“Si deve desiderare tutto, essere indifferenti a tutto”. Sissi, ovvero: la filosofa implacabile, la principessa esorbitante

Posted on Febbraio 21, 2020, 7:33 am
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Bella e impossibile. Alla bellezza, eccessiva come una colpa, si perdona ogni cosa, anche l’eccesso di stupidità. Eppure lei confondeva e turbava i propri ospiti – sarebbe meglio dire, la vorticante truppa degli adoratori – nelle due forme che caratterizzano le dee: con il corpo, perfetto, atletico, che culminava in un volto leggendario; e con la mente, abissale, in grado di partorire voragini dentro cui gli ascoltatori annegavano, come rospi dentro una pozza.

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In una fotografia ha il mento arcuato, contratto, le labbra rigide e sicure, fiere le sopracciglia, e gli occhi che scavano qualcosa, oltre il nulla, come vanghe di cristallo. Sembra caduta in quell’era per caso, come un esempio, destinata a simboleggiare qualcosa di assoluto. Il precedente potrebbe essere Anna Karenina, comunque una creatura letteraria, leggendaria. Per paradosso, l’unico che si sottrasse al suo fascino fu l’assassino, un italiano, tale Luccheni, che la fiocinò con un punteruolo il 10 settembre del 1898: «Non ero riuscito a trovare il duca d’Orléans […] e così ho ammazzato l’altra, in mancanza di meglio» (così ricostruisce l’interrogatorio all’omicida Paul Morand). «Il miserabile Luccheni smaniava di fare rumore, uccidere qualcuno in vista; ma fu la lunga malinconia vagabonda di Elisabetta Wittelsbach, nei dialoghi misteriosi delle anime, a chiamare a Ginevra quel piemontese pazzo, scegliendolo come suo assassino», scrive Guido Ceronetti ne Il silenzio del corpo.

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Lei, Elisabetta d’Austria, che per la corte era una sorta di Democrito ghignante, di inaccettabile mostro, accettò la morte più assurda con un sorriso, l’aureola di quel paradosso che fu la sua vita, che è la vita di ognuno. In fondo, spappolò i marchingegni muschiosi dell’aristocrazia, fece affondare la tarlata chiatta austriaca e incarnò la donna selvaggia, l’amazzone, la vezzosa pin up da manifesto cubitale, la Circe maliarda e sapiente. In un salto, ci trascina dalle eroine di Flaubert impiastrate di parole alla polpa cruda e desiderata di Marilyn Monroe.

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Anticipò i tempi, la principessa Sissi, e la moda della femmina-Sfinge, bella da pietrificarti, il cui enigma non si scioglierà mai, pena la morte. Teneva l’Europa sulla punta della lingua, l’Austria in una tasca, era ammirata e godeva nel farsi amare, ma non guardare (alcune immagini la raffigurano velata da ombrellini o da ampi ventagli, per cui il suo viso appare di sguincio, come una mezza luna, o è eternamente nascosto): è sacrilego per un mortale scoprire la nudità della dea. Eroina nobile, ma facilmente popolare, la ricordiamo cinematograficamente con il volto di Romy Schneider, nei melodrammi dei pieni anni Cinquanta dedicati a “Sissi”. Pellicole coreografiche, da fanciulle in cerca del principe azzurro, esaltavano la stupefacente bellezza di lei, sfumandone le ombre, enormi e radicali.

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«L’Ottocento conobbe due vette della malinconia: Brahms e Sissi. Se la malinconia fosse l’unico metro per giudicare gli spiriti, la figura di Sissi si potrebbe senz’altro paragonare a Brahms», disse Emile Cioran, per cui la principessa fu uno spirito filosofico tra i più desti. Eccolo, il verso lunare, inquieto, selvaggio di Sissi, conservatoci in biglietti sparsi, frammenti di conversazioni, ma soprattutto Nei fogli di diario di Constantin Christomanos (il suo libro di memorie su Elisabetta d’Austria è in catalogo Adelphi). Il giovane greco, un dandy di buona famiglia, debole di cuore e vagamente timoroso del mondo, fu il confidente di Elisabetta dal 1891 per circa un anno, leggendole dei libri, conversando devotamente. Ne nacque un incontro esteticamente travolgente: per fortuna nostra il greco domina la lingua, pur aggravata da balconcini in stile liberty e barocchismi in libertà, così che il diario si legge come un romanzo, e Sissi emerge come una strepitosa Cassandra.

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Ovvio che una sgargiante ingioiellata capace di pronunciare parole nette e severe come queste, «L’unico scopo della vita è quello di superarla, come una malattia, nella forma che assume di volta in volta. E se si vuole superarla non si deve avere paura di nulla, si deve desiderare tutto, essere indifferenti a tutto», oppure, «La gente non sa che farsene di me, perché io non rientro in nessuna delle loro tradizioni, in nessuno dei loro concetti ormai consolidati. Non tollerano che qualcuno scompigli l’ordine dei loro cassetti», abbia sedotto stuoli di intellettuali. Avrebbero desiderato il suo talamo Stefan George e Karl Kraus, D’Annunzio e Hugo von Hofmannsthal, ha attratto pensatori eccellenti ed eccentrici come Cioran e Ceronetti, e vaporosi nietzschiani come Alfred Schuler (la volontà di potenza ha la gonna lunga!) o Ludwig Klages, un pericoloso cane sciolto, egoista perverso e superbo come Maurice Barrès, che riconobbe nei fogli di diario «il più stupefacente poema nichilista che mai sia stato vissuto alle nostre latitudini».

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In effetti, bisogna dare atto al greco Constantin, grazioso fino al martirio, di aver reso letterariamente appetibile un animo oscuro e volubile come Sissi, genericamente colta (adorava Heinrich Heine e Richard Wagner, che «ha semplicemente incarnato nella musica la conoscenza dei nostri segreti profondi, maturati in noi a nostra insaputa»), ed esteticamente poco dotata (il fardello delle sue poesie è utile soltanto per pasteggiare di lei, la grande d’Austria). Sissi, figlia della più acuta decadenza, che prelude gli esistenzialismi del Novecento, seduce gli scettici, gli anticonformisti (ma da Leopardi in poi, in una sorta di riedizione dell’epoca alessandrina, ogni pensiero è sull’uomo, ormai irrimediabilmente perduto cosmo, mondo, e sistemi per l’enalotto filosofico relativi) non tanto per il suo pensiero (inesistente, che procura pruriti e bagliori), quanto perché esso è incarnato da lei, donna, superba e potente. Che aveva una perfetta, diabolica conoscenza della catena di montaggio fordista del reame («Ogni saluto ha il suo scopo, ogni sorriso chiede il suo compenso. Se non fosse così, ci sarebbe risparmiata anche tutta la messa in scena»), e amava gli opposti, il dominio del paradosso: «Avete notato che in Shakespeare i folli sono le sole persone assennate? È così anche nella vita: non si sa mai dove sia la ragione e dove la follia! Così come ignoriamo se la realtà è sogno, o il sogno realtà» (con chiusa psicoanalitica che manda in brodo un freudiano impertinente come Norman O. Brown: «Io sono propensa a considerare sani di mente coloro che vengono chiamati pazzi. L’autentico senno è considerato “pazzia pericolosa”»).

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Tutto fuorché una preziosa reginetta sull’orlo della finestra, prona a piangere il mondo e i suoi moti, Sissi è una rassegnata di diamante, che si specchia in un cammeo antigiovanneo: «Io sono come uno scoglio. E la luce non osa avvicinarsi a me. E se pure venisse – vi sono tenebre davanti alle quali ogni raggio di luce si dissolve, poiché esse succhiano tutta la luce e non la restituiscono più». Libera da ogni misticismo, Elisabetta è la dèa che osserva l’inevitabile consumarsi delle sue creature, deprecando le sorti disumane e progressive dell’uomo («Tutte [le cose] si muovono verso una meta, inconsapevoli ma senza incertezze. Noi ci illudiamo di trovare la nostra meta da soli, usando la ragione, mentre è possibile arrivarvi soltanto insieme – insieme con tutti gli altri esseri»), mormorando quella verità che è nei nostri pugni da sempre, e da sempre inascoltata, cioè che tutto è vano, e vacuo sforzo di fiato («Non avete visto il quadro appeso nella vostra camera a Lainz, quello di Titania con la testa d’asino? È la testa d’asino delle nostre illusioni, la testa che non ci stanchiamo mai di accarezzare. Ho un quadro simile in ogni castello: non smetterei mai di guardarlo»).

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Sissi è da leggere al fianco di Marco Aurelio, tra i potenti che punteggiano la propria esistenza di pensieri capitali, radiosi? Non esageriamo: in Sissi si ammira il capodoglio moribondo, l’elefante imperiale che inarca la proboscide come un vessillo, cercando il proprio cimitero. Il suo sguardo, reso acuto da una spropositata serie di dolori (la sorella arsa viva, il cognato fucilato, il cugino prediletto annegato, un mucchio di parenti suicidi, infine il figlio, Rodolfo, suicida o assassinato il 30 gennaio 1889 nel castello di Mayerling), evoca la morte, la sua parola, simile a quella di un profeta sbalzato nel sale, rimbomba su Vienna, ne prevede la fine, teoria di cattedrali sgominate e defunte, di aule regali inondate dalle cavallette. In Sissi non occorre rimirare il tedio tardoromantico, o l’aristocratica ambizione al nulla, ma l’anticonformismo femminino, la lucidità, il disprezzo della cultura di regime, la severità, armata prima di tutto, e con effetti devastanti, contro se stessa. Il problema, semmai, è che oggi sbocciano Sissi a ogni fermata del tram. (d.b.)