“Dario Bellezza ha salvato una generazione di poeti e la sua poesia è la più grande riflessione politica sull’Italia postdemocratica”: dialogo con Arnaldo Colasanti

Posted on Agosto 20, 2019, 6:39 am
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Siamo nell’agire dell’emergenza – e va custodito, il suo urlo, cucciolo di tigre. C’è perfino una docenza nel precipizio. Lo vedo così, il gesto critico di Arnaldo Colasanti: visto che la poesia non ha più credito né carisma – avvilita, piuttosto, segno apocalittico madornale per cui l’autentico è confuso per fasullo e viceversa, da orde di lirici presunti, patentati, spazientiti, che si leggono tra loro, senza leggere, in favore di faro della celebrità – tanto vale non credere in altro, e gettarsi. Il suo “Progetto di critica della poesia contemporanea” – di cui questo foglio digitale ha già dato spazio – che s’intitola “Cantieri del Nord” è così assurdo da apparire come un monastero. Colasanti, in pellegrinaggio editoriale – nel senso che pubblica qua e là, per lo più con piccoli editori di genio – compila studi miliari sui grandi poeti di oggi. Dopo Claudio Damiani (Castelvecchi, 2018) e Valerio Magrelli (Quodlibet, 2018), ora è la volta di Dario il grande. La poesia di Dario Bellezza (CartaCanta, 2019), poi toccherà a Giancarlo Pontiggia e ad Amelia Rosselli, sono già previsti volumi dedicati a Pietro Tripodo e a Milo De Angelis, e via, in questa sorta di lavoro enciclopedico e mistico insieme, non cattedratico, piuttosto, catturare la cattedrale. Ma chi glielo fa fare?, verrebbe da dire. Non c’è altro da fare, in effetti, dovremmo rispondere, all’acme della ragionevolezza, per non vivere quella che Jakobson diceva Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Qui, ora, non c’è neanche la dissipazione (la dispersione), ma il rebus dell’oblio, lo stato vegetativo, lo status del poeta che decora una sala della Feltrinelli, la contraffazione dei segni (cioè: il regno del signore delle mosche), la poesia che sbeffeggia la poesia, la non-poesia ostentata come poesia, brandita come un incensiere. Eppure, “Vale tutta la vita vivere nella dolcezza folle della poesia”: con questa frase Colasanti chiude il libro su Bellezza. Non c’è ingenuità, ma limpidezza: la poesia di Bellezza – come quella dei poeti interpellati e letti da Colasanti con la stessa energia con cui si leggono i ‘classici’, eccola la rivoluzionaria dedizione – è attraversata in un esercizio di perdizione e di ricerca, dove c’è Dio e Minotauro, Hegel e García Lorca, “la cronaca dei giorni” e la scala del Paradiso, Elsa Morante, Sandro Penna e il tuono di ricordi di sanguinosa vivezza, in questo “poeta di segreti inconfessabili”. D’altronde, la poesia esige tutto – foss’anche la morte del poeta – per dare ai propri denti natura di rivelazione. “La letteratura di quegli anni è stata clamorosamente una grande tragedia irrisolta… Ci voleva dunque un urlo liberatorio e quell’urlo fu straziante, atroce, scandaloso, elegiaco, quasi oltre la barriera della sonorità di una generazione”, scrive Colasanti. Prima, ne aveva scritta un’altra, di eclatante innocenza – perché è crudele l’innocenza. “La poesia ci ha salvati”. (d.b.)

Dario Bellezza: perché, ora, lui? Come si insedia nel tuo lavoro Cantieri del Nord?

Bellezza e i poeti e scrittori, specie romani, a lui contemporanei non ha potuto evitare il tema storico della “morte della letteratura”. Ma qui è la differenza della sua poesia. Bellezza, attraversando a pieno questo tema delirante, ha gridato le ragioni della poesia, ci ha dato l’“urlo” di una poesia che poteva essere ancora poesia, ovvero la sua unità con la vita. Bellezza è per me chi ha salvato un’intera generazione di poeti giovani (per esempio, la mia generazione: la rivista “Braci”), offrendo la radicalità di una poesia che voleva fortemente riproporre il senso delle cose. In tale prospettiva, Bellezza ha stretto a sé la radicalità di Attilio Bertolucci con quella di Elsa Morante: lo stesso Pasolini o Penna sono stati collocati in una genealogia mitica finalmente non più gerarchica, che appunto presuppone ma non condiziona, né origina, tanto meno imprigiona la forza lirica ed etica della centralità del verso. La migliore poesia romana degli anni Ottanta nasce da questo, sebbene sia fondamentale anche il lavoro delle riviste “Niebo” e di “Scarto minimo. Non ne potevo più di vedere Dario Bellezza incastrato nel mito del maledettismo: Bellezza era ed è il poeta della pura classicità della lingua. In definitiva, ho letto Dario Bellezza fuori dallo stereotipo che ancora una volta il modernismo sperimentale ha voluto imporre. E non è un caso se ho letto, con il Polittico del sangue amaro, la poesia di Valerio Magrelli non quale la testimonianza di un ritorno all’ordine della razionalità. Ho visto il contrario: un Magrelli che è poeta dell’errore linguistico e del tic e che, in questo, sa “costruire” l’urgenza di una profonda metafisica della condizione umana, senza cadere nell’astrazione.

Dario Bellezza è centrale nella poesia contemporanea così come Amelia Rosselli, la quale sarà il tema di una tua monografia che uscirà nel 2020.

Amelia Rosselli è per me la negazione di una generica sperimentazione. Il mio studio sarà la verifica di come la norma del linguaggio, condotta sui margini dell’estremo, sia ancora una volta l’unità del significato delle cose. Come dire: la Rosselli non è il segno della faglia o peggio della pazzia; Amelia era ed è la poetessa della certezza conoscitiva.

Ti chiedo di spiegare alcune tue affermazioni. “Ho letto Dario come il grande funerale o come la terribile, inesausta, messa in scena di una resa collettiva”. Cosa significa?

Il contesto storico sono gli anni Settanta: il crollo politico del centrosinistra socialdemocratico e il passaggio, fatto abortire, ad una governabilità repubblicana. Bellezza si è fatto carico del grande funerale collettivo, ma, al tempo stesso, ha offerto alla nostra identità moderna di italiani una grammatica di dignità e una narrazione di valori pubblici condivisibili. In altri termini, la poesia di Dario Bellezza è stata la più grande riflessione politica sull’Italia postdemocratica, quella che si svela con furia dagli anni Novanta.

“La poesia ci ha salvati: è stata la nostra rivoluzione, più degli elicotteri gabbiani negli schermi in bianco e nero del cielo di Saigon. Se c’è stato qualcosa, dopo gli anni Sessanta, che abbia permesso all’Italia di resistere al suo più grande nemico – sé stessa, l’incubo di un’identità mancata e di una democrazia incompiuta e sempre rinviata – non è stato il pensiero o la politica, le grandi inchieste o il romanzo: no, è stata davvero la poesia, insieme alla poesia del cinema”. Più oltre dici: “Solo la poesia avrebbe potuto ritrovare il senso di un dolore collettivo, di un’Italia che non riesce mai, non più – che non riusciva ancora a nascere”. Che rapporto deve esserci, c’è stato, c’è tra poesia e Storia? Che legame può avere il poeta con la ‘società’?

Nel condizionale “solo la poesia avrebbe potuto” si coglie la traccia di ciò che la poesia di quegli anni ha realmente prodotto. Lei, l’Esclusa, è stato l’unico prodotto inalienabile, la vera e unica parola che ha sostenuto una democrazia senza speranze. La poesia ha ritrovato l’unità della vita dentro una storia in cui si parlava solo di terrore e di volontà di morte. La poesia di Dario è stata l’“Heu!” di cui parla Dante nel De Vulgari Eloquentia a proposito della lingua degli uomini. Come ci ha ricordato anche Daniel Ellen-Roazen, in Ecolalia: la lingua è “nell’imitazione umana di ciò che è disumano”, il ricordo di un’assenza (appunto la consonante aspirata muta “H”) in quanto l’“urlo” estremo dell’uomo-poeta. Il rapporto tra la poesia e la storia sta in questo: essere selvaggiamente contemporanei contro gli schemi ideologici che istituiscono il contemporaneo e la sua violenza storica. Dunque, essere contro il contemporaneo. Il legame reale del poeta con la società è solo la fedeltà al senso, al suo “annuncio” di lingua – quello che chiamo l’unità segreta e inenarrabile della vita con la storia.

Ma la poesia, se è, significa resistere a questa corruzione dell’animale: vale come un canto che piange e che ride, nonostante tutto il mondo e il tempo”.

La poesia è espressione e l’espressione è il tempo, cioè è la massima sospensione di un’esperienza in cui si riconosce sé stessi in ciò che risulta completamente estraneo. La grande estraneità, tuttavia, non è il mondo, giacché il mondo, per divorarci, ci offre tutti gli strumenti e le trappole per offrirsi ossessivamente come familiare, ovvero in quanto finzione. La radicale estraneità è ciò che amiamo con tutto noi stessi: la tradizione, la voce dei poeti, Democrito che ride ed Eraclito che piange. Se potessi sintetizzare il progetto dei “Cantieri del Nord” direi che non è altro che una tensione pura al comprendere, prima che al classificare.

Il mistero della poesia è prendere tutto della vita per stringerlo forte. Certo, non per rapinarlo. Perché soltanto l’appropriarsi, il ricondurre Dio in sé stessi, significa tenere chi si ama nella propria rimbaudiana eternità: vuol dire renderlo uno nel due, l’eterno nell’eterno altro”. Questo quindi è il definitivo compito della poesia?

Sì, è questo. Solo la sovranità dell’anima è la sovranità del tempo vissuto: il carpe diem, la spada di Dio, l’“anokhi” ebraico (“inclino la mia anima alla scrittura”) a cui mai sottrarsi.

Il tuo libro mi sembra un inno contro la consueta, ripetuta ‘morte della poesia’’ Se la poesia non è morta (non morirà mai) dove vive, ora?

Il prossimo libro del progetto non è quello su Amelia Rosselli, bensì è Notte Purpurea, un omaggio a Giancarlo Pontiggia (in uscita per Amos a fine 2019). Tale studio è una risposta attorno alla reale conoscenza della poesia. Insomma, la poesia vive dove non muore, dove non sopravvive. Vive incredibilmente solo nello studio e nell’ascolto ostinato della coscienza di un significato. Laddove, come in un miracolo che si ripete sempre nuovo, esperienza dopo esperienza, sa imporre l’umiltà della comprensione: il Tu e l’Io del poeta e del suo lettore. Vorrei dirti che il presente della poesia non è il successo ma la costruzione di un’immagine interiore che deve farsi spazio pubblico: la pura realtà poetica e spirituale del pensare. Ma lo so, sarò frainteso: il mondo spesso teme il vero desiderio – l’altezza delle cose.

*In copertina: Dario Bellezza (1944-1996) nel 1971, fotografato da Massimo Consoli