Speculazioni intorno all’8 febbraio, il giorno della malinconia, di Giuseppe Ungaretti, del calciatore dittatore e di James Dean

Posted on febbraio 08, 2018, 11:30 am
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Tra i numeri naturali che qualcosa enumerano, l’8 è l’unico che si può percorrere da cima a fondo: è una specie di pista per le automobili – o per le biciclette o per le scampagnate – con un elegante cavalcavia. L’altro numero naturale che si compie con simile armonia è lo 0. Lo 0, però, è l’eccellente eccezione, no numera, annienta; l’8, se vi va, è l’unione nuziale di due piccoli 0, uno sopra l’altro, come due pietre messe una sull’altra, come gli occhi fissi e senza palpebra di due ciclopi. L’8, questa specie di fiocco, questa specie di farfalla dispiegata di sbieco, è il più strano – irregolare nella sua dedicata regolarità – tra i numeri naturali, e associato al più strano tra i mesi dell’anno – febbraio: il più corto e l’unico che cambia misura ogni quattro anni, decresce e s’allunga muovendosi a serpe – ci dona una eccentricità raddoppiata. Tanti nascono l’8 febbraio, come tanto nascono negli altri, tantissimi, giorni dell’anno, ma forse non è un caso che l’8 febbraio sia nato Robert Burton, il geniale saggista inglese che nel XVII scrisse L’anatomia della malinconia: nascere l’8 febbraio, il giorno più eccentrico dell’anno solare, porta in dote, per gratitudine al fato, un carattere lunare, austero, astrale, melanconico, appunto, cioè di nera bile, d’umor nero, sagace alla nostalgia. Tra i nati sotto il cappello matto dell’8 febbraio si ricordano il grande John Ruskin – esteta delle cose perdute e denominate dalla fragilità – Jules Verne, che s’inventò mondi stralunati istoriando il torso della sua scrivania, Paul Demeny, noto più che altro per essere stato il confidente di Arthur Rimbaud, Henry Roth, scrittore americano che è il meno noto tra i Roth – chi non conosce Joseph e Philip? – ma è quello che ha scritto il più bel libro ‘di formazione’ del secolo passato (Chiamalo sonno) e Neal Cassidy, il crudo modello di Jack Kerouac per On the road. Tra il club dei nati dell’8 febbraio vanno messi anche Giuseppe Ungaretti, l’immenso – che ridondanza di 8: 8 febbraio 1888; ‘Ungà’ però festeggiava il 10, il giorno in cui l’anagrafe di Alessandria d’Egitto recepì la sua venuta al mondo – che ci ha dato la più drastica definizione di cosa sia l’uomo (“monotono universo,/ Crede allargarsi i beni/ E dalle sue mani febbrili/ Non escono senza fine che limiti”). E Alessandro Fo, grande latinista – per Einaudi è sua la versione definitiva dell’Eneide – che per i suoi primi quarant’anni, nel 1995, si è regalato un libro di poesia, intitolato Otto febbraio, stampato da Vanni Scheiwiller, il leggendario editore, che compiva gli anni proprio l’8 febbraio. Rappresentativa icona dell’8 febbraio è James Dean, che dopo aver recitato in alcuni film tra i più memorabili della storia cinematografica – Gioventù bruciata, La valle dell’Eden, Il gigante – giganteggiando, se ne va, a 24 anni, sinonimo di una malinconia bastarda, dell’innato desiderio, nei nati in questo giorno, di dissipare tutto in un bel gesto, in un bel verso, in un atto definitivo, declamato, ultimo, a decimare la ragione. Emblema di genio e imperiale follia, d’altronde, è Hristo Stoickov, Pallone d’oro nel 1994, dittatore bulgaro del bel calcio, che portò la Bulgaria alle stelle (memorabile quarto posto ai Campionati mondiali statunitensi, quelli in cui Baggio si lustrava il codino: in totale, 37 gol in 83 presenze della sua nazionale): faccia truce, che proviene dai feroci annali dei re di Bisanzio, talento spregiudicato (fu divo nel Barcellona di Romario, ricordiamo un fugace passaggio a Parma, vent’anni fa), giocava, ovviamente, con la maglia numero 8, anarchica deviazione dalla tediosa bulimia dei ‘numeri 10’. Secondo la scansione ebraica – il grande studioso di mistica ebraica, Martin Buber, è nato anche lui l’8 febbraio – l’8 è la lettera het, che è la nostra ‘h’ e si disegna come una porta: è, infatti, “il portone al quale si accede all’infinito” (Gabriele Mandel), simbolo dell’estasi, del raccoglimento, dell’intimità in se stessi, ma anche della malattia, della perdizione nei recessi dell’essere e del sé (“La cura di ogni male è la gioia, con il canto e la danza”, dice rabbi Nahman di Bratislava). Tanti nascono l’8 febbraio, tanti muoiono: nel 1529 se ne va negli altri mondi Baldesar Castiglione (indimenticabile il suo Ritratto secondo Raffaello, più del Cortegiano), ma ancora mi duole che Elisabetta I abbia decretato di mozzare il capo a Mary Start proprio l’8 febbraio del 1587 (lei, d’altronde, regalmente, ribadì: “vi perdono con tutto il mio cuore”). Messo in orizzontale, l’8 è l’infinito; in verticale è una clessidra. Il tempo si abbarbica e si annoda, tutto è già stato ma non riappare mai esatto, uguale. Il segreto forse è lì, nell’incrocio flebile dell’8, dove abita febbraio, il più corto dei mesi, un bambino eterno. Lì, nell’incrocio che fluisce, l’impossibile ritorna ovvio. (d.b.)