“Lasciami al mio dilettantismo… l’importante è stupirsi, perdersi, abbracciare una causa persa”. Dialogo con Stenio Solinas

Posted on Giugno 10, 2020, 6:29 am
19 mins

Più che all’eterno – dimensione iperbolica a cui puntano gli scrittori deboli, debilitati – qui si mira al bello, per sua natura capriccioso, istantaneo, transitorio. D’altronde, un Atlante suggerisce più che descrivere, promette più che illustrare, e se lo si percorre, in fondo, è per sbugiardarlo: dove è segnato un fiume forse è un crepaccio, il verde, sempre, è garanzia di vertigine da giungla. L’Atlante ideologico sentimentale – perché ci si gioca il cuore in una idea, e a volte le cose vanno guardate, scritte prima che vissute, volgarizzate dalla memoria che sversa nel rammarico – di Stenio Solinas, edito da poco da Gog, si può leggere in tre modi (cioè in trecento). Intanto, perché è bello – ed è sufficiente, è tutto – e il bello, che è l’incanto delle cose come sono, dell’atto furibondo perché va fatto, trascende se stessi, porta in sé un’etica. “Vinti, diversi, disadattati, sono il manifesto di una concezione dell’esistenza: è la bellezza dei comportamenti, delle azioni, dei lineamenti, dei colori, dei paesaggi che li muove e che li appaga, la vita come un’opera d’arte da contemplare e poi possedere. Fra i moderni, Stendhal è il primo a capire che l’ingresso delle masse nella storia è la campana a morto della individualità, il trionfo della borghesia non come classe, ma come sentimento, la prosa che scaccia la poesia”. Ecco, è tutto, appunto. Poi c’è l’altro modo: quello di usare l’Atlante come un atlante (d’altronde, sono 800 pagine e passa di libroide). Vi si troverà, allora, una concezione della letteratura come vita, vitalità, visione, non certo come evasione, manetta sociologica, congiura dell’ombelico, pervicacia nell’analizzare la pulsione priva di esplosione. E quindi: Giambattista Piranesi e Jean Cocteau, Ernst Jünger e Joseph Conrad, Kate Moss e Irène Némirovsky, Patrick Leigh Fermor e Maurice Sachs, Norman Douglas e Walter Chiari… Chiaramente, un atlante è un groviglio di avventure, di precipizi, l’attitudine all’avventatezza. Chi conosce Stenio Solinas, tra i rari che pensano ancora che un ‘pezzo’ giornalistico sia un romanzo sull’unghia, un’oasi di splendore, un modo di abitare il mondo – ricordo, tra l’altro, a volo di falco, il libro su Chateaubriand, 2011, quello su Henry de Monfreid “l’ultimo avventuriero”, 2015, la biografia di Wyndham Lewis, 2018, che dicono già di chi si sceglie, sempre, i personaggi laterali, inopportuni, diseducati, memorabili per contraddizione – potrà giocare comparando le sezioni di questo Atlante (“Italia”; “Francia”; “Donne (fatali)”, “Vite (esemplari)”, “Orientalismi Esotismi Snobismi”) a quelle di altri libri (Vagamondo, ad esempio), stimolato dalle ricorrenze, dai bagliori, dagli abbagli. Il terzo modo per leggere questo Atlante – tra i trecento ammissibili, compreso quello di strappare un foglio che vi ha trafitto, correre nella prima biblioteca che capita e pretendere quel libro che, siete certi, vi farà percorrere tutti gli amori e tutti i fallimenti – è il mio. Lo si legge per imparare. Non si impara soltanto come si legge – pagina 197, La commedia ritrovata, Stenio mi rappacifica con Balzac, “Per un paio di settimane mi sono chiuso in casa con Balzac e nessun invito, seducente, intrigante, importante, appagante, è più riuscito a schiodarmi” –, ma come si legge la vita. Cioè, come si scrive. Pigliate Seduttore a tempo pieno, pagina 613, si tratteggia la vita di Porfirio Rubirosa, diplomatico, sportivo, play boy, domenicano, ricco. “Alla fine si decise, salutò, montò sulla sua Ferrari e partì. Uscì di strada al Bois de Boulogne e si impastò contro un castagno. Il necrologio del londinese ‘Times’ parlò della ‘morte banale di un diplomatico di secondo piano che veniva da una piccola nazione’. Era corretto nella sua meschinità e meschino nella sua correttezza. Delle sue ex mogli, solo Danielle Darrieux rilasciò una dichiarazione: ‘È morto come ha vissuto e come avrebbe desiderato. In modo violento e veloce’. Odile lo pianse per un anno, poi si consolò”. Qui c’è levigatezza, dedizione, rapidità. Ritmo. Cioè, vita. Questo non si impara nelle scuole di scrittura. Lo sa chi sa stringere una mano, sorridere con complicità e cinismo, chiudere gli occhi a mezzogiorno, per il gusto. (d.b.)

Parto a contrario. Qual è il tuo rimorso giornalistico, l’autore di cui avresti voluto scrivere ma…, l’incontro mancato, il ‘pezzo’ irrisolto?

Più che mancato, rinviato. Da ragazzo lessi Les Bestiaires, di Montherlant, un romanzo che è pura gioia di vivere, sfrontato e allegro, la giovinezza come una corrida dove la paura è non solo legittima, ma va messa in conto, sappiamo che è dietro l’angolo, sappiamo che ci coglierà, siamo vulnerabili, esseri umani, non superuomini. E che gioia però quando riusciamo a farle fronte… Di Montherlant poi negli anni ho letto tutto e mi ha sempre incantato la classicità di uno stile che sopravvive indenne a ogni sussulto di modernità. È un mondo a sé e un mondo a parte e per molti versi una sorta di breviario esistenziale: Service inutile è un trattato del ribelle juengeriano scritto con trent’anni d’anticipo, il “passaggio al bosco” rispetto allo strapotere della società, delle convenzioni sociali, degli obblighi sociali e allo stesso tempo il gusto di battersi per ciò che si sa già perdente, o per un qualcosa che non lo merita…È uno scrittore che amo molto e su cui però ho scritto pochissimo. Il perché sta nella pederastia da rapina della sua sessualità. Io non ho nulla contro gli omosessuali, non abbiamo gli stessi gusti, ma, pazienza, sono affari loro e non affari miei. Non ho nulla nemmeno contro l’attrazione per l’adolescenza, preferisco le jeunes filles agli efebi, ma, anche qui, come sopra. Ma in Montherlant c’è qualcosa del cacciatore seriale da giardinetti e da sale cinematografiche che non mi piace, che lo avvilisce. Moralismo? Può darsi. Incapacità di mettersi nella testa di chi nel Novecento si ostinava a vivere secondo i costumi e la sessualità della Roma dei Cesari, della Grecia di Socrate? Senz’altro. Come che sia, prima o poi su Montherlant ci scriverò un libro.

Vado all’estremo. Delle vite (più o meno esemplari) che hai narrato quelli che avresti voluto fosse la tua – e perché. 

Direi Patrick Leigh Fermor. In giro per l’Europa a vent’anni, eroe di guerra a trenta, bello e amato dalle donne, proprietario di una splendida casa in uno splendido angolo di Grecia, scrittore di libri che resteranno, una vita lunga, senza in pratica aver mai lavorato, e, fino a novant’anni, in buona salute. Cosa si può volere di più? A tutto questo aggiungerei l’essere stato giovane in un’epoca in cui la modernità, per quanto distruttiva, pensa alle due guerre mondiali, non era però così pervasiva nelle vite individuali. Esistevano ancora le distanze, i tempi, i silenzi, gli anonimati e le differenze… È un ritmo di vita che in qualche modo è riuscito a sopravvivere fino ancora agli anni Cinquanta, in specie in quella periferia dell’Europa che era allora la Grecia, il sud d’Italia e della Francia, una certa Spagna e Fermor si è formato e fermato proprio lì, il sole del Mediterraneo come rifugio e rivelazione, come consolazione.

Dedichi una porzione del tuo Atlante alla Francia. Eppure gli autori che citi di più – sfoglio l’oceanico indice dei nomi – sono Hemingway e Fitzgerald, autorevoli scrittori statunitensi. Spiegami. 

La Francia, se vuoi, è un’educazione intellettuale, la lingua, la storia, un’idea di cultura. In altri miei libri, Compagni di solitudine, L’onda del tempo, Percorsi d’acqua, Vagamondo, c’erano gli scrittori che qui rimangono più sullo sfondo, penso a Malraux, a Céline, a Morand, a Chateaubriand, naturalmente. Ciò che della Francia mi interessava far risaltare nell’Atlante era un modello di civiltà, una continuità fra Ottocento e Novecento, la mitologia e la mitomania che si accompagna a certi ruoli e a certi luoghi: la letteratura come religione e/o come piacere, e quindi Balzac, Stendhal, i Goncourt, Cocteau, Léautaud, la Costa Azzurra e la Bretagna, i moschettieri e gli aristocratici di ventura, gli ussari e gli esteti. Detto questo, Hemingway e Fitzgerald fanno parte della mia educazione sentimentale, li ho letti a quindici, sedici anni. Se vuoi, in quella frase del Grande Gatsby, “così continuiamo a remare, barche controcorrente risospinte senza posa verso il passato” si racchiude un po’ la mia vita.

Qual è stata l’infatuazione letteraria (e dunque, esistenziale) della tua giovinezza – e quella d’adesso. 

Dice quel personaggio della Condition humaine di Malraux. “On fait toujours la même chose”… Si hanno sempre le stesse infatuazioni, anche se cambiano i contesti, i riferimenti, ci si arricchisce o ci si depura. Questo autunno uscirà per Neri Pozza Saint-Just. La vertigine della rivoluzione, una riflessione più che una biografia. Sono sempre stato attratto dalla politica come battaglia delle idee, l’avventura come ideologia e l’ideologia come avventura, una specie di apprendistato al proprio tempo, un modo per dare un senso a sé stessi e alle cose. Mi ha sempre attratto l’oscillazione continua fra contemplazione e azione… Saint-Just ne è un compendio perfetto, lo studente svogliato che sogna di diventare uno scrittore e si ritrova, per l’azzardo di una data, l’irrompere improvviso della storia, a incarnare il Terrore nella Francia rivoluzionaria dell’89, uno di quei “sognatori di giorno” di cui parla Lawrence nei Sette pilastri… Piaceva a Drieu come a Camus e insomma, come vedi, è un eterno ritorno.

Citi una volta Gadda, una volta Sciascia, una quindicina Parise: cosa ne devo dedurre? Forse va riformulato il canone dell’intelletto italico? Dimmi, all’istante, l’autore italiano più sopravvalutato, il più sottovalutato. 

Però c’è Casanova, le cui Memorie sono il più bel romanzo italiano di tutti i tempi. E c’è il Salvatore Satta di Il giorno del giudizio, forse il più bel romanzo italiano del secondo Novecento…Hai comunque ragione se il senso della tua domanda ha a che fare con una valutazione più generale riguardo a un canone letterario nazionale, ma l’Atlante non ha niente a che vedere con la critica letteraria. Io so benissimo che Gadda, per riprendere il primo nome che fai, è un grande scrittore, ma non è il mio scrittore: per me in letteratura, più che in ogni altro campo, si ama solo ciò in cui ci si ritrova. Si va in cerca di ciò che può aiutarci a conoscersi meglio, il che è già molto. Nei grandi che ci hanno preceduto si guarda come a uno specchio ed è la nostra immagine quella che ci viene rinviata…Tornando all’Italia, più specificamente alla narrativa italiana, se da bambino e poi da ragazzo ti ritrovi in Salgari, in Stevenson, in Dumas, nel Tom Sawyer o nell’Huckleberry Finn di Twain, in Hemingway, nell’Ussaro sul tetto di Giono, come diavolo potrai mai appassionarti a Moravia, a Pavese, a Vittorini, a Pratolini, tutti degni di rispetto, naturalmente? Al contrario, si capisce benissimo la passione per Parise, o per Comisso, o per Malaparte… Aggiungi che il romanzo italiano è un fiore di serra, non è naturale, è artificiale e il cerchio, pur con tutte le eccezioni che però confermano la regola, Tomasi di Lampedusa, Berto, La Capria, si chiude. La migliore narrativa del nostro Novecento l’hanno scritta i saggisti, un giorno se vuoi te ne faccio l’elenco… Quanto ai romanzieri sopravvalutati, dei viventi direi tutti. Degli scomparsi, Camilleri. Fra i morti sottovalutati, Quarantotti Gambini.

Dovendo formulare un Nuovo Canone dell’Occidente, chiamiamolo così, chi sono gli autori di cui, con urgenza, vorresti scrivere la nota biografica?

Presumi troppo da me. Non sono Harold Bloom. Lasciami al mio dilettantismo, per quello che può valere.

La porzione più curiosa del tuo libro mette insieme Oriente, esotismo, snob. Si sente, quasi, una aristocrazia della dissipazione, l’arte di percorrere i deserti con impeccabile eleganza. Cosa ti attrae di quei temi?

Proprio quello che tu dici nella domanda, la dissipazione, l’eleganza, una certa aristocrazia del vivere, il non stare a misurare costi e benefici, il non mettere il proprio dio nella carriera, lo stupirsi e il lasciarsi andare, il perdersi sperando di ritrovarsi. L’inutilità, anche, ovvero l’appassionarsi a quello che non serve, l’abbracciare una causa proprio perché è una causa persa.

Mi pare che allo ‘stile’ con cui scrivi i ‘pezzi’ si imparenti uno stile nel vedere la vita, un modo di vivere. Qual è?

Nella scrittura lo stile è l’unico bene che sia nostro, è il marchio di fabbrica che ci contraddistingue, il nostro piccolo o grande contributo alla bellezza, alla creazione di qualcosa di bello. È anche ciò che ci riscatta dalla monotonia del vivere, fa da argine al dolore del vivere, anche se non lo elimina, ci tiene al riparo dalle brutture del mondo. C’è una bella frase della moglie di Chatwin relativa al marito: “Nel suo mondo tutti gli anatroccoli erano cigni”. Anche nel mio.

In fondo, a che serve la letteratura? Che senso ha attraversare i libri scritti da altri, scrivere le vite degli altri?

I libri, certi libri, ti aiutano a vivere, ti insegnano a vivere. Sono i compagni di solitudine di tutti quei solitari a disagio nella realtà: orgogliosi e scontrosi, timidi e superbi. Ti confermano nelle tue passioni e nei tuoi odi, ti rivelano quello che fino a un momento prima avevi solo intuito, sono una dinamo per la tua fantasia, contribuiscono alla formazione di un carattere perché ti mettono di fronte a degli esempi a cui sai che non potrai mai arrivare, ma ti tengono in uno stato continuo di tensione. Non è tanto o solo “attraversare i libri scritti da altri” o “scrivere le vite degli altri”… È la consapevolezza che una vita non basta, che siamo un io molteplice, che incessantemente si lavora per essere quel qualcos’altro che ci siamo scelti per modello: si indossano maschere che ci migliorano e che alla fine corrispondono meglio alla nostra natura perché illuminano ciò che vorremmo essere, ciò che potremmo essere se le circostanze, la vita, il caso non congiurassero contro, tarpandoci le ali del sogno. Nel voler essere c’è un’idea di grandezza che il lasciarsi vivere non contempla.

*In copertina: Salvador Dalí; Solinas gli dedica tre articoli, sotto il titolo “Come si fabbrica un genio”, pagine 491-496 del suo “Atlante”