Inverno, l’alba è fredda. Più di tante altre, reca il peso, il senso e il dissenso di fallimenti necessari. Voci farfugliano che una primavera silente ci attende. In verità, il freddo invernale, quel freddo che ci prende al torace sino all’arcata costale, non ci ha ancora lasciato. Mi sveglio tra tiepide ceneri di sogno. Ne rimane qualche sfumatura, che via via si rischiara come la luce che penetra morbida nella stanza. Pareti di tempera bianca come il latte, come gli interni di tante chiese di Palermo, screziati tra stucchi e cornici di riflessi d’oro, vene aurifere di antichi messaggi. Lo scenario è un bugigattolo, un nido umano che a stento contiene una branda e una scrivania laccata avorio. Memoria rovistata tra quei tanti covi di vita universitaria dove ho abitato, dormito o lasciato appena qualche passo a pochi metri dalla soglia. Lei respira al mio fianco, un angelo mai posseduto, né con il corpo né con la mente.

Forse per questo, preda dell’inconscio, di questa belva amorfa di sogno. Seminuda, nello stesso letto, soffre ancora il dolore di una separazione. Quattro i punti cardinali che riesco a percepire, benché non scuotano del tutto l’aria attorno, o forse l’aura di lei, quasi virginale. A nord regnano glaciali le sue labbra con un velo di rossetto rosa corallino. A un ovest immaginario il seno obliato da un reggiseno bianco, di vitrea trasparenza. A est, lontanissimo, colgo con lo sguardo il ventre pudico, inesperto. Più giù, a sud, il sesso, frigido frammento di clitoride incorniciato dall’inguine. L’origine del mondo. L’origine, ma di quale mondo, poi? Di qualcuno o qualcosa che non è ancora. In me vince l’orgoglio, il coraggio di non osare, di non depredare ciò che non è mai stato veramente mio. Mi alzo, come sputassi su quel corpo nudo, raggiungo le scale e torno al mio inferno di poca vita. A distanza di anni, chiedo a me stesso l’oscura ragione di mendicare ciò che non è mai stato.

Al sogno, all’irrazionale, è chiaro, non si risponde mai, né tantomeno si può pretendere una domanda. La verità è che nulla si possiede. Semplicemente si vive, quando non si biasima a se stessi di credere di vivere. Da giovani succede. Da uomini maturi solo per età anagrafica – e per tale ragione disillusi –, si guarda al passato come a giornate di guerra e di sconfitte, di vizi e capricci che quasi non desideriamo più inseguire, se non con il ricordo, e anche questo ci pesa. È pura follia credere di poter possedere tutto, perfino i ricordi prima o poi ci fregano, e finiscono per possederci. È pura follia credere di avere, affibbiare a sé stessi un nome, fino a quando quel nome non ti possiede del tutto, sino alle arterie iliache e cerebrali, sino a quando non si fa tutt’uno di fibra di corpo e cervello. Eppure i sogni ci possiedono, anche in ciò che non abbiamo mai posseduto. Dipende, certo, anche dal nostro sonno, da questa sentinella presente in noi. Scrive August Strindberg nella nota di prefazione all’opera Il sogno, dramma del teatro psichico di vivace immaginazione, scritto ben centovent’anni fa: “Il sonno, questo liberatore, diventa spesso doloroso, ma quando il tormento arriva all’estremo, ecco il risveglio a conciliare il sofferente con la realtà. E la realtà, per penosa che sia, in quel momento costituisce pur sempre un sollievo, rispetto al sogno tormentoso. Che anche la vita sia un sogno, ci sembrava una volta un sogno poetico di Calderón.  Ma quando Shakespeare fa dire a Prospero, nella Tempesta, che siamo tutti della stoffa di cui sono fatti i sogni, quando il Savio inglese enuncia, per bocca di Macbeth, che la vita è una favola, raccontata da un folle, è il momento per cominciare a riflettere sulla questione.” 

Il sonno, insomma, come liberatore, in una vita che ha come contraltare, o forse come specchio deformato, il sogno. Il problema fondamentale del sogno, così come il suo segreto, impenetrabile come un vetro, è custodito, forse, nella quartina che fa da incipit alla poesia Gli specchi di Jorge Luis Borges:

“Io che provai l’orrore degli specchi

non solo innanzi al vetro impenetrabile

dove ha principio e fine, inabitabile,

un irreale spazio di riflessi”

La quartina in poesia, si sa, è come un castello sicuro, un mastio medioevale. Ma ecco incunearvisi, come un incendio di memoria magrittiana e più pericoloso di un esercito nemico, l’orrore degli specchi di cui ritroviamo l’eco nel finale:

“Dio ha creato le notti popolate

di sogni e le parvenze dello specchio

affinché l’uomo senta che è riflesso

e vanità. Per questo ci spaventano.” 

Un finale che conferma il nesso, rigorosamente speculare, assurdo come l’esistenza, tra specchio e sogno, tra luce e tenebre, tra principio e fine. Borges, scrivendo “Dios ha creado las noches que se arman de sueñosy las formas del espejo” usa il verbo armar, armare, assemblare, perché di fatto questo sono i sogni, armi a doppio taglio. Di sogni, personalmente, ne partorisco di ogni genere, meravigliosi, lussureggianti, alcuni di una creatività disarmante, anche se giusto questi, i viaggi dell’inconscio più vitali, quelli che amo confessare a me stesso come sogni prometeici, si fatica a ricordarli. Tra gli ultimi ne annovero uno alquanto bizzarro nel quale, nella pace di un mattino assolato come tanti, mi trovo a pranzo a casa di un amico palermitano, una cara e spassosa persona, che tutto contento mi serve a tavola un piatto di genitali umani, dalle sembianze di polpo di mare, per poi scoppiare, un attimo dopo, in una risata isterica quasi a dire “Ora lo mangi!”. Quasi un frammento popolare, che mi rimanda all’immagine del polpo bollito, venduto su banconi a cielo aperto nella piazzetta della Vucciria, il notissimo mercato di Palermo.

Un altro sogno ha per scenario una residenza di campagna, io che vago di notte spaesato attorno a questa casa finché non subodoro una presenza oscura, quasi diabolica. Avvolta nel nero di un angolo buio inizia a ringhiarmi contro finché, spostandosi sotto la luce di un faro appeso al muro, rivela la sua definitiva, metamorfica presenza, una piccola giraffa nera, mistero di rarità e protezione, di natura multiforme, minacciante e minacciata. I sogni, che razza di mistero, un mistero talvolta indecifrabile. Forse perché siamo noi stessi quel mistero. Francisco Goya doveva averlo vissuto come un’ustione sulla nuda carne quel mistero, quando si apprestò a dipingere il ciclo delle famose Picturas negras. Sono, queste pitture nere, dominate da figure demoniache notturne tra cui un ombroso caprone, come nel pannello Il sabba delle streghe, da vecchi cadaverici e altri personaggi dai volti distorti, visioni, tra l’esoterico e il macabro, rappresentate sulle pareti della Quinta del Sordo, la sua abitazione alla periferia di Madrid, acquistata nel 1819, dove l’artista, tra incubo e realtà, ci porta oltre i confini immaginari dell’irrazionale, per raggiungere il culmine nel Saturno che divora i suoi figli. Più tardi Friedrich Dürrenmatt, pittore-scrittore dal timbro caustico, nonché abile emulo e dissacratore dei miti ellenici, ne realizzerà una sua versione a penna, dal titolo Padre crudele con i figli affamati. Un legame, a dire il vero, non solo estetico, o etico, vincola, indirettamente, il disegno di Dürrenmatt, uomo dal palato vorace, al Saturno che divora i suoi figli, che non a caso si trovava giusto nella sala da pranzo della Quinta del Sordo. Perché cito Goya, un artista sì legato al territorio dell’inconscio, ma apparentemente lontano dal concetto di caos privato? Il motivo è semplice: perché Goya creò le pitture nere per sé stesso, governato dalla paura della morte, e con l’incubo persistente della guerra civile spagnola, e non al soldo di un facoltoso committente. Se questi capolavori si sono conservati è solo grazie all’erede, il nipote Mariano Goya, e al successivo acquirente della Quinta del Sordo, il quale li fece trasferire su tela da Salvador Martínez-Cubells, restauratore del Museo del Prado, nel 1874, per donarli all’umanità. Allo stesso modo fa il sognatore con il suo inconscio. Egli opera per sé stesso, e credere di entrare pienamente nel territorio dell’onirico è pura illusione, perché anche la messa in scena del sogno o dell’incubo, ovvero la sua trascrizione, sarà così lontana nei dettagli da quel vagheggiamento, che ne rimarrà di fatto solo un proscenio di cartapesta. Capita, allora, quando non si arriva a elevare la memoria del sogno, come Goya, attraverso abili visioni allucinate, che il sognatore, da sveglio, sia ossessionato dalla metafisica sottesa delle sue visioni e torni a rappresentare, come Cézanne, per forme pure. Ecco che non è più solo l’aneddoto il fine della scrittura, ma la scrittura stessa, come forma di ribellione, di evoluzione. Ma il sogno, questo universo lussureggiante popolato da animali misteriosi, resta un mistero indecifrabile.

E se l’amicizia può dirsi decifrabile, non lo è, diversamente, l’amore per una donna. Tra donna e giraffa, a conti fatti, c’è qualche differenza? Rara è la donna, ambigua, misterica, maculata come la giraffa nera. Con il tempo, certo, un po’ ci si disillude nei confronti dell’amore. Quando si è giovani si vive come si vive, senza pensarci, e si sorride all’amore a frangenti alterni. L’amore ferisce, ma nello stesso tempo rigenera. Capita anche di lasciarsi e di riprendersi come viene. Poi si medita per mesi, o per anni, la solitudine, per cercare altrove una risposta, nei libri, nei poeti.

Oggi è tutto un avere, possedere, classificare, dire, preferire, un vizio borghese. Ciascuno di noi dovrà ammetterlo, è vero quel cruccio smodato di preferire, di tornare a leggere quei versi di solido sangue, quelle parole di un autore o di tornare in quei luoghi dell’anima come se fosse sempre la prima volta. Ma immemore torna a ferirci la realtà del presente, l’odore di piscio di cani randagi dei vicoli abitati delle nostre città, le strade lastricate dei mercati con la luce che fugge da una pietra scabra all’altra, i pomeriggi buttati a vomitare pensieri troppo fragili per inseguire un solo granello di obiettivo, le notti perse a scrutare con gli occhi spenti il soffitto. Oggi che viviamo con le spine nel cuore, dobbiamo chiederci prima se ricordare o dimenticare.

La memoria, questa bilancia che va pesata e misurata ogni volta, senza averla sempre profondamente vissuta, nell’amore e nel dolore, con l’illusione, per dirla con il Malte Laurids Brigge di Rainer Maria Rilke, di riuscire ad afferrare “l’essenza del terribile in ogni particella dell’aria”.  Vale, sì, credo, anche nel dolore. Come quel dolore che anni fa, a pochi millimetri di pelle, cuore di ghiaccio, non seppi cogliere. E così, per quelli tra noi che ancora non riusciamo a viverlo l’amore, o che restiamo in disparte a cercare di afferrarlo, per poi percepirne appena l’ombra. Così restiamo immobili nel nostro sottosuolo di sogni a pregare un angelo, segregati come talpe europee, ardenti di aspettare una qualche epifania, una bianca annunciazione, per dire che altro non ci rimane che l’eroico alone delle notti bianche, che la dolce spuma del mare dell’eternità.           

Alessandro Corso