“La vita è una cosa dura, cattiva”: Sue Lyon è stata più anticonvenzionale della Lolita che ha interpretato per Kubrick. La Fallaci la adorava

Posted on Gennaio 10, 2020, 9:14 am
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“’Sta Sue Lyon, chi sarebbe?”, domanda una Anna Magnani annoiata, infastidita, al Festival del Cinema di Venezia: è il 1962, e lei sta lì perché è la Mamma Roma di Pasolini, e l’attrice di cui chiede lumi è la Lolita di Kubrick, la ninfetta che fa impazzire il prof. Humbert, e i fotografi e i cronisti accorsi al Lido a riverirla. E come la Magnani, in molti magari si sono chiesti chi fosse questa Sue Lyon morta lo scorso 26 dicembre: i media se ne sono occupati distrattamente, postando necrologi svogliati, raffazzonati da Wikipedia. A loro discolpa va il fatto che da ben 40 anni Sue Lyon era finita nel dimenticatoio, a essere onesti anche da prima, precisamente da quando lei si mise contro Hollywood, e il suo perbenismo, la sua mediocrità. La vita vera di Sue Lyon è stata mille volte più intensa di quella recitata sullo schermo: più impulsiva, più anticonvenzionale, di ogni fantasiosa, perversa, letteraria Lolita.

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Sue Lyon nasce nel 1946 a Davenport, Iowa, quinta figlia di una famiglia poverissima, toccata dalla malasorte: il padre muore quando Sue ha pochi mesi. Quando Sue ha 6 anni, la madre la prende e la porta in California, a Los Angeles, direttamente ai provini per farla entrare nel dorato mondo dello spettacolo: è il sogno di Bellissima, della Magnani di Visconti, che qui diventa realtà perché Sue viene presa per spot e serial tv. A 15 anni, il salto: è scelta da Stanley Kubrick, con la decisa approvazione di Nabokov, per interpretare la sua Lolita a fianco di James Mason e Peter Sellers. Il film Lolita è un successo – e uno scandalo – mondiale: Sue Lyon ottiene una nomination all’Oscar e vince un Golden Globe come migliore attrice esordiente. Sue diventa la stellina che tutti vogliono e inseguono, in Italia ci riesce Oriana Fallaci che al Festival del Cinema ne ottiene un’intervista per L’Europeo: Oriana mente alla Magnani che a Venezia la ferma per chiederle notizie della nuova divetta: “Una cosina da nulla, una bambola bionda, una bambina che vuole interpretare la vita di Marilyn Monroe: sostiene che pur così giovane le assomiglia moltissimo!”. Invece Sue Lyon incanta la Fallaci per la sua maturità, la sua coscienza civile contro il segregazionismo americano e la politica razzista dei governatori del Sud, per il suo indignarsi di non poter votare (“le sembra giusto che tanti adulti rimbambiti lo possano fare, e io no?”), la sua voglia di parlare coi russi in piena guerra fredda. Sue Lyon a 16 anni crede in Dio ma a modo suo: “In famiglia sono religiosi, io non vado in chiesa e non mi sono mai posta il problema. Dio per me è vivere e morire, ed è anche qualcosa che si vede e si tocca. Non temo la morte, morire è logico, ma pregare è inutile. Siamo tutti soli, sempre, e dobbiamo cavarcela da soli”.

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Passano due anni, gli stessi che Sue Lyon trascorre dopo Lolita senza fare film: è il 1964 e Sue Lyon è a Londra per la prima de La notte dell’iguana, film da lei interpretato per la regia di John Huston. La Fallaci chiede e ottiene una nuova intervista e si trova davanti una ragazza neo18enne, neodiplomata, che con i soldi di Lolita si è comprata una Mercedes e una casa piccola “piena di elettrodomestici, ma che pulisco da me”. Ma Sue è anche una 18enne “dura, consunta, invecchiata dentro”, sposata per 10 mesi e già divorziata da Mario Hampton Fancher III “aspirante scrittore, aspirante attore, aspirante regista, aspirante non so che”, di sicuro un marito che Sue si porta in Messico sul set di Huston, e che dal regista si fa cacciare. Secondo Sue Lyon, Huston è “un uomo strano, che ha un modo strano di infastidirti, qualsiasi cosa tu faccia”. E Richard Burton, suo partner nel film, “io credevo fosse un attore serio. E probabilmente lo è. Con me, no. Sul set scherza sempre, troppo, distraendo le persone”. Più che distraente, in quel periodo Burton era perennemente ubriaco. La notte dell’iguana è un set pieno di litigi, permalosità, tra attori, e tra congiunti degli attori. Il guaio maggiore per Sue Lyon è Liz Taylor, sul set in quanto signora Burton: “Stava là, senza muoversi, tutto il santo giorno, seduta, a giudicarmi, guardarmi…”.

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Sue Lyon smentisce alla Fallaci le voci su un suo flirt con James Mason, ma quello che alla Fallaci non dice è che lei da tempo è in cura da uno psichiatra poiché vittima di sindrome maniaco-depressiva. Seguono altri film, tra cui Missione in Manciuria di John Ford, e L’investigatore, con Frank Sinatra, sempre con Sue Lyon nel ruolo di giovane tentatrice, di pericolosa insidia femminile. Nel 1971 Sue s’innamora e si sposa di nuovo: lui fa il fotografo e l’allenatore di football, si chiama Roland Harrison ed è afroamericano. Nero. Questo matrimonio ‘misto’ chiude a Lyon le porte di Hollywood: è giusto marciare per l’integrazione, la pace, il progresso, sono belle azioni, parole, la realtà è però fatta di silenzi, di un telefono che non squilla più, di lavori sfumati, di ostracismo. Ed è inutile far notare che negli stessi anni anche Sammy Davis Jr., ha sposato una svedese, bionda, e bianca: Davis è un nero, è indubbio, è un attore, certo, ma è un uomo. A Sue Lyon, donna, un tale sgarbo, un simile affronto sociale non viene perdonato, meno che mai che tale unione ‘proibita’ abbia dato alla luce una figlia, Nona. Sue e Roland lasciano gli Stati Uniti, si trasferiscono in Spagna, dove Sue gira film di scarso successo: e l’amore con Roland si spegne presto. Sue divorzia e torna in patria, tenta di ricostruirsi una carriera, non le riesce, ma s’innamora ancora: lui si chiama Gary ‘Cotton’ Adamson, vive in Colorado, esattamente in prigione perché colpevole di omicidio e rapina. Per lui Sue diventa attivista per i diritti dei carcerati, lascia il cinema per un lavoro da cameriera in un bar: Sue sposa Cotton in carcere, poco dopo lui esce, fa subito un’altra rapina, rientra in galera. Divorziano. Sue, di nuovo sola, ritenta col cinema, fa film di serie B. Dopo Alligator, horror datato 1980, si ritira dalle scene. Si risposa per la quarta volta nel 1984, divorzia l’anno dopo, si sposa ancora nel 1985, con Richard Rudman, ingegnere radio: e questo è l’unico amore che le dura più di un anno, addirittura fino al 2002.

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La Lolita di Kubrick è meno scabrosa di quella girata da Adrian Lyne nel 1997, con Dominique Swain e Jeremy Irons. Le scene più spinte furono tagliate da Kubrick per ingraziarsi quelli del codice Hays e il Vaticano. La Lolita di Kubrick fu distribuita negli USA con il divieto ai minori di 18 anni, e Sue Lyon poté entrare e vedersi al cinema solo in Inghilterra, dove il divieto riguardava i minori di anni 16. Ha detto Sue Lyon a Oriana Fallaci: “La vita è una cosa dura, cattiva. È necessario accettare cose che non ci piacciono per arrivare dove si vuole. Ma se una cosa è necessaria, per me va bene anche quando va male. Piace anche quando dispiace”.

Barbara Costa