“Nel caricatore c’era una sola pallottola. Non ci fu un amico abbastanza premuroso da toglierla”. Vladimir Majakovskij secondo Viktor Sklovskij

Posted on Aprile 17, 2020, 6:39 am
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Mi sembra di essere in prossimità dell’urlo, di perimetrare l’urlo come le pietre il fuoco – e ti capita di credere che il fuoco, in fondo, sia una chiosa alle pietre. Mi fa venire in mente Niceta Coniata che racconta la caduta di Costantinopoli, nel 1204, lì, a un passo dai massacri; mi fa venire in mente la foga degli storici di Bisanzio, la prosa allucinata, e non sai se stiano redigendo una cronaca o se la Storia non emerga, per eccesso di bestialità, di vita, dai loro rotoli. A me Viktor Sklovskij pare un genio, una mente esorbitante –un tempo Teoria della prosa era la pietra d’angolo degli studi umanistici, cioè della vita, oggi VS è diventato un cioccolatino per club di lettori forti, la non-vita, per damerini dalle mani di cristallo, in effetti, stampano le frattaglie (per altro gustosissime), Marco Polo (Quodlibet, 2017), Viaggio sentimentale (Adelphi, 2019). Tutto bello, buono, giusto, laccato – ma Sklovskij è l’autore di un’era metallica (questa!), uno che ti piglia per le caviglie e ti scarica nel bestiario della letteratura, con l’orda di leoni addosso.

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Viktor Sklovskij, intendo, non fa teoria – nonostante l’evidenza –, crea le condizioni perché possa accadere l’arte, il genio. Entra nel “processo” artistico, è l’anatomista dell’ispirazione non per ansia descrittiva, ma per forgiare esplosivo. Insomma, con la sua opera prepara una terra – poi la impiatta al poeta. Spiana uno spazio nuovo, inedito, vergine – poi sussurra al poeta, avventati. Leggete il capitolo su Andrej Belyj, in Teoria della prosa – se potete, perché l’Einaudi 1976 è fuori catalogo. “La Weltanschauung di uno scrittore è solo una sua ipotesi di lavoro”; “Le crisi degli scrittori coincidono con le crisi dei generi”; “Il sogno è un vecchio servitore del romanzo”; “L’unità di un’opera letteraria è un mito”; “Io sono del parere che un’opera, specialmente se lunga, non può essere creata mediante l’attuazione di uno scopo. Lo scopo esiste, ma la tecnica dell’opera lo modifica fino in fondo”. Non è importante quello che Sklovskij pensa o teorizza, ma quello che fa. Sklovskij esercita l’unica critica possibile: non giudica l’autore – alle classifiche giocano gli insipienti – lo investiga, trova il suo fuoco, gli dà fuoco. Anche quando scrive di Don Chisciotte scava la possibilità per la letteratura del futuro – è un uomo che scova il futuro, mentre teorici, critici, giornalisti guardano il passato oppure – peggio ancora – ricamano opinioni sul presente.

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Quando leggo Sklovskij non posso che scrivere – o urlare: che sono la stessa cosa – come se appartenessi davvero a un’epoca e non fossi ciò che sono, un frammento spericolato, la fionda che non sa dove affondare il colpo per assenza di giganti e filistei. Sklovskij crea comunità, concordia in lotta. Continuità. D’altronde, ha vissuto. Guidava i carri durante la Prima guerra, era lì nel febbraio del 1917, gli stavano sulle balle i bolscevichi. I Soviet gli ammazzano due fratelli; una sorella muore di fame, a San Pietroburgo, nel 1919. “Sopraggiunse l’inverno. Cadde molta neve. Formò mucchi altissimi, nei quali noi praticammo stretti viottoli. Le patate gelate vanno lavate prima che si scongelino. Sono dolci e cattive. Vi si aggiunge il pepe quando c’è. Sul dorso portavamo zaini”. Questo è Sklovskij. Prosa uncinata, cruda, metodica, cinematografica, che arriva lì, sotto il naso, tra l’arcata superiore dei denti e lo stomaco. Colpisce a fondo, Sklovskij. “Era il tempo quando ci stavano assalendo da tutte le direzioni. La pace era laggiù, lontano, là dove esistono palme e legna di betulla. È quasi inimmaginabile”. Questo è Sklovskij. Verbi come corpi in movimento. Frasi di carne. “C’era il colera a Pietrogrado, ma ancora non mangiavano carne umana. Correva voce, sì, che un postino avesse mangiato la moglie, ma non so quanto ci fosse di vero. C’era silenzio, sole, e fame, molta fame”. Questo è Sklovskij. Sta coi “Rossi”, ma nel 1922 lo braccano – lui passa in Finlandia, poi, ovviamente, a Berlino. Descrizione filmica. “Mi ritrovai a Berlino. Era l’anno 1922. Berlino è grande, con molti parchi. Strade larghe nel centro della città. Su queste, molte file d’alberi. L’asfalto, allora nuovo per me”. Poi torna in Russia, cosparso di cenere comunista, ma se li divora tutti, la sua intelligenza è onnivora.

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Nello spazio spalancato a colpi di machete da Sklovskij – altrimenti, il poeta è solo nella popria presunzione, nel mattatoio della matta fragilità – si sono messi tutti. Nel 1940 scrive uno studio su Majakovskij, che sborda nell’autobiografia, perché Sklovskij non ha l’arcadico e tipico equilibrio degli accademici, l’oggettività dei parziali, affaristi nel clientelismo estetico. Sklovskij incardina a pugnalate il verbo nella vigoria della vita. Così, mentre afferra Majakovskij – “I bambini nascono tutti uguali, i poeti sorgono diversamente… Majakovskij ricevette la vocazione alla poesia a Mosca, dopo la prigione di Butyrki (s’era nel 1910). La vocazione del poeta comincia con l’angoscia” – tratteggia la figura di Lilja Brik, fondamentale nell’opera e quindi nella vita di VM: “Lilja Brik amava le cose, gli orecchini d’oro a forma di mosca, e quelli antichi russi, aveva una collana di perle attorcigliata, era piena di bellissime inezie, molto vecchie e ben note all’umanità. Sapeva essere malinconica, femminile, capricciosa, fiera, superficiale, incostante, innamorata, intelligente: in qualunque maniera”. Il critico, lo studioso, lo storico è in quell’arguzia, nelle bellissime inezie che accerchiano un destino. Certo. Sklovskij avrebbe potuto essere un grande scrittore, non meno importante di Ivan Bunin, o di Nina Berberova. Reclamò il talento all’investigazione critica – e fu il solo.

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Il libro su Majakovskij è di eccelsa violenza: ruvido come una selce, rapido, come chi di una coltellata veda l’ellissi e l’astrologia sanguigna. In un bagliore appare Esenin: “Uomo molto solo, passato tragicamente attraverso la nostra poesia… molto bello… Vidi Esenin a Mosca. Pareva guardare attraverso un vetro oleato. Non amava Majakovskij e strappava i suoi libri, se ne trovava in casa propria, e tuttavia fu un poeta eccellente, che seppe giungere al lettore”. Sklovskij intuisce la statura di un uomo – e di conseguenza la stabilità dell’opera. Molto bello, vetro oleato, tuttavia, sono parole che servono a carpire la poesia di Esenin.

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Effettivamente, Sklovskij scriveva usando il bulino. Isadora Duncan: “aveva vissuto una vita d’una certa grandezza, amava far collezione di persone”; Andrej Belyj “abbronzato, girava per Berlino con le mani intrecciate dietro la schiena… ballava nelle taverne, dalle luci tenute basse di proposito, soffriva di nostalgia, beveva”; Chlèbnikov “fu dimenticato nella letteratura, sebbene fosse un artista compiuto. Palpitava tutto di futuro. Il futuro vive in noi stessi con le proprie contraddizioni”.

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Il Majakovskij di Sklovskij è stampato da il Saggiatore nel 1967. Nella collana ‘I Gabbiani’ sono editi Le vie senza legge di Graham Greene per la traduzione di Piero Jahier, La rivoluzione inglese del 1688-89 di George M. Trevelyan tradotta da Cesare Pavese, Apocalisse di D.H. Lawrence, i saggi di Aldous Huxley e altre meraviglie.

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In quel libro meraviglioso e anomalo, al di là dei generi, fitto d’incendi, Sklovskij capisce il dramma della Rivoluzione e delle sue promesse svanite (“Molti di noi sentivano l’avvicinarsi della rivoluzione, ma pensavano di essere fuori dallo spazio, di aver organizzato un proprio regno del tempo, di non essere tenuti a sapere quale millennio fosse fuori dalla nostra porta”); capisce che la morte di Majakovskij non è soltanto la fine di un’epoca, è l’epica di un uomo abbandonato: “Nel caricatore c’era una sola pallottola. Non ci fu un amico abbastanza premuroso da togliere quella pallottola, da andare a trovare il poeta, da telefonargli”. “La gente ricorda Majakovskij come l’eterno vincitore… Vladimir Majakovskij era un uomo fortissimo”: eppure, la disfatta si accalca su di lui, come sull’ultimo, dando un pozzo alla debolezza. “Attraversò l’oceano, vide che gli indiani esistono per davvero”: ora fa a pugni con Caronte. Il suicidio fu un’altra variante – senza finzioni, frizioni o fraintesi – dell’aggettivo fortissimo. (d.b.)