“Deve sapere che sono in stato di schiavitù, la sua poesia non mi si schioda dalla testa”: Robert Louis Stevenson scrive al giovane Yeats

Posted on Maggio 30, 2020, 11:56 am
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Ricevere una lettera di congratulazioni prima dei trent’anni da parte del santo graal dei letterati. Chissà quante volte succede. A Yeats andò così: scribacchiava sullo Scots Observer e poi sul National Observer comparve la sua poesia sull’isola sul lago di Innisfree. Stevenson che tirava a campare alle Samoa ne fu ammaliato e prese la penna in mano:

14 aprile 1894, Vailima
Caro Signore,
da quel lontano tempo in cui ero ragazzo ricordo l’emozione con cui ripetevo le poesie e le ballate di Swinburne. Più o meno dieci anni fa un incantesimo similare mi è stato scagliato da Love in the Valley di Meredith; la stanza che incomincia con When her mother tends her’ haunted me and made me drunk like wine; e ricordo che si risvegliava l’eco tra le colline di Hyeres. Potrebbe interessarle sapere che sono caduto in schiavitù per la terza volta e questo si deve alla Sua poesia The Lake Isle of Innisfree. È così anticamente carina e ariosa, semplice, artistica ed eloquente per il cuore – cerco invano le parole giuste. Basterà dire che always night and day I hear lake water lapping with low sounds on the shore perché io sia il Vostro riconoscente
Robert Louis Stevenson

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La poesia di Yeats era apparsa a stampa anche in due suoi libri diversi entrambi del 1892 e le cose avevano continuato al modo consueto, con le note bagarre di letterati. In quel giro d’anni Stevenson si spiegò meglio al riguardo del passaggio di testimone generazionale scrivendo a un altro corrispondente, il poeta William Henley: è una lettera interessante che merita la nostra attenzione di là dall’edizione Archinto, testo che andrebbe rammodernato e ampliato.

Buona lettura! (Andrea Bianchi)

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Stevenson a Henley

15 luglio 1894, Vailima

Mio caro giovanotto, Giobbe sostiene che l’uomo è nato per patire così come la scintilla se ne va in cielo, e veramente tu hai avuto la tua parte. È strano, ma sembra che io non abbia la mia, o non ancora quantomeno: sono in arrivo bei tempi, presumo. La mia unica seccatura è che, con le carte giuste in mano, non sono riuscito a crepare al momento giusto e incomincio a guardare avanti con preoccupazione nei confronti di quella vecchia età quando incomincerò a scrivere come faceva nei suoi ultimi giorni Wilkie Collins, o magari il caro Scott coi suoi Cavalieri di Malta. Ma tu hai avuta la tua parte, spessa e dura, come la pioggia a dicembre col ventaccio in fondo. Sono certo che tu abbia ancora dei versi dentro di te così come sono sicuro che saranno carini, quando verranno fuori. Tu e Meredith e Yeats siete le uniche persone che vorrei sentire sul palco, ma non il Meredith attuale, semmai quello di Love in a Valley. Nomino Yeats benché potrei dire di non conoscere i suoi lavori; ma tutti gli spizzichi che mi sono arrivati per via sono davvero intonati e genuini; e un pezzo come The Lake of Innisfree semplicemente si rifiutava di uscirmi di memoria: And always, day and night, I hear lake water lapping with low sounds on the shore. Com’è buono quello spondeo con due sillabe lunghe! È quasi la scoperta della prosodia moderna quanto sia d’effetto lo spondeo inglese ben padroneggiato. […]

Marcel Schwob è stato in certo senso mio corrispondente ma non emerge e per me rimane una figura molto ombrosa; pure, molto intelligente. Hai visto il suo Mimes? Lì c’è un pezzo, Hermes psychagogos, che è un trapano. Ti sarebbe piaciuto metterlo in versi. Gente giovane continua sempre ad arrivare; per la maggior parte sono poca cosa; ma dai tempi che abbiamo cominciato noi due sono sorti Barrie e Kipling e Bourget e Meredith si prende 1200 sterline a romanzo mentre le opere complete di Stevenson sono sul cartellone pubblicitario così che c’è sempre qualche cambiamento che meriti attenzione e ricordo. […] Lo sai che tendo sempre a essere critico benevolo e speranzoso nei confronti dei contemporanei tranne che con la povera George Eliot. Ebbene lei è morta e a mio parere non era delle peggiori anche se non lo sapeva giacché aveva l’abitudine di tenere i piedi al caldo senza preoccuparsi delle recensioni: in entrambi i gesti oso dire che avesse ragione, ma si è persa un bel po’ di divertimento […] Presto, presto dobbiamo proseguire dove non c’è più nulla da scribacchiare e i plausi e i fischi, i capolavori e i fallimenti sono tutt’uno.

For this is the end of all things under the sky,
To love a little, to work a little, and then to arise and die.

Improvvisazione – o ricordo. Quantomeno, un luogo comune, una trovata geniale. Per sempre tuo

Robert Louis Stevenson