Solo un filosofo ci può salvare: elogio di Roger Scruton, il conservatore ambientalista, che difende le identità e l’idea di arte come redenzione. Luigi Iannone ne parla con Matteo Fais

Posted on Gennaio 22, 2019, 10:05 am
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La parola “conservatore” di per sé non ispira mai reazioni positive, solo astio, antipatia viscerale e un’aprioristica refrattarietà. Sarà forse per questo che qui a Pangea non abbiamo saputo resistere, data la passione per i reprobi che ci caratterizza, e siamo andati subito a leggere l’introduzione al pensiero di Roger Scruton appena uscita per la Fergen e scritta da Luigi Iannone, sferzante firma de “Il Giornale”.

L’autore dell’agile volume propone una panoramica veloce, ma esaustiva, della complessità di questo filosofo britannico tra i più influenti nel panorama attuale e forse, proprio per questo, poco noto e addirittura inviso nella nostra Nazione che tragicamente sconta la prolungata egemonia culturale della Sinistra.

Scruton è un fine interprete della deriva politicamente corretta del nostro tempo e strenuo sostenitore del discorso identitario, contro le degenerazioni di una globalizzazione totalmente scriteriata. Iannone, dal canto suo, ne segue le orme e, con tutta la passione del suo idem sentire, ce lo racconta rovesciando palesemente il suo animo sulla pagina.

Partiamo dal principio, dalla ratio essendi di questa tua opera. Perché hai sentito il bisogno di scrivere un testo, che potremmo definire una veloce summa, riguardo al pensiero di Roger Scruton? Ritieni forse che non sia abbastanza conosciuto nel nostro Paese?

Non tantissimo. Molti suoi libri sono stati tradotti, ma resta un autore conosciuto quasi esclusivamente dai circuiti culturali. In realtà, avevo pubblicato con lui un libro-intervista uscito una decina di anni fa e ho avuto il piacere di avere la sua introduzione a un mio volume. Varie volte l’ho intervistato, ma in questa occasione ho colto al volo l’invito di Gennaro Malgieri, che dirige una collana per Fergen, e ho pensato di farne un veloce ritratto per farlo conoscere meglio agli italiani.

Tu definisci Roger Scruton come un filosofo conservatore. Credo sia necessario, però, chiarire perché conservatore e non piuttosto reazionario.

Lui stesso utilizza questo concetto con una certa frequenza. Per qualche suo libro lo ha utilizzato addirittura come titolo. La differenza sta tutta nella visione generale. Scruton non si attarda su valutazioni pessimistiche, ma le supera. Le comprende e le condivide, ma poi guarda avanti. Sceglie delle strade invece che altre, prospetta soluzioni e indica delle scelte.

Il punto nevralgico del discorso del filosofo sembra essere la questione identitaria. Come dobbiamo intendere questo concetto? Insomma, perché l’identità è così importante dal suo punto di vista e, pertanto, va difesa?

Io credo che sia questo il punto di tutta la sua opera e del suo filosofare. Qualunque argomento o spinosa tematica egli affronti, lo snodo mi sembra sempre lo stesso. E soprattutto, in un’epoca come la nostra, sottoposta alle pressioni globali e attraversata da sfide immani come i costanti flussi migratori, questo tema si innesta col ruolo della sovranità nazionale. Una difesa dell’identità non attraverso forme retrive (o, appunto, reazionarie), e quindi comprimendosi nelle strettoie poco praticabili di un nazionalismo contiguo al revanchismo, ma, al contrario, tutelando e regolando di continuo i processi democratici. Modulando valori antichi con la realtà fattuale e mitigando tutto col «buon senso conservatore». Insomma, un processo di riaggiustamento che deve essere costante e continuo.

È sorprendente come un pensatore, che potremmo identificare come genericamente situato a Destra, dedichi una non trascurabile porzione della sua produzione a questioni quali l’animalismo e l’ambientalismo. Ma non si trattava di tematiche a esclusivo appannaggio della Sinistra?

Scruton è di molte spanne superiore alla media. Non è intrappolato nelle logiche delle contrapposizioni partitiche. Si professa conservatore, ma sostanzia tutto quanto attraverso tesi argomentate e non ideologiche. E così, per esempio, inquadra l’ambientalismo in ambito conservatore e non in quello progressista e di sinistra. Anzi, l’ambientalismo sarebbe la quintessenza della causa conservatrice, l’esempio più vivo di quel patto “fra i morti, i vivi e i non ancora nati” di cui Edmund Burke faceva l’apologia. Il pensiero conservatore di Scruton lega, appunto, il passato, presente e il futuro. E in questo filo rosso l’ambiente e la difesa del territorio sono una priorità.

Come giustificare una tesi, così in controtendenza rispetto alla linea dominante, secondo cui la democrazia può essere garantita unicamente dalla sussistenza di una “fedeltà nazionale”?

Perché – e qui sono totalmente d’accordo con lui – noi conosciamo e comprendiamo il concetto di democrazia solo all’interno di un perimetro nazionale. Non abbiamo contezza di “imperi democratici”. L’Unione Europea da questo punto di vista ne è infatti un esempio. Burocrati e tutta una pletora di non eletti decidono per noi, senza tener conto delle sensibilità particolari. La democrazia moderna nasce invece all’interno dello Stato-nazione. E lì si sviluppa e progredisce. O si rinsecchisce. Non c’è alternativa.

Dal punto di vista del filosofo, pur con tutte le sue contrapposizioni interne, l’Italia può comunque essere considerata una Nazione intesa come condivisione di istituzioni, costumi e senso della storia?

Qui ritorna il discorso sull’identità. La sua è una continua esortazione alla difesa delle specificità e delle differenze contro l’indifferentismo e il relativismo culturale. Vale per l’Italia, ma per ogni altro popolo europeo. Lo Stato-nazione sarebbe la garanzia primaria dell’ordine civile, politico e culturale verso il quale tendere. Da una globalizzazione sempre più arrembante ci si difende salvaguardando le differenze e le identità particolari. E, per ora, l’unico rimedio pare quello di rafforzare e difendere le sovranità nazionali.

 Credo che uno dei concetti maggiormente fraintesi di questi tempi sia quello di “politicamente scorretto”, che molti confondono con libertà di invettiva e turpiloquio. Non certo il filosofo da te preso in esame che, comunque, denuncia i rischi del politicamente corretto. Ci potresti spiegare quali sono?

Sì, non certo lui. In Occidente, Scruton è considerato il principe del politicamente scorretto. Ha preso posizione in favore della caccia, a favore della Brexit, contro le neo-femministe, in difesa della vita e della famiglia e di mille altre cose. Non c’è argomento o tema condiviso dalla stragrande maggioranza degli intellettuali e del mainstream che non lo veda sul fronte opposto. E non per spirito di contraddizione, ma per convinzioni fondate.

 Un capitolo del tuo testo si intitola La filosofia del pessimismo. Sappiamo che tutti i rivoluzionari di sinistra sono tendenzialmente degli ottimisti, contrariamente ai reazionari-conservatori che stanno sul versante opposto della barricata. Aveva dunque ragione Spengler, “l’ottimismo è viltà”?

Il suo è un pessimismo atipico. Non a caso l’introduzione di Malgieri a questo mio librino ha come titolo Un conservatore per l’avvenire. Il suo pessimismo non vuole rappresentare, come per tanti altri pensatori, lo stile ed essenza di un agire ma un motivo, un filo conduttore per comprendere il presente, per confidare nelle consuetudini e nelle tradizioni, nei cambiamenti lenti, nell’idea che i limiti posti dalla natura non debbano essere sempre e comunque superati. E infine, “per combattere le false speranze e l’ottimismo senza scrupoli”.

 Scruton è conservatore e credente. Certamente sostiene la necessità del sentimento religioso nella vita umana. Malgrado ciò, proprio per la sua ricaduta politica, sembra non vedere di buon occhio l’Islam. Come mai?

Quando l’appartenenza religiosa diviene fatto totalizzante tende a disprezzare le differenze e a rendere lo stato illiberale. Scruton, oltre che dal terrorismo, è preoccupato da un mondo musulmano che, in non pochi ambiti geopolitici, tenderebbe a degenerare in fondamentalismo. In molti luoghi la legittimazione politica avverrebbe infatti con l’adesione alla tradizione coranica e cioè a una legge religiosa che sovrasterebbe ogni altra. Ed è proprio per questo che per il filosofo inglese dovremmo difendere la nostra tradizione, che si fonda sulla laicità e su una concezione chiara dell’ordine politico. E dovremmo ridare la giusta centralità allo Stato nazionale che, pur non rappresentando la soluzione di tutti i mali, è legato a esperienze concrete, al territorio, alla storia, ai popoli e quindi difficilmente potrebbe essere costretto a una appartenenza esclusiva verso una religione che si trasforma in legge civile.

 C’è, se non sbaglio, del platonismo in Scruton quando sostiene che il Bello non è soggettivo e, come scrivi tu, “i Radiohead non possono essere messi sullo stesso piano di Brahms”. Ma come possiamo dire questo dopo il postmoderno e il pensiero debole?

L’accostamento irriguardoso che viene fatto tra la musica contemporanea e, per esempio, la musica classica è uno dei suoi tanti cavalli di battaglia. Peraltro, lui ha firmato libretto e musica di varie opere e quindi parla a ragion veduta. Lo stesso vale quando critica Duchamp, il kitsch imperante, certe pitture moderne e quando salva solo pochi contemporanei, tra cui Eliot e Pound. Sulla frattura tra cultura alta e bassa, la sua posizione è irremovibile (sul tema ha dedicato vari libri) e io ti rispondo con una sua frase: “Il senso della bellezza è un universale umano e nasce dal bisogno profondo di sentirci a casa nel mondo e anche di trovare i nostri valori riflessi nei nostri ambienti. Seguendo il richiamo della bellezza mettiamo un valore di lunga durata nelle cose che ne hanno uno breve”.

 Oggi l’arte, dal suo punto di vista, dissacrerebbe unicamente. In ciò facendo, eviterebbe di percorrere il suo naturale corso che, sempre secondo il filosofo, dovrebbe condurre al divino. Come si fa, partendo dall’arte, a giungere fino a Dio?
Se si parte dal presupposto che l’arte deve essere “bellezza, forma e redenzione” e “la bellezza redime ciò che tocca”, il gioco è fatto!

Matteo Fais