Spettacolo della disabilità o disabilità dello spettacolo? Un pensiero sul teatro di oggi fatto da assessorati che non pensano oltre la mera logica del profitto

Posted on aprile 07, 2018, 12:06 pm
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Chiunque si accinga a leggere un giornale qualsiasi può verificare di persona come a volte i titoli possano avere, magari senza intenzione da parte del redattore, la funzione di un capestro infilato al collo del pezzo. Se l’articolo è in buona salute resiste alla stretta e sopravvive, altrimenti collassa. Titolo capestro, non privo di un certo fascino horror, è quello nel quale ci siamo imbattuti aprendo un quotidiano locale: “Lo spettacolo della disabilità”. Sintesi infelice, certo, ma c’è qualcosa di più. Questa volta il titolista non c’entra. Anche il pezzo prosegue sullo stesso tono, perché, scopriamo, si parla di una rappresentazione che porta lo stesso titolo. L’ambito a cui si fa riferimento, a ogni modo, è certo più che apprezzabile: lo spettacolo di cui si parla è stato realizzato da un gruppo di volontari che faranno sicuramente un lavoro egregio, insieme a utenti disabili e operatori. Anche il contesto della serata, composto da un pubblico di sodali, amici, genitori è lodevole. Ma non riusciamo a dimenticare quel doppio titolo (di cronaca e di spettacolo): quante cose contiene? Proviamo a passarle in rassegna: intanto che si possa fare spettacolo della disabilità. Non certo mettendo in scena i disabili come freaks, per carità, fortunatamente questo no, ma, questo sì, evidenziando la disabilità come modo, un po’ paradossale, per sottolinearne l’abilità. Come a dire: avete visto quanto sono bravi a muoversi e cantare e recitare? Il problema è che, nel farlo, cercano di imitare il modello dei normodotati in grado di ballare, cantare e recitare – dunque in possesso di competenze tecnico-motorie in realtà più alte della media. Tutto ciò, al contrario, non può che rendere ancora più manifesta l’inadeguatezza del tentativo. Inoltre “spettacolo della disabilità” rimanda a una sorta di quotidiana abitudine a spettacolarizzare tutto. Ed è dunque una dimostrazione di come, anche nel linguaggio quotidiano, si sia infiltrata la logica del reality show, a prescindere dal fatto che l’evento di cui si parla non si sia affatto connotato secondo quelle modalità mediatico-rappresentative. A tutto ciò si aggiunge un elemento che sconcerta chi invece abbia un po’ di conoscenza del mondo del teatro contemporaneo: il fatto che la pratica del teatro con le disabilità, pur essendo approdata anche in un contesto periferico come quello descritto – e questo è sicuramente un bene –, si manifesti in una forma così decisamente contraffatta. È come se una certa provincia fosse sottoposta a un perenne, e triste, destino di distorsione di quanto proviene da fuori, da quello che si ritiene essere il “centro”, e che “deve” in qualche modo venir intercettato. In questa ansia di appropriazione, condotta tuttavia come dall’esterno, senza porsi il problema di che cosa sia veramente la pratica cui quella tendenza fa riferimento, sta annidata una piccola tragedia, che certi luoghi vivono direi abbastanza inconsapevolmente. È così per molte cose. Pur con il pericolo di incorrere in indebite generalizzazioni, si può dire che buona parte della cultura che si respira in certe sacche di provincia italiana passa attraverso il filtro di una doppia distorsione: quella generata dai “sentito dire” e quella generata dalla televisione e dai media in generale. La prima è nota da sempre: è il ritornello che passando di bocca in bocca cambia suono, carattere, significato. L’altra è tipica della nostra epoca e va ad aggiungersi alla prima portando il sentore di ciò che è prestigioso fare e dichiarare per poter essere all’altezza del modello che il mainstream mediatico impone. Si vedono così presentazioni di libri, magari inconsistenti, i cui autori, però, hanno o hanno avuto qualche aggancio con un personaggio famoso del cinema, della tv o del giornalismo. Nella musica pop si assiste al dominio delle cover band, come se soltanto il riferimento all’artista celebrato possa legittimare il proprio fare musica, come se l’atto dell’esprimersi non abbia dignità in sé. E lo stesso accade in ambito teatrale, dove le sale gestite dagli assessorati alla cultura, quando non sono supportate da istituzioni specifiche che sappiano progettare andando oltre la mera logica commerciale, tendono a fare dello spettacolo la cartina al tornasole dei gusti dominanti. O dove le non poche compagnie amatoriali si adattano al modello imperante del talent o del musical; o, se va bene, delle imperiture commedie brillanti, i cui testi ormai si trovano liberamente sul web. Quella del talent e del musical sono peraltro due ideologie e pratiche di spettacolo decisamente egemoniche. Come accade dappertutto, si dirà, ma dalla prospettiva provinciale il fenomeno è più visibile, forse perché quelli che ho citato rimangono gli unici, quasi incontrastati, modelli, mentre in una città medio-grande la diversificazione delle visioni e, dunque, delle proposte è decisamente più accentuata. Nella provincia profonda la supremazia culturale delle forme di derivazione/deviazione televisivo-americane fa più presa, anche perché, forse, la resistenza culturale a queste sollecitazioni è meno forte. Sembrerebbe banale affermare una cosa del genere se non si sapesse che, in Italia, l’innovazione teatrale più radicale degli ultimi trent’anni passa da posti come Cesena, Ravenna, Bagnacavallo, Santarcangelo di Romagna ecc., non propriamente centri culturali metropolitani e cosmopoliti.   

Ma tornando al famigerato “lo spettacolo della disabilità”: verrebbe voglia di rovesciarlo, per senso di intima ribellione, in “la disabilità dello spettacolo”, usandolo come un’insegna che possa indicarci un’altra visione del teatro. È questa disabilità che può impedire allo spettacolo di omologarsi al conformismo di massa in cui siamo tutti immersi. Uno spettacolo disabile dal punto di vista della logica di mercato dominante, incapace, per vocazione e mestiere, di fare le cose che il normodotatismo richiede. In questa fertile distonia, che è il campo di forza entro il quale si muovono alcune tra le migliori energie artistiche odierne, si innesta anche il teatro con persone diversamente abili. In una disabilità al quadrato che disarma lo spettacolo in favore del teatro, del grande teatro: penso a esperienze come quelle di Lenz, a Parma, con i suoi “attori sensibili”, uomini e donne che affrontano la fatica della scena con un candore – sorretto dal mestiere – e un calore di presenza commoventi; o il gruppo di “matti-attori” dell’Accademia della Follia diretti da Claudio Misculin, attore cavallo matto in quel di Trieste; o come l’Accademia Arte della Diversità-Teatro la Ribalta di Bolzano, e tanti altri ancora.

Non è che si debba mostrare quanto bravi siano i disabili a recitare. Lo sappiamo che spesso sono bravi, e lo sono anche perché capita che attivino meno filtri mentali dei normodotati, e dunque si abbandonano con naturalezza a quello che il teatro chiede loro. Ma anche perché il teatro è la Grotta di Betlemme dei ricercatori di tutte le categorie. Il luogo primario della nuova nascita a se stessi, il luogo dove il corpo glorioso può apparire – con l’energia sottile, con l’anima, il luogo di un riscatto pagato con l’oro alchemico precipitato nell’artista dal processo di auto-appropriazione della vita. Nel teatro s’illuminano e splendono gli sfruttati, i perseguitati, i profughi, i malati, i disadattati, i carcerati, i matti, i poeti. Ma un conto è assimilare la loro radicale alterità alle forme più trite del colonialismo scenico, altro è intraprendere con loro, da parte degli artisti-poeti del teatro, anch’essi figli di quella Grotta, e chiamati a predisporne l’ambiente, percorsi di autoconoscenza a partire dalle basi tecniche dell’attore e dalla visione condivisa di un diverso modo di stare al mondo.

Franco Acquaviva