, cioè gli emigrati o rifugiati venezuelani sparsi nel mondo intero, nostalgici e depressi, si sfogano caricando post di insulti contro il regime e video di com’era bello questo paese prima della tragedia chavista. Ma com’era veramente, prima? C’era una democrazia vecchia di 40 anni, certamente non perfetta ma di gran lunga la migliore in una regione ammalata di dittature feroci. C’era un’economia prospera, finanziata essenzialmente dall’oro nero, capace di dare servizi gratuiti di salute e educazione di qualità a tutta la popolazione – fino agli anni 80, quando la caduta del prezzo del petrolio, politiche sbagliate e crescita demografica hanno fatto deragliare lo sviluppo e hanno accentuato disuguaglianze sociali distrattamente sottovalutate dai politici di turno. Chávez e il chavismo / madurismo sono figli di questo processo, certamente, ma fino a un certo punto, perchè sarebbe ingiusto e miope ignorare il ruolo di fattori esterni, come l’infiltrazione cubana o il narcotraffico.

Ad ogni modo, queste ginnastiche intellettuali sono utili solo per capire e fare esami di coscienza, ma per ricostruire servono azioni adatte alle circostanze attuali, non a quelle del passato. E quando inizierà il futuro? Di fronte alla complessità della situazione, chi fa pronostici è un incosciente. Il chavismo/madurismo può finire domani con un colpo di stato di militari scontenti della spartizione delle ricchezze dell’Orinoco, oppure con una rivolta incontrollabile dei quartieri popolari, stanchi di saccheggiare supermercati vuoti, così come può durare 50 anni come il regime cubano, vivo e vegeto dal 1959. Il prossimo 20 maggio ci saranno elezioni presidenziali, con 2 candidati: Maduro e Henri Falcón (soprannominato Falsón), ex-chavista, che si presenta come “oppositore” ma senza l’appoggio dell’opposizione. Cuba farà del suo meglio per assicurarsi che la sua colonia continui ad essere sotto controllo.

L’8 agosto 1999 Mario Vargas Llosa, lo scrittore peruviano premio Nobel di letteratura, pubblicò un editoriale intitolato “Il suicidio di una nazione”. Si puó suicidare una nazione? Sembra di sí. Molti lo accusarono si essere esageratamente pessimista, anzi, reazionario di fronte a un nuovo governo “anti-sistema”. Rileggo quell’editoriale e non riesco a trovare nulla di sbagliato, anche se Vargas Llosa, nelle sue vesti politiche e non letterarie, non mi piace molto. Ma preferisco rileggere Cecità, di José Saramago, perchè l’allegoria di una società che diventa poco a poco cieca mi sembra piú vicina alla realtà.

Però per spiegare l’inspiegabile alle mie nipotine, per usare termini e concetti semplici, racconterò come si fa per uccidere una rana: si mette la rana in un pentolone, si riempe d’acqua, si mette il pentolone sul fornello, e si alza gradualmente la fiamma, in modo da farla cuocere poco a poco. Senza che se ne accorga. Al principio la rana crederà che è uno scherzo e riderà. Quando smetterà di ridere sarà troppo tardi, la tragedia sarà già in corso.

Manuela Tortora, venezuelana, ex-funzionaria di carriera dei governi democratici tra il 1980 e il 1994.