Torturate, decapitate, bruciate: storie di streghe, storie di donne. Dialogo con Ilaria Simeone

Posted on Dicembre 12, 2019, 7:25 am
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C’è qualcosa di più atavico – dunque, di più atroce – della rivendicazione ‘di genere’, penso, subito. C’è qualcosa che tortura, profondamente, la natura umana e il suo supremo espediente: la giustizia. A Ilaria Simeone, intanto, autrice di un libro di facile fascinazione, Streghe (Neri Pozza, 2019), chiedo ragione del sottotitolo, “Le eroine dello scandalo”: perché eroine, perché scandalo? “Leggendo le storie di queste donne, spesso umili, vessate ingiustamente, ho scoperto un inatteso eroismo. Hanno affrontato il loro destino con una forza insospettabile”. Mi colpisce la parola scandalo, perché ribalta i canoni del confronto. Il termine, usato da Paolo per identificare la vicenda di Gesù (“scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”, 1 Cor 1, 23), è incardinato, qui, sulla storia di donne giudicate degne di morte dalla giustizia della Chiesa e degli uomini. “Ho usato il termine scandalo avendo in mente le ‘pietre d’inciampo’, le piastrelle poste, in Germania, davanti alle case degli ebrei catturati e uccisi dai nazisti. Sono segni di fronte a cui ci si ferma, obbligati a pensare. Allo stesso modo, le cosiddette streghe di allora sono le pietre dello scandalo della Storia, ancora oggi”. La Simeone, dando ai documenti una statura narrativa, racconta tre episodi. Il secondo, il più abbacinante, è quello accaduto a Triora, “una sorta di crimine ‘di genere’”, mi dice l’autrice, in cui, dal 1587, trentacinque donne furono accusate di stregoneria, coinvolgendo “tre magistrature e un’inedita ferocia persecutoria”. Il primo mi conferma che questo libro affonda nell’atavico. Si racconta di Caterina De Medici, la donna data in sposa a Piacenza a tredici anni a un uomo che la obbliga a prostituirsi, più volte violata, che nel 1616 diventa, a Milano, serva del senatore Luigi Melzi d’Eril e accusata di stregoneria quando il grand’uomo prende a soffrire di stomaco: fu processata, condannata, torturata, impiccata, bruciata (muore il 4 marzo 1617). La storia, per gravità, affascinò Leonardo Sciascia, che vi scrisse un romanzo, La strega e il capitano (1986). Prima di lui la cita Alessandro Manzoni, capitolo 31 dei Promessi sposi, quando accenna al “protofisico Lodovico Settala… professore di medicina all’università di Pavia, poi di filosofia morale a Milano” che “con un suo deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tenagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa dolori strani di stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei”. In effetti, in profondità, il libro della Simeone – fieramente letterario – si pone proprio in quella prospettiva manzoniana: sondare la piaga della ‘banalità del male’, snidare chi fa il male a fin di bene, il luogo vulnerabile della giustizia che diventa mala, la diceria che vien presa per verità, la fede tradotta in camera delle torture. In effetti, paradosso tremendamente umano, la Chiesa ha fatto sante tante donne ingiustamente martirizzate, eroiche e scandalose per l’epoca (tra le più grandi ricordo Perpetua e Felicita), per poi martirizzarne, come streghe, altre. (d.b.)

Mi sorprendono le date degli episodi che racconta: il primo, terrificante, accaduto a Triora nel 1587; l’ultimo nel 1716. Insomma, è l’epoca folgorante del Barocco, della ‘scienza’, di Galileo e di Bernini, e si ardono le streghe, ancora…

In realtà il periodo della ‘caccia alle streghe’ è proprio quello: il Malleus maleficarum è pubblicato alla fine del Quattrocento, Martino Delrio, autore delle Disquisizioni magiche muore nel 1608, l’anno dopo morirà l’esorcista Girolamo Menghi. Nel momento in cui comincia a nascere un concetto di “ragione” di un certo tipo, la donna, che incarna ciò che all’apparenza è irragionevole – la passione, i sentimenti, la visceralità – è un problema. Diventa quasi l’archetipo delle forze che minacciano la ragione. Le faccio un esempio: con il sorgere della medicina “moderna”, il mondo delle guaritrici è messo al bando. Sono quelli i tempi, per altro, in cui si distingue nettamente tra magia “bianca” e magia “nera”.

Sceglie tre episodi che esemplificano tre modi di affrontare la ‘strega’: come è arrivata alla costruzione del libro, di quali fonti si è nutrita?

Ho covato l’idea del libro da tanto tempo, fin dall’epoca degli slogan di piazza, “tremate, tremate le streghe son tornate!”. Mi sono chiesta chi fossero queste “streghe”, quali vicende avessero subito. Le storie che ho scelto, poi, sono esemplari e molto ben documentate: ho voluto ricostruire gli episodi dal punto di vista della giustizia. Di norma c’è una accusa, da lì la macchina burocratica della giustizia si ingigantisce giungendo a dimensioni davvero terrificanti. Se la prima vicenda, quella di Caterina De Medici, di fatto è una ‘questione privata’, accaduta in casa Melzi, a Milano, la seconda, esplosa a Triora, diventa enorme, chiama in causa l’inquisizione di Genova e poi di Roma. La terza è affascinante anche per la sua attualità, perché nel 2015 il Comune di Brentonico ha chiesto alla Corte d’Appello di Trento di riaprire il caso…

…proprio quel caso è di agghiacciante interesse. L’episodio, consumato nel 1716, riguarda Maria Bertoletti, “Toldina”, una vita impilata, implacabilmente, la cito, tra gli “stritolati senza gloria”, gli “stracci d’umanità”.

In effetti quel caso – non l’ultimo tra i processi per stregoneria intentati alle donne, voglio ricordarlo – è piuttosto inquietante. La storia di Toldina è meramente burocratica, non c’è più quell’accanimento nel cercare la colpa, nello stanare il capro espiatorio. È una storia minima, per questo forse più terribile: ciò che è accaduto alla povera “Toldina”, condannata a essere decapitata e a finire al rogo, poteva a capitare a un’altra.

“Nel processo a Maria Bertoletti Toldini, che non aveva nulla, né figli, né beni, né una causa, né nemici potenti, né una comunità interessata a lei – non l’amava nessuno, nessuno l’odiava – la giustizia è colpevolmente annoiata”. La cito perché qui si tasta, a mio avviso, il grado zero dell’uomo: un uomo ridotto a nulla, processato e condannato a morte per inedia, per noia. Quali storie la hanno sorpresa maggiormente?

Ho scelto storie, anzi tutto, in cui fossero reperibili con facilità i documenti dei processi. Naturalmente, la storia di Caterina De Medici non può non conquistare: è l’eroina per eccellenza, è l’unica che si dice strega, che dimostra non solo dignità e orgoglio davanti a chi la processa, ma anche una specie di insolenza nel modo in cui contrasta gli accusatori. La storia delle ‘streghe’ di Triora è di altro interesse: di molte di loro si sono smarriti i nomi; alcune si dice si siano uccise, altre sono morte in prigione; di tutte ho dovuto ricostruire la singolare identità, in grado di dare il senso di questa vera e propria strage di donne. La storia di Toldina, in realtà, ha dato la chiave all’intero libro che parla, in fondo, della ‘banalità del male’ teorizzata da Hannah Arendt. A volte, cose che paiono inconcepibili sono terribilmente normali. Toldina, condannata, ha uno scatto d’orgoglio: decide, pur sotto tortura, di non fare nomi di complici. Questa fatale dignità, forse, è quella che le ha impedito di essere sotterrata dall’oblio.

Mi pare che nelle sue storie l’egida religiosa si leghi alla superstizione, la “cattiva reputazione” alla malagiustizia…

Il giudizio sociale, all’epoca, era legato alla condotta religiosa: i termini a cui allude sono strettamente intrecciati nella vicenda delle “streghe”. La religione, preponderante, non era una questione privata ma un fatto pubblico, e la magistratura della Santa Inquisizione aveva un raggio d’azione molto ampio.

Ma… oggi ci sono ancora le streghe?

Le donne sono ancora viste un po’ come streghe, nonostante il contesto ovviamente mutato. Restano una sorta di archetipo che minaccia la ragione, sono sovversive ai valori primi della ragione. Se il libro è pubblico ora è anche perché ritengo che l’odio verso le donne stia giungendo a un apice insopportabile. Mentre lo scrivevo, mi è stata chiara la sua urgenza, particolare.

*In copertina: “Le streghe di Eastwick”, 1987, con Jack Nicholson, Michelle Pfeiffer, Susan Sarandon e Cher