“Storia sommaria del re di Zembla”: un racconto riesumato dalla metafisica di Nabokov

Posted on Luglio 16, 2018, 7:09 am
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“Achab” è una rivista dal nome troppo bello – per il sinistro che comporta – per non parteciparvi. Grazie ai favori di Vincenzo Gambardella – una gratuità che ancora mi abbacina – e soprattutto alla sua muscolare sagacia (scrivi, scrivi, scrivi!) fui introdotto a Nando Vitali, che nel numero scorso di “Achab” ha pubblicato il racconto che qui replico. Perché lo replico? La prima ragione è occasionale: è in edicola, vedo, l’ultimo numero di “Achab”. La seconda è sostanziale: sto scrivendo un libro, che è un cucciolo di Minotauro, intorno a Zembla, entità artica, russa, evocata da Vladimir Nabokov in “Fuoco pallido”, il suo romanzo più ardito e arcano, che appare, proficuamente, in questo racconto; un Nord estremo dove, diceva Plinio il Vecchio, vivono i felici e la terra zampilla vino e miele. In verità, quella è landa di ghiacci infausti, dove anche i lupi hanno terrore a scorrazzare – e tutto questo, si sa, amplifica le voglie del romanziere. (d.b.)

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Abele Pier Giorgio era il consigliere dell’Imperatore. L’Imperatore, per sentirsi tale, disobbediva ai consigli che gli davano i suoi sottoposti, per questo Abele Pier Giorgio maneggiava le parole come uno scacchista. Tutti, nei corridoi del palazzo vasto come una parabola, lo chiamavano ‘Giorgio’, che era il nome dello zio. ‘Piero’, invece, era il nome del nonno. Con il nome ‘Abele’ il padre, lacchè del re di Napoli e lettore appassionato di Samuel Taylor Coleridge – aveva tradotto il Dejection ottenendo una cartolina con i complimenti da parte del poeta inglese – aveva voluto imporgli il sigillo dell’innocenza. In realtà, Abele si chiamava un avo vissuto duecento anni prima, che aveva esplorato l’infinita, esasperante profondità russa, stabilendo, diceva lui, “un regno a Zembla”. Un documento, stilato dallo zar e custodito da Abele Pier Giorgio nella tasca interna della giacca quotidiana, testimoniava che il suo avo era “il solo regnante di Zembla, con possibilità di trapiantare il rango agli eredi”. Tuttavia, Zembla, un’isola nel Mar Glaciale Artico a forma di caimano, era del tutto disabitata, vi vagavano volpi profughe e colonie di foche stralunate dal gelo.

Mandato a crescere dai gesuiti, Abele amava i potenti, quelli, scrisse nel suo Diario della vita devota, “i cui atti si marmorizzano immediatamente in Storia”. Sapeva insinuarsi nella debolezza dei suoi interlocutori e conosceva le parole che possono far crollare una vita. Neppure sedicenne, Abele aveva convinto un prete a lasciare l’abito sacro. L’Imperatore, che non aveva certo bisogno dell’ennesimo consigliere a libro paga, lo assunse perché Abele, con i capelli chiusi in una treccia e i canini inferiori troppo grossi, che gli bucavano le labbra, gli rivelò che la moglie si accoppiava con un ufficiale tedesco. Gli disse, anche, “lei è un vile, non ha il coraggio di annientare il Congo e di regalarlo a sua figlia”. Questa frase stordì l’Imperatore più del tradimento della moglie, censito e cestinato tra le vanità della vita. Abele tralasciò di dire che l’ufficiale in gita oltre alla moglie si faceva pure la figlia dell’Imperatore – “alcune verità vanno conservate in ampolle, fatte invecchiare, per usarle al momento opportuno”, ne era convinto. Abele sapeva che la Storia è smossa dai pettegolezzi e dal sesso e che il potere è sottomissione – la sottomissione di un popolo, di uno Stato avverso, anche solo di un uomo.

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Questa è la copertina dell’ultimo numero di “Achab”, rivista edita da Ad est dell’equatore

Quando Abele conquistò una posizione di rilievo, seppur marginale, all’interno dell’Impero, iniziò, come scrisse, “a mercanteggiare in ricordi, a distillare le memorie”. Pare che l’avo di Abele, il re di Zembla – ma qui la storia può sfociare nell’agiografia o nella burla – avesse scoperto il modo di rubare i ricordi – o meglio, una porzione di questi – ai suoi simili. In un opuscolo manoscritto, Della sottrazione dei richordi, l’avo confessava che era stato un “mastro di guarigioni” a insegnarli “l’arcano metodo” – simili stratagemmi, in effetti, sono testimoniati tra gli sciamani della Siberia. Abele aveva scoperto l’opuscolo da un cugino del padre e aveva cominciato a praticare. Il più era convincere qualcuno a sottoporsi al trattamento. Abele non era abituato alle cortigianerie e tantomeno era in vena di chiedere il permesso per prodursi nei suoi esperimenti. Di solito, invitava a pranzo la vittima – di solito, una fatata bella – l’addormentava indorando la pietanza di crema sonnifera. Poi adagiava la bella su un letto, all’occorrenza la inculava, e partiva con l’operazione. Con un ago varcava l’iride, titillava i dotti, pungeva una zona appena al di là della sacca lacrimale. Lì c’era il cosiddetto “succo della memoria”, che Abele raccoglieva in una ciotola di metallo a forma di mano, e poi custodiva in una fiala. Il gioco era quello di sottrarre alcuni ricordi, sostituendoli con altri. Così, mogli perverse scoprivano una strana attrazione per il chiostro e dal giorno dopo lasciavano villa, figli, marito e amanti per recludersi in monastero. Oppure, neospose di provato giudizio si ricordavano di aver avuto relazioni appassionate con audaci ambasciatori, che ovviamente, ora, cercavano con foia in ogni rione. Ma queste sono solo sciocchezze. Pensate cosa significa ricordarsi di essere stati abbandonati dai propri genitori o stuprati dal padre mentre questi vi vuole un bene dell’anima, o ricordarsi di possedere un’azienda in Australia e accampare diritti pur restando, agli occhi di chi lì governa, degli illustri sconosciuti. Pensate cosa vuol dire dimenticarsi di avere una famiglia, di aver promesso un riscatto per liberare dei prigionieri, di aver dato la parola – e messo la firma – per l’invasione della Romania. “Gli occhi degli uomini fanno schifo”, scrive Abele nel suo Diario. “Le palpebre hanno la consistenza di una lucertola, e l’iride naviga nello sclero come una civiltà corrosa dalle alghe”. Gli piaceva avere dominio delle vite altrui. “Perché lo stesso fatto produce ricordi tanto discordanti?”, appunta Abele, “non è questa la ragione della nostra infelicità?”.

Abele cresceva in sapienza, girava nei corridoi del palazzo, dove la notte rotola come un gatto, con cappotti lunghissimi: ormai ‘Giorgio’ era soprannominato ‘l’Arcangelo’. Un giorno, ‘l’Arcangelo’ ghermì l’Imperatore. Gli spiegò che avrebbe potuto inculcargli i ricordi di un Cesare e che lui, senza i ricorrenti mal di pancia, sarebbe riuscito a conquistare l’Africa e perfino l’Asia, livida di enigmi. L’Imperatore obbedì. Non si stupì, Abele detto ‘Giorgio’ e soprannominato ‘l’Arcangelo’, nel riconoscere che l’occhio dell’Imperatore non era diverso da quello della puttana che faceva il mestiere nell’ala Est del palazzo. “Come si fa a farsi governare da una creatura che caga ed è avvinta nella paura?”, osservò. “Meglio inchinarsi ai ragni, che sanno articolare l’algebra magnifica della tela. O dirsi sudditi del vento”. Nell’occhio dell’Imperatore, giallastro, Abele installò il ricordo di un avventuriero dei Poli, un uomo che aveva l’ansia di vincere l’Antartide. Gli sottrasse il ricordo di avere una figlia, che così continuò beatamente a farsi fottere dall’ufficiale tedesco, mentre la madre, con invidia, guardava. Risvegliatosi, l’Imperatore impegnò tutte le forze dell’esercito per conquistare l’eremo ghiacciato del Polo Sud. Nessuno riuscì a dissuaderlo, a convincerlo che quell’azione era un massacro. L’Imperatore si fece effigiare come “il Mosè dei due Poli”, ma l’impresa – come è ovvio – si squagliò contro un iceberg. Le perdite subite dall’esercito imperiale furono tali che l’Imperatore fu destituito, processato e mandato a morte, spedito su un’isola artica. Con lui finirono la moglie e la figlia, che ostinatamente non riusciva a riconoscere. I pettegoli – che né la rivoluzione né i tribunali sanno silenziare – dissero che la figlia dell’Imperatore, già promessa al Granduca d’Austria, si accoppiava con i lupi.

Abele Pier Giorgio fu accusato di tener sotto plagio le intenzioni dell’Imperatore, di essere l’arcano autore della disastrosa spedizione. ‘L’Arcangelo’ fu ribattezzato ‘l’Anticristo’, ma nessuno ebbe il coraggio di consegnarlo alla Legge – che per sua natura agisce contro i deboli – né di sbatterlo in prigione. Abele, glassando nel disprezzo i concittadini, trovò facilmente la via d’uscita del palazzo, come se gli insidiosi corridoi non fossero altro che il frutto della sua mente. Partì per Zembla, un regno che per eredità gli apparteneva e lì, dicono, governa ancora sulla generazione degli orsi, dirigendo le nevi – che hanno lo scintillio di un canto – verso Ovest.

Davide Brullo