Solo i veri eroi sanno soffrire come noi. Ettore Bonato ci racconta “Gigi” Buffon, il portierone che non si è fatto beffare dal male oscuro

Posted on Giugno 25, 2018, 1:19 pm
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Il suo nome è Gianluigi detto Gigi, professione portiere. Nato a Carrara, il suo nome è legato a doppio filo alla più popolare squadra italiana nel mondo, la Juventus, detta Juve.

Il portiere è un ruolo particolare: è come un pescatore, ci vuole calma finché la trota o il paganello non mangia l’esca, ci vuole calma per parare in un deserto di solitudine. Ma è anche come un samurai, colpisce, ti mozza la testa, e non fa in tempo a dispiacersene perché un’altra battaglia si appropinqua, feroce e definitiva.

Il portiere è solo, affranto da pensieri minacciosi, spazzato via dall’odore marcio dell’erba bagnata e tagliata, lontano dalle bizzarrie dei tifosi, vicino ai calciatori più biechi, da sentirne l’alito che puzza di novocaina mista a birra alla spina o di bottiglia lussuosa.

Quante ne ha viste e quante ancora ne vedrà. Infatti la Juve, squadra imperiosa e tranciante, l’ha mollato con simpatia ma lui pensa a farsi due anni nella squadra del PSG di Parigi, una sorta di cimitero di elefanti ancora buoni per due anni di battaglie sia nel dolce calcio francese o nel bigoncio feroce della Champions League, dove i calciatori si trasformano in supereroi o lasciano lo stadio dopo papere, calcioni e fischi indirizzati ai peggiori, ai vinti.

Inutile sciorinare i trofei vinti da Buffon, sia in Nazionale che nella Juventus; ha fatto incetta, ha bevuto nelle coppe, ha sputato con soddisfazione in campi freddi e grigi come l’attesa. Ma ora è il momento di lasciare il calcio che conosce e avventurarsi in un dedalo ben pagato, in un labirinto di malinconia.

Un amico speciale di Gigi è Francesco Totti. Una carriera enorme nelle rispettive squadre di club, Juve e Roma, due capitani di lungo corso, due campioni che hanno vinto assieme il mondiale del 2006. Ma, mentre Totti, dopo notti insonni e lancinanti, dopo la carriera giocata è rimasto nella Sua Squadra, la Roma, Gigi, più razionale di Totti – che non nasconde una certa ignoranza speciale, popolana – non ha ancora scelto, appunto, se diventare un dirigente della Juve o se spendere ancora due anni di calcio al Paris Saint Germain del pluripremiato brasiliano Neymar.

Totti, core de Roma, sa di aver vissuto con l’ex ragazzo di Carrara una vita insieme, anche se diversa, e ha teso una mano all’amico per un suggerimento sul “Dopo”.

Chi canterà, stonando, l’Inno di Mameli? Chi abbraccerà i capitani avversari nello scambio dei gagliardetti e nel “testa o croce” per scegliere palla o campo? Chi muoverà i suoi peli abbondanti (infatti forse per questo Gigi pubblicizza uno shampoo per i capelli e una marca di schiuma da barba) verso il pallone? Chi sarà sempre allegro e chi piangerà, solo come un uomo vero sa fare, lacrime verso il nulla o un nemico ben preciso come la sconfitta o la fine?

Ma il vero segreto di Buffon si è scoperto in questi giorni all’uscita del libro Demoni, scritto da Alessandro Alciato.

Nel 2004 al padre di tutti i figli, al fratello ideale, al marito e al figlio perfetto, appunto a Gigi venne la depressione. Niente poteva farlo uscire da questa dea nera che ti fagocita, ancor più lo stare ad aspettare una palla che forse non arriverà mai, bloccata da terzini ostici e duri come di solito sono quelli bianconeri, ancor più essere in uno stadio con 50.000 persone che scandiscono il tuo nome che tu odi perché melanconico, perché tu sai che appartiene a un ex portiere, sconfitto non dalla squadra avversaria ma da un nemico ancora più subdolo, il male oscuro.

In quell’anno buio, in cui il prode Gigi all’inizio stette sul campo solo come onore di squadra, Buffon visitò la Galleria d’Arte Moderna di Torino e si imbatté in un quadro di Chagall, La passeggiata, olio su tela. Quel quadro l’andò a rimirare parecchie volte, fu un inno alle piccole cose, un credo che dal male si possa uscire. Pian piano lesse libri, alla fine molti, poi s’iscrisse a un corso di chitarra, poi, con uno stratagemma mentale beffò la morte nera prima che quest’ultima non lo fermasse per sempre.

Gigi Buffon ansimò, il cuore gli batté nel petto, il prato verde marcio sembrò una striscia di acqua pantanosa, sentì il rimbombo e il fischio continuo dei tifosi e le grida lontanissime dei suoi compagni. Un fetore aspro gli si conficcò in gola, l’acqua torbida gli dilavò il naso. Stette per svenire quando all’improvviso si ricordò del tranquillo quadro di Chagall e, come per miracolo, parò il tiro di un certo Cozza, attaccante della Reggina.

Gigi Buffon sconfisse così un attacco di panico e la paura che porta la paura che genera l’arrivo dell’ansia e alimenta la fine di tutto, anche della propria vita.

Ora Buffon pensa che andare al PSG sia il coronamento, magari con la vittoria nella Champions League, della sua splendida carriera, che poteva terminare il 15 febbraio 2004, Juve contro Reggina. Quasi finì nel modo in cui l’attore De Niro chiude il film di Leone C’era una volta in America, abbagliato dal sentore dell’oppio, o si possa perpetrare come la camminata che un 50enne compie insieme al nipote, coi piedi nell’acqua sul lungomare di Rimini, quando il piccolo frastuono del mare domestico e l’azzurro abbagliante di un meriggio triste, ti possono calettare in una piccola depressione… ormai sconfitta dalla Nazionale, dalla Juventus, dal PSG, dalla vita meravigliosa del bambino prodigio che, dall’umile provincia italiana, spiccò il volo verso lo splendore del successo. Solo gli eroi soffrono come noi.

Ettore Bonato