“Non conosco me stesso ed è questo che talvolta mi rattrista. Sono buono cattivo intelligente sciocco?”. Sia lode imperitura a Stendhal

Posted on Gennaio 23, 2020, 9:22 am
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Mi ero innamorato di uno scrittore perché era sincero: “per chi ha assaporato la profonda occupazione di scrivere leggere non è più che un piacere secondario. Tante volte credevo che fossero le due guardavo l’orologio: erano le sei e mezzo. Ecco la mia sola scusa per aver imbrattato tanta carta”. È Stendhal di cui oggi ricorre la data di nascita.

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23 febbraio 1783 – 23 marzo 1842. Ecco gli estremi di Stendhal. Lo si stampa in continuazione: la scorsa estate sono usciti gli Studi su Stendhal e La certosa di Parma per La vita felice. È una piccola raccolta di testi del nostro a proposito del rivale ammirato, Balzac.

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Qualcuno ha detto che Stendhal scrive dell’amore come un astemio che si atteggia a sommelier. Vedremo se questo è vero. Intanto, se facciamo un confronto secco in termini di personalità tra Stendhal e Balzac forse la spunta il più giovane Honoré coi suoi trenta caffè a notte. Mentre se andiamo a vedere Stendhal e il labirinto che si portava dentro, ci ritraiamo indietro come davanti a un mostro. O magari rischiamo di diventare suoi fan, pochi felici.

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Nel 2017 Aragno ha gettato le fondamenta per ricostruire in italiano il carteggio di Henry Beyle, in arte Stendhal: Il laboratorio di sé, una pubblicazione muscolare, interrotta, che rinchiude in tre volumi la sostanza della sua vita. Perché Stendhal fu uno dei primi e dei sommi a intrecciare arte e vita nascondendosi dietro gli pseudonimi.

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A partire da “Stendhal”: era il nome della cittadina sassone che aveva dato i natali a Winckelmann, lo scrittore di storia dell’arte allora molto in voga. Ecco in sintesi come gli avvenimenti rivoluzionari gli misero la vita nel vortice.

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Henry Beyle va da Grenoble a Parigi come allievo delle grandi scuole napoleoniche. Studia matematica & ideologia delle passioni. Questa seconda materia doveva evidentemente lasciare il segno: il primo libro firmato Stendhal, l’antimaterialistico Dell’amore, porta una dedica al maestro di gioventù, a quel Destutt de Tracy che tracciava punti e linee su libri e lavagna per mettere ordine nelle passioni umane e lasciare la paura sul fondale. 

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Dopodiché Beyle fa la campagna di Germania. Scivola sulle spiagge olandesi sul suo cavallo e si porta dietro un cane pastore in Germania. Nelle pause della campagna legge i memorialisti della vita di corte sotto Re Sole, gli garba fissare i caratteri e i temperamenti. Adora gli anticonformisti inglesi: legge nelle cascine la Vita del dott. Johnson di Boswell e si incanta davanti alle definizioni: cos’è una persona noiosa? Come si rivela?

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A Brunswick, a 23 anni, incontra sul campo Napoleone e ottiene elogi per gli inventari dei beni imperiali.

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Poi è la volta della disfatta in Russia, quella di Guerra e pace, o meglio quella della Certosa di Parma. E infatti Tolstoj conosceva bene il modo di Stendhal per descrivere la battaglia di Waterloo buttandovi dentro il suo eroe Fabrizio del Dongo. Tutto vi è indistinto e in quel suo lavoro sommo Stendhal profonde le sue conoscenze tecniche, riscatta il suo vissuto vent’anni di distanza, mostrando l’uomo in balia della storia. È una tensione unica di sforzi inermi delle passioni ridotte a punto, aggregati che si muovono senza scampo nella rete della paura. Per Calvino La Certosa di Parma – senza tanti fronzoli – era il più bel romanzo del mondo.

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Stendhal fece le scuole dell’impero, salvò la pellaccia e non ebbe niente. O meglio: si ridusse a scrivere, a trarre vita dalla storia e dai suoi ricordi. Quando sfogliate il carteggio Aragno vi accorgete di questa figura quasi leopardiana, in silenzio, la sorella Pauline che si becca tutti i consigli di questo modo dal fratello: cosa è un uomo, cos’è una passione, perché Moliere diceva così e non così. E pian piano, arrivando al terzo volume che include gli anni dal 1813 al 1821, compare la vecchia prevaricatrice, la letteratura.

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La letteratura lo fa diventare uno scrittore europeo. Non ebbe successo in vita ma pronosticò che sarebbe stato letto “tra quarant’anni e poi di nuovo vent’anni dopo”. Ebbe ragione. I primi furono i rougistes a a Parigi e Nietzsche fece a tempo a vederli. C’era anche Oscar Wilde che soleva dire conosco uno scrittore che non usa aggettivi. Se i giovanotti non insistevano troppo il caro Wilde rivelava chi era il mito in questione: Stendhal. Poi silenzio e di nuovo la riscoperta negli anni Venti con Valéry.

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Stendhal è scrittore pienamente europeo ma innamorato a morte dell’Italia. Certo ne semplifica i contorni da paesaggio romantico ma coglie tutte le differenze strutturali, di clima e temperamento, lungo la penisola. Quanto alla sua Francia, la conosce alla perfezione. È uno storico sul campo che vede come il paese dopo i sogni napoleonici si imborghesisce e manda a morire i giovani di talento come Julien Sorel, il primo dei rougistes nostro comune padre come lo chiamava un cileno.

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Stendhal offre poi romanzi incompleti che sarebbero stati il contraltare femminile dei due paesi massimi, La Certosa Il rosso e il nero. Vi immaginate cosa avremmo avuto se Stendhal avesse portato a termine Mina di Vanghel? Quacosa come un Fabrizio del Dongo al femminile. Altro personaggio rimasto in vitro si trova nell’abbozzo de Il rosa e il verde che ci avrebbe dato l’anima gemella di Julien Sorel. È vero: sono solo sogni di un fanatico di Stendhal fatti un’estate a Monaco di Baviera, recintato da un padiglione & smarrito dentro un boccale di birra, mentre intorno i fanatici dell’Islam sparavano nei centri commerciali…

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I cultori di Stendhal hanno trovato a margine del manoscritto milanese di Mina una sua nota: “in un romanzo, descrivere usi e costumi lascia freddi. Si ha l’impressione di qualcosa di moraleggiante. Bisogna trasformare la descrizione in stupore, introdurre una straniera che si stupisce, e trasformare la descrizione in sentimento”.

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È chiaro che uno come Beyle, pur studiando matematica e leggendo Voltaire da adolescente, un tantino sognatore doveva esserlo. Intorno ai 23 anni compone un suo catechismo privato, alla Diderot, mettendogli per titolo Filosofia nova (stampava Bollati nel 1969 per volere di Solmi). Nel libretto troverete pensieri che vanno oltre Rousseau e strappano qualche ora alla vostra tenerezza appassionata: “Una religione può essere utile. Bisogna sradicare le passioni infelici, ravvivare quelle felici. Se un uomo volgare ha venti donne, saranno tutte uguali per lui; l’anima amante avrà venti gioie diverse, è meno adatta ad avere delle donne, ma quando ne trova qualcuna degna di lei, gusta gioie ignote al volgo. Consolati dunque, sii felice e non odierai”.

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Certamente questo non ci basta e bisogna andare a vedere la reale creatura polimorfica di qualsiasi scrittore, vero o presunto: i suoi diari. Quelli di Stendhal sono un Einaudi fuori catalogo degli Struzzi (1977). Partono con frasi imbarazzanti su come si penetra e con cure dettagliate a base di mercurio manco fossimo bei bordelli di Hogarth. Si rimane per poco interdetti sulla contraddizione del nostro simpatico Beyle. Mai stupirsi se leggete roba simile: “Come molti altri, anche io sono imbarazzato quando si tratta di penetrare per la prima volta una donna onesta. Ecco un metodo molto semplice: quando lei sta dormendo, dovete masturbarla. Lei comincerà a prenderci gusto; tuttavia, il costume prevede che opponga resistenza. Senza farsi notare, bisogna allora metterle l’avambraccio sinistro sul collo, sotto il mento, in modo da soffocarla: il primo passo è allungare la mano. Nel frattempo, occorre afferrare il membro con l’indice e il pollice della mano destra e infilarlo nell’organismo. Basta un po’ di sangue freddo, e l’obiettivo è immancabile. Qualche smanceria servirà a nascondere il movimento decisivo del braccio sinistro. È stato Percheron a suggerirmi questo metodo, di cui è esperto”. Un beylista sa che la nota sta tutta nel finale, in quella richiesta a un terzo che crea l’alone romanzesco, la menzogna che passa lo straccio sulla vita.

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Se dovessi indicare dove sta lo Stendhal di pregio, come se scendessimo in cantina tra botti di rovere, vi direi nel suo primo libro di viaggi. Roma Napoli Firenze nel 1817. Io lo so perché non lo ristampano: quel modo di fare letteratura di costumi è morto e sepolto da quando gli editor creativi giocano a fare gli americani scrutando l’ombelico della provincia, erigendo totem a qualsiasi cosa stia dritta

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Invece il vero viaggiatore è Stendhal, semmai. Flaneur: viaggia con la testa ma assolutamente spesso le preferisce il membro. Solo che bisogna leggere tra le righe. Spesso e volentieri, tra righe vuote.

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Per dire. Nella Certosa il Conte Mosca ha una moglie, la Sanseverina. Fabrizio la desidera ma non lo capisce. Lei invece sì e lo aiuta quando lui finisce in galera. Stendhal ha questo dono di scrivere le cose e fartele vivere. Ho capito dopo perché mi dicessero “beato te che devi ancora leggere La certosa per la prima volta”.

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Comunque non è la fine del mondo sennò avete più il piacere vergine della prima lettura de La Certosa. La carne non è così debole e ci sono altri libri da leggere. Come appunto Roma Napoli Firenze dove Stendhal vi fa fare un giro lungo la costa delle Marche e in un paragrafo vi parla della dimora di un nobilotto, tale Mosca, che ha i tratti del principe tacitiano che poi ritrovate nella Certosa.

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Stendhal scrisse sull’album dei liberali del gabinetto Viessieux una promozione de Il rosso e il nero. Il romanzo in effetti piacque e lo leggevano specialmente le ragazze. Una per molte altre: Paolina Leopardi. Ecco la nota di Stendhal per invogliare alla lettura.

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Poiché nel 1832 è estremamente difficile, in fatto di romanzi, dipingere dal vero e non copiare dai libri, nessuno prima di Monsieur de Stendhal aveva osato descrivere i costumi che ci han lasciato in eredità i gesuiti e il governo borbonico, costumi così poco attraenti che, ciononostante, visto che l’Europa è popolata di pecore, si diffonderanno ben presto da Napoli a San Pietroburgo”. Lessi la nota di giornale negli archivi del gabinetto Viessieux, al secondo piano di palazzo Strozzi a Firenze per lavoro, quando per lavoro dovevo andare altrove, a Venezia.

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Un uomo così era per forza fuori dal coro, era spiato dalla polizia politica borbonica e per questo inventava pseudonimi quando si firmava (soprattutto coi conoscenti). Doveva farsi recapitare buste, casse di libri da Grenoble per rivenderli e via così. In svariate occasioni non si fece inviare materiali a Milano dove si trovava, ma a Torino, spacciandosi per astronomo. Anche qui sta il germe dell’immaginazione romantica che programmaticamente gioca con l’arte della vita.

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Da buon romantico Stendhal esordisce con Racine e Shakespeare e poi lancia le sue considerazioni da appassionato sulla Vita di Rossini (stampa EDT). Poi un anno di silenzio e nel 1825 cerca agganci nei salotti dei banchieri per mezzo Di un nuovo complotto contro gli industriali (Sellerio 1988) dove bisogna leggere tutto tra le righe, a partire dal titolo. Stendhal non se la prende con gli industriali, bensì contro le loro frange più ottimistiche e pianificatrici che erano gli utopisti sansimoniani. Tuttora questi argomenti esistono dentro i segreti bancari con gli affreschi di Palazzo Koch. Solo che ormai c’è ignoranza anche lì dentro e pochi sanno dirvi cosa indichino le figure, altro che massoneria.

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Sulla copia de Il rosso e il nero nel fondo Bucci della Sormani: “24 maggio 1834 – quand’ero giovane scrissi alcune biografie che erano in qualche modo libri di storia. Mi rammarico di averle scritte. Credo che la verità, nelle cose piccole come nelle grandi, sia quasi irraggiungibile – almeno una verità un po’ circostanziata. Il mio maestro a Parigi, Tracy, mi diceva che la verità si può raggiungere solo nei romanzi. Ogni giorno vedo sempre meglio che altrove si incontra soltanto dell’ostentazione”.

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I libri di storia, questi sconosciuti. 9 aprile 1819. Stendhal scrive da Grenoble a de Mareste, un amico anche lui in Savoia: “il vostro amabile amico è perseguitato dalla polizia persino nella sua tazza di cioccolata. Nondimeno, per non essere meno perseguitato dagli adulatori, vi comunicherò le mie idee americane”. Qui sta il punto. Stendhal, come il folle Pound un secolo dopo, si fissa su Jefferson: prende a odiare sia il vecchio Napoleone che la “civile” Inghilterra.

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Quegli anni, dopo la fine di Napoleone, lasciarono i suoi vecchi e soprattutto i giovani privi di miti e di sogni, considerato che il Genio Corso della guerra non c’era più. Strano, però, questo radicalismo agrario e comunistico che nasce nel mito della Rivoluzione, anche di quella americana; la quale mise, grazie alle guerre di Napoleone dalla Francia, in moto le industrie. La storia, come le donne, è del tutto imperscrutabile.

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A proposito di donne imperscrutabili e delle favole che Stendhal si costruiva per battere la testa sui suoi rompicapi, vi propongo una sfilata di aneddoti per andare al suo cuore tappezzato di medaglie al valore.

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Beyle prima di fare il romanziere si trasferisce in Italia per la qualità della vita e per sfuggire dagli sguardi malevoli della polizia borbonica. Trova questa Matilde a Milano che gli dà un’illusione molto concreta ma poi finisce lì, lei inventa che deve tornare il marito ed è meglio che Beyle vada per un poco a Torino. Lui obbedisce e nella sua memoria la spola Milano-Torino si colora di sogni.

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Ogni lasciata è persa, anche se la lasciata è andata in porto. Stedhal scopre un giorno dallo spioncino che Matilde è indaffarata con un altro, poi con un altro. Lui prende il lapis e sull’oceano di carta scrive Dell’amore. Si inventa il nome “Stendhal” e poi fa trovare la prima edizione al maestro di un tempo. Gliela lascia fuori dal portone di casa a Parigi. Quell’uomo dirà che anche da ragazzo Beyle era sempre stato “un puledro ombroso”.

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La sofferenza fomenta la poesia e la letteratura in genere. Dirà in seguito in una retrospettiva del 1832, tra i due romanzi sommi del 1830 e del 1838: “Poiché nell’estate del 1822 andavo riacquistando la salute morale pensai a far stampare un libro intitolato L’Amour scritto a matita a Milano mentre passeggiavo e pensavo a Métilde. Contavo di riscriverlo a Parigi e ne ha un gran bisogno. Riflettere con un po’ di profondità a queste cose mi rendeva eccessivamente triste. Era come passare la mano con violenza su una ferita appena cicatrizzata. Trascrivevo a inchiostro ciò che era ancora a matita”.

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Stendhal è un idolo perché non si chiude nell’egotismo del suo cuore ma sta immerso nella storia. Ama Jefferson e odia i francesi che si sono svenduti ai Borbone rimessi sul trono coi loro maledetti gigli dorati su campo bianco.

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C’è un capitoletto fulminante (68) della Vita di Napoleone a proposito del cambio di casacca all’arrivo delle truppe russe e austriache che scortavano i Borbone nel 1815: “Tutti i balconi erano pieni di gente; le dame erano affascinate dallo spettacolo. Alla vista dei sovrani, esse agitarono una selva di fazzoletti bianchi. Tutte volevano vedere, e forse avere, l’imperatore Alessandro. Le signore ammiravano il bell’aspetto degli alleati, e il loro entusiasmo era al colmo. I soldati alleati, per riconoscersi in una così grande varietà di uniformi, portavano un fazzoletto bianco al braccio sinistro. I parigini credettero che fosse la sciarpa dei Borboni: immediatamente si sentirono tutti realisti”.

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Stendhal è poi prodigioso perché nel suo libretto incompiuto su Napoleone (stampa Garzanti) indica una pagina sì e l’altra pure che i vari riferimenti vanno controllati sulle memorie del capo della polizia segreta di Napoleone. “Quando usciranno”. “Spero che non dovremo aspettare troppo a lungo per leggere Fouché”. Questo è il cinismo stendhaliano di cui parlava Alessandro Spina. È come il compagno, il complemento dei suoi sentimenti.

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Mérimée si vantava di conoscere per bene Stendhal. Invece lui nei Ricordi di egotismo (1832) dice che non si fidava degli occhi di Mérimée e poi con lui non si sentiva bene a parlare dei meandri del cuore, per ore, davanti a un caffè.

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Auden lo aveva capito molto bene. Ci sono scrittori del passato che ci piacerebbe conoscere dal vivo solo per parlarci, senza dover per forza leggere i loro romanzi. Stendhal aveva inteso i cambi di casacca, sarebbe stato simpatico parlarci.

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“Nel 1808 era divertente vedere con quanta prosopopea il gran ciambellano divorava la povera filosofia. Nel 1817, il gran ciambellano, non avendo più il suo posto, si è fatto liberale” (diario all’anno 1818).

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Di nuovo dai Ricordi di egotismo: “il genio poetico è morto ma il genio del sospetto è venuto al mondo. Sono profondamente convinto che il solo antidoto che possa far dimenticare al lettore gli eterni Io sia che l’autore scriverà con una perfetta sinceritàAvrò il coraggio di raccontare le cose umilianti senza giustificarle con infiniti preamboli? Lo spero. Nonostante le delusioni della mia ambizione non considero malvagi gli uomini. Non mi sento perseguitato da loro, li guardo come macchine che in Francia sono spinte dalla vanità e altrove da tutte le passioni compresa la vanità. Non conosco me stesso ed è questo che talvolta quando ci penso di notte mi rattrista. Sono buono cattivo intelligente sciocco? Ho saputo trar profitto dalle circostanze nelle quali mi hanno gettato l’onnipotenza di Napoleone (che sempre adorai) nel 1810, poi nel 1814 la nostra caduta nel fango e il nostro sforzo per uscirne nel 1830? Temo proprio di no; ho agito secondo l’umore a caso”.

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Prima di inventare storie, Stendhal cercava di capire la politica e amava alla follia la libertà. La sua letteratura (ma sarà quella vera?) non nasce dalla testa ma dalla rabbia, dalla frenesia di amore, di guerra, di passione. Nasce dalla storia, privata e collettiva. (Andrea Bianchi)

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Stendhal. Ritratto in piedi. Lettere a de Mareste

Milano, 1 dicembre 1817

Mi sono ritrovato, alla caduta dei miei sogni di grandezza, pieno di orgoglio, ma di un orgoglio tenace, che digiuni e preghiere non hanno saputo comprimere. Questo orgoglio si crede fatto per essere prefetto o deputato. Il mestiere di autore gli sembra avvilente o, per meglio dire, svilito. Io scrivo per distrarmi la mattina; scrivo quello che penso, io, non quello che pensano gli altri; il tutto aspettando che il «Monitor» mi informi che sono chiamato alla prefettura di N., posto che rifiuterei con orrore, finché mi vedrei il collega MM. Montalivaut, ecc., ecc., ecc. Ecco che coda mi ha detto l’esame del mio interno, come diceva Tartufo. Voi ne sapete quanto me su tutti i miei segreto e mi farete il piacere di ispessirne il velo. (…) O fate fucilare per davvero i librai antinapoleonici, o non scocciateci più con le vostre stupidaggini. Non avete i c… che occorrono per reprimere, limitate limitatevi dunque a dirigere, cioè a dire sminuire, fuorviare come fece il cardinale Richelieu con la sua Accademia francese.

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4 maggio 1818

Vi spedisco Monti. Il caso della lingua italiana è singolare. Io penso che morirà (…) Parlatemi a lungo de La natura della bilancia dei poteri di Leckie appena stampato a Londra. Di quale potere intende parlare? Sebbene io la pensi esattamente come il «North American Citizen», parlatemene pure, se ve ne ricordate. La lettera di Jefferson alla baronessa de Staël, pubblicata nella «Bibliotheque historique», mi ha confermato quello che si dice in Italia. A proposito, tutte le mie lodi di questo governo devi leggerle come tra due parentesi, prendetele per dei passaporti e niente di più  (…) l’Europa si berrà i tre volumi della de Stael contro la Rivoluzione. Non è altro che della conversazione scritta, opera contraddittoria e puerile quant’altra mai, e genuflessa davanti al male più grande dell’attuale società, la nobiltà.”

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Da Grenoble, 20 novembre 1818

Vedo che uscirà una «Revue Encyclopedique». Di fatto, non ci sono più giornali letterari. Questo bisogno deve farsi sentire. Penso sinceramente che tutto quello che dobbiamo desiderare in politica è che le cose continuino con lo stesso passo dieci anni di seguito. Non ci sono più allarmi. Dunque l’interesse politico deve cedere un po’ all’interesse letterario. D’altronde le discussioni politiche cominciano ad essere così specializzate, cioè a dire profonde, da risultare noiose. Chi potrà, ad esempio, seguire il bilancio?

Stendhal