In superficie. A 50 anni dall’allunaggio: le impronte sul satellite restituiscono il fascino dell’ignoto. Alla faccia del turismo spaziale

Posted on Giugno 25, 2019, 10:10 am
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Il 20 luglio 1969 è la data storica della missione spaziale Apollo 11 che portò i primi uomini sulla Luna, gli astronauti statunitensi Neil Armstrong e Buzz Aldrin.

Per ricordare i 50 anni dell’allunaggio, torna utile riprendere in mano la recente ristampa di «Imparare dalla Luna» di Stefano Catucci, appena uscito da Quodlibet con una copertina leggermente ritoccata rispetto alla prima edizione del 2013 della stessa casa editrice.

Nella nuova copertina, scompare il nome Quodlibet (dal curioso etimo: «intorno a qualsivoglia cosa gradita, o piacevole»), sostituita dal suo logo, la figura nera ed elegante di Robert Walser che tiene in mano il cappello e l’ombrello, in alto a sinistra.

Il titolo dell’autore è in rosso. Sotto, nel classico Garamond e in nero, il nome dell’opera.

La fotografia, centrata ma spostata in basso, ritrae le tracce dell’uomo sul suolo lunare, mentre gli scarponcini dell’astronauta si allontanano dal cuore della scena. Si tratta dello stesso scatto della copertina originale, ma di dimensioni molto più ridotte.

I grafici hanno deciso di dare molto più spazio al bianco, caratteristico della casa editrice, stabilendo un senso di maggiore distacco rispetto a quanto si vede.

In effetti, il quadratino lunare ritagliato al centro del volume non sembra avere nulla di esotico: niente più che orme su un suolo desolato.

E coglie bene uno spunto del saggio di filosofia estetica di Catucci: le tracce dell’uomo sul suolo lunare sono segni di una archeologia effimera «che non ha bisogno né di scavare né di scoprire», segni che «non servono a ricostruire una realtà non sperimentabile direttamente ma si limitano invece a confermare una realtà già nota e documentata, anzi costruita fin dal principio seguendo una strategia documentaria molto precisa».

Dopo che il ‘lato oscuro’ della luna, vista attraverso la tecnologia, ha deluso, spazzando via ogni poesia, è cambiato inevitabilmente l’immaginario legato all’altrove lunare: non più irraggiungibile e, dunque, fonte di ispirazioni e fantasie, a partire dall’allunaggio, la Luna e la sua epopea sono state vissute dal punto di vista del rientro alla base.

E le tracce del passaggio umano sono apparse la sola cosa in grado di restituire fascino a ciò che sembrava ormai aver smarrito il potere attrattivo dell’ignoto.

Tanto che la luna come «seconda Terra» (Husserl), dimenticando Leopardi, non è mai stata tanto ‘cartolina’ come oggi. Con alle porte, ad attenderci, un nuovo (quanto entusiasmante?) turismo dello spazio.

Elena Paparelli