“Sopravvivono gli scrittori epocali… i romanzieri che hanno incarnato la modernità d’un secolo con tutte le sue contraddizioni”: il manuale del buon europeo di Stenio Solinas (con florilegio di pensieri)

Posted on Maggio 27, 2019, 8:57 am
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“L’Avventuriero è solo, ma non è solitario. Come monito è affascinante, non può lasciare indifferenti”.

Parole di Stenio Solinas in Compagni di solitudine, edito vent’anni fa ma che ancora affascina e come tutti i grandi libri fa sentire meno soli, o meglio rafforza nella solitudine, che tanto “poi è la stessa cosa”, concetto che si fissa in mente dopo la lettura così atipica, personale pantheon di “una laica religione”, di grandi vite inimitabili.

Di questa laica religione della grandezza mette assieme le pietre d’inciampo, le adagia sui selciati delle vie, spesso vicoli ciechi e bui, lastricati di mediocrità d’intellettuali senza indipendenza e presi da corna o beghe tra condòmini probabilmente in cerca di dominus, a destra o sinistra e col centro più scaltro con l’eterno gattopardismo.

Sferze. A destra al mussolinismo, al provincialismo, al qualunquismo, al cabarettismo, al settarismo, al nostalgismo. A sinistra – vale per l’oggi come per vent’anni fa, dal pulp e dal cool all’lgbt – al gramscismo, setedi regime. E Solinas prova una repulsione assoluta per ogni regime, hitleriano, mussoliniano, staliniano, democristiano.

Il totalitarismo ultimo italico è l’Italia stessa – il trasformismo “per chiamare con altro nome pratiche antiche” – con “le mille giravolte”, “le mille meschinità”, “i mille travestimenti”, “il piccolo cabotaggio”, ancora gli stessi opposti estremismi, la medesima assenza di trasversalità, preconcetti, pregiudizi, stereotipi, roba anni Settanta…

Roba solamente da macero. Roba di cui non ha bisogno. Come degli scrittori italiani. Specie quelli di quei tempi. Troppo incapaci di rispecchiarsi nei grandi, o goffi nel farlo, privi di stile tanto nel vivere quanto nello scrivere.

Per questo, da sempre, una scelta, quella pro “fuorilegge”, pro “maledetti”, pro “sconfitti”, dalla Storia ma non nella Letteratura di cui sono il magma incandescente antitetico alla spenta melassa che soffoca la vita e la scrittura.

“Drieu è spietato verso il prossimo, ma soprattutto lo è nei propri confronti. Pagina dopo pagina, si demolisce: come narratore è troppo pigro per curare i dettagli e quindi abborracciato; e l’eventuale talento non può scusare la mancanza di genio”

I riferimenti di Solinas hanno vissuto guerre, viaggi, esilî, e delle amicizie andate al di là di fazioni e contingenze politiche (“E questo dovrebbe aiutarci a ripercorrere il nostro passato con occhi meno miopi e cuori più sinceri”)…

Malraux letto come fosse un Dumas moderno, tra esotismo ed erotismo, cospirazioni, rivoluzioni, navigazioni, amori e vele, morte e sole, e quindi Casanova, T. E. Lawrence, Henry de Monfried, Whyndam Lewis, scrittori etichettati di destra, come von Salomon, Jünger e Céline (“ quello che nel tempo mi ha maggiormente fatto compagnia” – “e tuttavia è il meno in sintonia con gli altri e con me stesso”), l’Aragon di Aurélien e autori identificati a sinistra, per lo più a torto e in tal modo sminuiti, come Rimbaud e Chatwin, e Hemingway, il cui Festa mobile lo accompagnò nel 1969 a Parigi, romanziere simbolo di un certo spirito virile trasversale, e libro in cui si viene a sapere che l’etichetta lost generation non fu coniata dalla Stein, ma da un garagista.

Hemingway visto con gli occhi di Drieu – il gallico preso tra aristocrazia e popolo – a un tempo a suo agio e a disagio in tutti gli strati della società – che detesta i ricchi ma schifa la povertà – figlio di una borghesia in rovina – guerriero nei sogni e dandy col gusto per il lusso e l’ascetismo – erotomane seduttore masochista – “grande scrittore, uno stile terso, lucido e forte come l’acciaio”, l’uomo che sognò l’alleanza tra sindacalismo anarcoide rivoluzionario e mondo cattolico, federalisti, monarchici, conservatori, destra e sinistra, borghesi e operai, giovani e vecchi, e con Morand e a Montherlant maestro della “destra elegante” – “curiosa e informata, che lanciava mode e scopriva tendenze” – “popolare ma non populista, aristocratica ma non reazionaria”.

In Italia si tratta di una destra per decenni misconosciuta oltre che poco vissuta. Obliterata dalla destra politica in senso stretto e dei provincialismi più ributtanti. La politica è sempre più una sfilata di illusioni perdute. Ma sempre esiste la più nobile famiglia dei vagamondi. Nei viaggi. O nei libri. Perché la grande letteratura è trionfo dei sogni ritrovati. Spazio per l’Avventuriero, quale Solinas è nel suo essere il meno italiano e il più europeo – si parla di Europa, e non di U.E. – di tutti gli intellettuali “di destra” italiani, e forse quello da cui più di tutti un lettore “di sinistra” si potrebbe lasciare affascinare. Si troverebbe in mano non solo una vita intellettuale ma anche un vero manuale. Su come essere un europeo.

Marco Settimini

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Sugli scrittori, la destra e la sinistra, 1:

“A me piacevano gli scrittori trasversali… le destre della sinistra… le sinistre della destra… Ho sempre creduto che un cambiamento politico in Italia potesse venire solo attraverso una società civile che superasse le vecchie categorie e le vecchie logiche di appartenenza… dicotomie che in realtà finivano unicamente con il favorire il centro onnivoro […]”.

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Sugli scrittori, la destra e la sinistra, 2:

“Ma sì, certo, chi se ne fotte se Nabokov è di destra o di sinistra, è un grande scrittore e tanto dovrebbe bastare, e fa sorridere quella dicotomia un tempo così di moda: Balzac reazionario nella vita, progressista nell’arte. Minchiate”.

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Sugli scrittori, la destra e la sinistra, 3:

“Sopravvivono gli scrittori epocali… i romanzieri che hanno incarnato la modernità d’un secolo con tutte le sue contraddizioni… […] la crisi dell’individuo, la decadenza di un continente, l’incontinenza dei consumi, la pressione delle masse…”

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La scoperta di Chateaubriand e l’Italia:

“Quando lessi le Mémoires d’outre-tombe di Chateaubriand mi sembrò di avere a che fare con uno della mia generazione e della mia parte… Il suo essere proscritto per fedeltà a un mondo che comunque era finito… […] Come la Francia sconfitta e in rotta di fine Settecento mi sembrava assomigliare a quell’Italia del dopoguerra in cui m’ero trovato a nascere…”

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Sulla politica, i totalitarismi, le macerie:

“[V]iveva il suo secondo dopoguerra come un anteguerra riveduto e corretto: un totalitarismo invece che due contrapposti… le macerie ideologiche… psicologiche… morali di quel conflitto… il sogno… o incubo… d’una terza via”.

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Drieu La Rochelle e la sua spietatezza:

“Drieu è spietato verso il prossimo, ma soprattutto lo è nei propri confronti. Pagina dopo pagina, si demolisce: come narratore è troppo pigro per curare i dettagli e quindi abborracciato; e l’eventuale talento non può scusare la mancanza di genio”.

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Drieu La Rochelle e la sua rivoluzione:

“Vuole l’alleanza fra gli opposti estremismi, una coalizione di giovani, borghesi e operai per far fuori un sistema putrido che porterà la Francia alla disfatta. ‘Solo il proletariato può fare la rivoluzione. E la farà a tempo debito’ è la secca risposta. Fra i due è Aragon il vittorioso della storia. Ma, anche se non lo ammette, sa che il vero rivoluzionario è stato l’altro. Nella vita, nella scrittura e nella morte”.

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Céline, Guignol’s, la Trilogia del Nord:

“[L]a guerra come migrazione di popoli, il passato riscritto a seconda di chi vince, i bombardamenti come scienza, l’arrangiarsi fra le rovine, la canaglia che trionfa, la selezione naturale, i tradimenti, le delazioni, le menzogne, il disfrenarsi dei sensi, la voglia disperata di sopravvivenza e l’impulso irresistibile alla distruzione, la tragedia annodata alla buffoneria, l’esplosione totale di un mondo […]”.

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Sul linguaggio nella scrittura di Céline:

“[L]’enorme distruzione e ricostruzione della lingua che c’è dietro, è roba da titani delle lettere, gente che lavora per la propria immortalità, ci crede… mentre noi siam qui che tiriamo la carretta del contingente, del quotidiano […].”

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Antisemitismo, finti ariani e veri ariani:

“A me dell’antisemitismo, delle brume profonde, del sangue e suolo non è mai fregato niente, e fra nord e sud scelgo il sud, il mare e il sole, le pelli abbronzate e, se la vogliamo dire tutta, i veri ariani […] sono i curdi, mica i tedeschi…”

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Sulle differenti condizioni di solitudine:

“La solitudine, intesa non come rifiuto del mondo e degli uomini ma come capacità di combattere l’uno e di mobilitare gli altri, è l’unica soluzione che il ‘villaggio globale’ pone oggi a chi in esso non si riconosce. Proprio perché, per un curioso paradosso, oppone degli individui che vogliono fare la storia a una massa di solitari che si limita a subirla. Più le culture si diffondono, più i costumi si uniformano, più le informazioni si moltiplicano, più i media dominano e più, sotto l’apparente realtà di una massa in movimento, s’intravvede la povertà di tante piccole formiche private di tutte quelle difese che una volta gli avevano dato la loro cultura, le loro tradizioni, le loro conoscenze dirette”.

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Morand, un modello di cosmopolitismo:

“Cosmopolita, ovvero erede di quell’umanesimo colto e aristocratico che fu il sale della cultura europea, disprezza il melting-pot […]. L’internazionalismo, ‘questa salsa senza colore dove le nazioni annegano’, lo disgusta, il nazionalismo xenofobo lo indigna: ‘Per comprendere la propria patria la si deve abbandonare, per amarla la si deve paragonare’. Assertore delle diversità, è critico verso il colonialismo: Figlio di un’Europa di cui conosce tutte le debolezze, spera egualmente in una sua guarigione […].

Quanto alla Francia, comprende che la crisi è innanzitutto morale. Come ogni vero libertario è aristocratico: sa che la trasgressione cosciente dei pochi si trasforma nell’eccesso incosciente dei molti. Come ogni vero anarchico, è un uomo d’ordine: la punizione è un male necessario, antidoto per chi non sa regolarsi da sé. Come ogni vero libertino, è un moralista: le passioni vanno guidate, a chi non è in grado resta solo la depravazione. […] È un pessimista attivo, non si fa illusioni, ma non si tira indietro”.

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Sulle relazioni amorose nella militanza:

“[…] Un mondo maschile… dove l’elemento femminile era minoritario… di fidanzate dai tempi del liceo… poi sposate a laurea avvenuta… fidanzamenti di sette, otto anni, che arrivavano al matrimonio come una consuetudine obbligatoria… per poi separarsi di lì a un po’ di tempo… non avevano più nulla da dirsi… non sapevano più di cosa parlare…”

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Sulla destra dei nostalgici del fascismo:

“Tutti cadaveri in stato più o meno avanzato di putrefazione… tutte battaglie di retroguardia… tentativi penosi di fermare il tempo… non di comprenderlo né di guidarlo… macigni posti a ostruire il futuro che presto si sarebbe di nuovo affacciato a presentare il conto… spazzandoli via…”

Stenio Solinas