“Il sistema occidentale, nel suo attuale stato di esaurimento spirituale, non presenta alcuna attrattiva”. Solženicyn mette il bisturi nella crisi dell’Occidente. Comunismo e capitalismo? Lo stesso errore

Posted on Settembre 16, 2020, 10:07 am
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L’otto giugno 1978 l’Università di Harvard era invasa da una vera e propria folla, fremente di vedere con i propri occhi il premio Nobel per la letteratura Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008). Mi domando cosa si aspettassero gli studenti e i docenti di questa prestigiosa università, quali parole attendessero dalla bocca del deportato più famoso di tutti i tempi. Solženicyn si presentò allora in una rigida giacca verde militare, una barba fuori controllo, come un profeta giunto ad annunciare la fine dell’Occidente. In un mondo abituato a ragionare per blocchi (Alleati contro Asse; Americani contro Russi), Solženicyn arrivò con una visione che andava al di là dei bipolarismi, scalfendo la rigida convinzione per cui l’Occidente sarebbe il centro del mondo. Solženicyn pronunciò un discorso davvero dirompente se pensiamo agli anni ’70, fino al “mostruoso accostamento” tra l’Occidente capitalista e l’URSS. Ma andiamo con ordine.

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Il vento fischiava nella steppa nuda, torrido d’estate, gelido d’inverno. Mai nella steppa è cresciuto qualcosa, tanto meno in mezzo al filo spinato. Il grano cresce nel magazzino del pane, l’avena spiga al deposito viveri. Puoi romperti la schiena a sgobbare, puoi farti in quattro, ma dalla terra non ottieni nulla e non ricevi più di quanto ti ha assegnato il capo. [A. I. Solženicyn, Una giornata di Ivan Denisovič]

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Uscito nel 1962, Una giornata di Ivan Denisovič si impone fin da subito come caso letterario e politico nella Russia di Chruščëv. La realtà descritta da Solženicyn è non soltanto disumana, ma lontana dalle leggi di natura, una realtà ben rappresentata dal deserto siberiano in cui il mangiare non è concesso dalla natura, ma dalla “generosa” mano del Partito. L’uomo sovietico è un ingranaggio, un numero, e Solženicyn lo rappresenta alla perfezione riportando con quanta perizia si calcolano le razioni all’interno del gulag, dove il cibo è l’assoluta priorità. E poi il lavoro rigidamente suddiviso, gli appelli, ecc… Un’organizzazione perfetta, almeno sulla carta. Un’organizzazione che si sgretola nelle mani degli stessi carcerieri. Le razioni vengono rubate in continuazione, gli appelli ripetuti più e più volte perché le guardie non sanno contare, ecc…

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Dopo alti e bassi, con la fine del disgelo promosso da Chruščëv, Solženicyn si ritrova nuovamente arrestato e prossimo alla pena capitale. Ma è ormai il 1974, ha già ricevuto il Nobel quattro anni prima ed è noto in tutto il mondo. L’arresto sarà tramutato in esilio forzato. Così, umiliato e offeso, Solženicyn arriva nel 1978 ad Harvard, salvo soprattutto per merito delle pressioni diplomatiche delle potenze occidentali. E infatti si presenta da amico; questo non gli impedirà però di pronunciare un discorso dirompente, chiaro e per taluni difficile da digerire. Solženicyn proviene da un mondo di privazioni, di povertà, di abbrutimento. Eppure una volta giunto nel paese del Benessere, gli Stati Uniti d’America, attacca proprio quello stile di vita consumistico: la costante e insaziabile ricerca di un benessere materiale e la smania di ricchezza impediscono all’uomo di raggiungere un “libero sviluppo spirituale”. Nello specifico, la montagna della ricchezza non ha una vetta, e questo costante scalare allontana gli uomini da una visione comune in favore di un individualismo egoista e sfrenato. Questa visione non si traduce però in un elogio del socialismo. Solženicyn ha visto con i propri occhi quali sono gli effetti del socialismo applicato alla vita umana. La forza per sopravvivere al gulag e all’esilio Solženicyn non l’ha trovata nei valori civili o nella speranza di poter vivere in una Russia libera, ma nella fede in Dio: “Una società che si è installata sul terreno della legge, senza voler andare più in alto, utilizza solo debolmente le facoltà più elevate dell’uomo”. [Solženicyn, Discorso ad Harvard, 1978]

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Qui si incominciano a scorgere i primi segni di quel mostruoso paragone. La società comunista e quella consumistica hanno entrambe bandito Dio, e con esso la possibilità per gli uomini di aspirare ad una vita più alta. Il comunismo come il consumismo sono prodotti del nichilismo, in entrambi i casi l’uomo deve bastare a sé stesso. Le società che si fondano sulla massima libertà dell’individuo non riescono a sopravvivere a sé stesse, vanno cioè incontro all’autoannientamento, quasi che le contraddizioni provocate dai diritti civili gli si aggrovigliassero intorno alla gola fino all’inevitabile strangolamento. Solženicyn è venuto da un paese lontano, un paese dove il comunismo ha avuto mano libera, e in settant’anni ha fatto tabula rasa della coscienza spirituale di un popolo ricchissimo di tradizioni; Solženicyn è venuto per mettere in guardia l’Occidente, perché lo stesso rullo compressore si è messo in moto anche qui, sotto ben altre vesti. Dove il comunismo è stato sfacciato e maldestro, il consumismo è più accorto, subdolo. E nel 1978 Solženicyn puntava il dito verso i mass media, accusandoli di essere affetti dai due principali mali del XX secolo: “superficialità” e “fretta”. Eppure questi media manifestano un potere superiore a quello dei governi e impongono una agenda che in qualche modo plasma la realtà dei lettori, similmente a quanto faceva la Pravda.

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No, non potrei raccomandare la vostra società come ideale per la trasformazione della nostra. Data la ricchezza di crescita spirituale che in questo secolo il nostro paese ha acquisito nella sofferenza, il sistema occidentale, nel suo attuale stato di esaurimento spirituale, non presenta per noi alcuna attrattiva. [Discorso ad Harvard]

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L’Occidente non costituisce per Solženicyn un modello valido, e lo grida dal cuore dell’Occidente stesso. Il giuridismo senz’anima e i media senza freni hanno fatto credere al mondo che il modello Occidentale fosse l’unico modello auspicabile, che i paesi del mondo dovessero avere, come obiettivo storico, quello di uniformarsi a tale modello. Quello che più critica è il concetto di libertà affermatosi in Occidente, e chi meglio di un ex deportato, chi meglio di uno scrittore cui è vietato pubblicare può parlarci di libertà? “Da sola, la libertà pura e semplice non è assolutamente in grado di risolvere tutti i problemi dell’esistenza umana, e anzi può soltanto porne di nuovi”.

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Solženicyn parla di una catastrofe in corso, di una crisi spirituale e di un vicolo cieco politico. L’aver riposto troppe speranza nelle trasformazioni politico-sociali ci ha privato della nostra vita interiore. La vanità ci ha condotto a credere possibile il paradiso in terra. “L’uomo è veramente il criterio di ogni cosa? Veramente non esiste al di sopra dell’uomo uno Spirito supremo? Veramente la vita dell’uomo e l’attività della società devono anzitutto valutarsi in termini di espansione materiale?”.

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Queste sono le domande che premettono alla rivoluzione che dobbiamo mettere in moto se non vogliamo che la civiltà collassi su sé stessa. La religione fa paura, il comunismo ha cercato di abolirla, ma è sopravvissuta. Il consumismo cerca di inglobarla, di farne un prodotto più appetibile col risultato di svalutarne la portata. «Il tronco più profondo della nostra vita è la coscienza religiosa, e non la coscienza ideologica formata dal partito» scriveva Solženicyn in Arcipelago Gulag. Aggiungerei: il consumismo non si sconfigge con un ritorno al socialismo, ma con la santità.

Valerio Ragazzini