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“Ho sognato avverbi volare a stormi”: la poesia di Alessia Iuliano, tra la Dickinson e “American Beauty”

Luliano

Il sogno è uno dei linguaggi del desiderio. Desideriamo in quanto esseri manchevoli, bisognosi di qualcosa che non abbiamo e che, una volta raggiunto, non possiamo possedere per sempre. Così è la bellezza che anima il desiderio, non ne possiamo disporre e non possiamo toccarla. “Inseguila e sparisce”, scriveva Emily Dickinson. Ancora più difficile è trovare le parole che la intrappolino in una definizione. I versi di Alessia Iuliano conservano e valorizzano questa distanza. Meditano intorno al bello, con fugaci istantanee elegantemente composte, tessendo una trama affascinante che è un inganno al pari della tela di Arianna. Allucinatoria come un sogno, nel quale ci illudiamo di poter allungare la mano e toccare quello che stiamo vedendo. Ottenendo così l’esatto contrario: far svanire ogni piacevole illusione. Immagini strappate alla memoria, all’universo onirico e al mito, danno corpo all’opera della poetessa (“Fa sempre freddo, soffia/ smarrita l’ora ventale./ Dorme fuggendo la paura/ che i sogni fossero sogni/ nient’altro che sogni nei sogni/ sognando al rimedio dei ricordi.”).

copertina IulianoLeggendo si è trasportati dentro un universo immaginario accogliente. Per poi, tuttavia, essere svegliati, sottratti alla quiete e rimessi con i piedi per terra. Il verseggiare della Iuliano è capace di evocare immagini mai banali, fuori dal tempo, che accostano la classicità del mito alla modernità della forma lirica. Quest’ultima spicca per originalità, dà prova di una coraggiosa e autonoma ricerca. (“Ho sognato la vita che desideri/ come dopo lo scoppio dei fuochi/ in cielo Hesperos ragazza/ non la stella dei naviganti/ inesperti all’amore/ ho sognato le cicale/ di giorno smentire la notte ascoltata/ ai seni muti della luna/ per i crateri incensati dai perché”). Oppure, come prosegue qualche pagina dopo: “Sembra gli abbiano sparato/ per le conclusioni sottratte a Psiche/ Venere non nutriva dubbi/ se ti fossi espresso/ ancora diresti lontananza mia/ a volte siamo soli al caffè/ e la cicca che spegne il tabacco/ l’unica offerta ai lunedì”.

Una riflessione intimistica ed esistenziale, sul soggetto umano, traspare in modo chiaro, attraverso le liriche di Ottobre nei viavai, RPLIbri, 2018. L’uomo è incompleto e per questo desideroso, quanto disperso e chiamato a ritrovare la strada, straniero ovunque si trovi. Sogni, miti e ricordi possono aiutare a orientarci lungo il percorso, possono dirci qualcosa di noi. Il testo non li interpreta per dare risposte, ma suggerisce che questi ci costituiscono nell’essenza (“Ho sognato la morte una donna in tailleur/ poi alcuni avverbi volare a stormi/ imperfetti sul bianco/ e c’era l’arcobaleno/ le mezzelune dei colli italiani/ ho sognato il bacio all’orecchio del tempo/ dire le esatte parole che riporto/ il tuo inizio e la mia fine/ la mia fine e il tuo inizio/ ho capito diversi anni dopo/ le due e senza accento/ che il sogno anticipa la verità oltre i margini dell’essere”).

Il Bello non ha causa, come recita la poesia di Emily Dickinson citata al principio: (La Bellezza non ha causa: esiste./ Inseguila e sparisce./ Non inseguirla e rimane./ Sai afferrare le pieghe/ del prato, quando il vento/ vi avvolge le sue dita?/ Iddio provvederà/ perché non ti riesca.). Per i greci antichi però, i cui personaggi più celebri sono diffusamente presenti nella raccolta, il Bello è causa del Bene e viceversa. La parola καλὸς (kalòs) è sintesi di questi due aspetti, fondamentale unità del Bene morale (buono) e del Bello estetico. Seppur quest’ultimo sia descritto come inarrivabile per le mani umane, illusorio e fugace alla vista, è possibile cogliere nella raccolta come esso sia anche in grado di mostrarci la via. Un essere umano è una creatura estetica prima ancora che etica, come dice il Premio Nobel Joseph Brodskij. Una simile idea è, in fondo, anche quella che traspare dal monologo finale di American Beauty: “Difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare”.  Iuliano ha sicuramente provato qualcosa di affine e gli ha dato forma.

Alessandro Paglialunga

*

Alcune poesie tratte da: Alessia iuliano, Ottobre nei viavai, RP libri, 2018.

Mi hai insegnato tu
quanto rumore sia morte.
E prima di lei
il bello ideale, più in alto
non valgono polveri
né letture o implacabili sconfitte,
il mare – almeno il mare!
Lo smeraldo
che in tutto il vicinato
farebbe invidia di noi.

———–

Quando sarai vulnerabile
a questa parola ti prego
raccogli l’oleandro dai piedi
sul dubbio del cancello
perché riconosca la strada
alle radici di casa.

———–

Fa ritorno ogni tanto
a quella ingenua freschezza
e non temere come ricurvo
l’ulivo distenda l’ombra, lì
dove nascondi il bimbo che sei
c’è un’altalena di braccia
e madre, padre – pensa
sorridono.

 

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