“Il rischio è l’esigenza essenziale dell’anima”: Simone Weil, una con cui bisogna litigare

Posted on Maggio 15, 2020, 6:31 am
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Con Simone Weil bisogna litigare – è lei a esigere che si faccia a pugni con il suo pensare. Simone Weil ha l’intransigenza degli ingenui, di chi compone un continente da un lembo di nuvola: per questo il suo pensare è tanto aperto. Fino alla castrazione, al disperare, al martirio. I catari e Trotsky, Bernanos e Marx, Spinoza e i Vangeli, la politica e la Bhagavad-gita: una furia agita la ragazza dai capelli corti e gli occhi allucinati, dalle labbra regali, che vuole gambizzare i titani.

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Più che un pensare, un addestramento. La tensione alla purezza, più che altro, è l’estremità sulla grondaia di un appurare, del depurare, di darsi appuntamento al duello. Già: Simone Weil è una pensatrice che dorme sul tetto, perché sia audace il risveglio, e non teme di maneggiare la vanga. “Tu vivi in sogno. Tu attendi di vivere… si tratta di crearsi un’abitudine. Addestramento”, appunta nei suoi quaderni. E poi: “Sorvegliare ininterrottamente ciò che si fa senza lasciarvisi assorbire… Tu devi essere un essere completo”. Il suo: un pensare perennemente in crescita.

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Morta a Londra nel 1943, a 34 anni; “nel ’49 Albert Camus inizia col pubblicare nella collana ‘Espoir’, da lui diretta presso le Edizioni Gallimard, l’unico tra i saggi dell’ultimo periodo a presentarsi in forma sufficientemente organica malgrado l’incompiutezza, L’enracinement, compendio di una dottrina sociale maturata nel periodo londinese sotto l’urgenza di fornire criteri etici, istituzionali e politici per la ricostruzione dell’Europa” (Giancarlo Gaeta). Il libro è pubblicato in Italia dal 1954, tradotto da Franco Fortini come La prima radice per le Edizioni di Comunità. Nella collana, sorta nell’emergenza pandemica, ‘Tracts de Crise’, Gallimard regala un estratto da quel libro, che traduco qui sotto.

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L’ansia di dare criteri, di scritturare una morale – con uno stile al contempo didascalico e tellurico, da scriteriata – una Robespierre capovolta.

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Nell’epoca sradicata, il radicamento – l’Europa nasce, come comunità, nell’impossibile di una terra desolata, defunta, infeconda. L’Europa nasce dallo sradicamento della propria identità: da secoli di fuga da sé, di sperpero delle radici. L’Europa è una casa a cui tornare: ma è una casa spoglia, denudata dalla razzia. “Il radicamento è forse il bisogno più importante dell’anima umana, l’ignoto. È uno dei più difficili da definire”, scrive, lei.

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Simone Weil pensa per farsi male – pensa per ferite – ma il sangue è bianco. Per questo, il suo è un pensare in crescita, costruendo una ferrata sulla rocca filosofica. Dal 1940 comincia a scrivere, con slancio eucaristico, i Quaderni. “Se in questo mondo non ci fosse la sventura, potremmo crederci in paradiso. Orribile possibilità”. Nel caso di molti pensatori – o scrittori – la scrittura dei quaderni non diverge dalle opere pubbliche: costoro scrivono per farsi leggere – per adularsi. Simone Weil scrive nel fango, è sporca, un crocevia di patimenti – è autentica. “Il discredito del lavoro porta alla fine della civiltà”; “Il bello è l’unico criterio di valore della vita umana. Il solo che si possa applicare a tutti gli uomini”.

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L’enracinement è scritto nel 1943, come La persona e il sacro. Simone Weil ricapitola tutto, pensa da capo, come sentisse sulle spalle il compito di redigere un nuovo decalogo, il regno di questa terra. Nei primi mesi del 1943 scrive la Nota sulla soppressione generale dei partiti politici. “Quasi ovunque l’operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro si è sostituita all’obbligo del pensiero. È una lebbra nata negli ambienti politici e si è estesa, per tutto il paese, quasi alla totalità del pensiero. È dubbio che si possa rimediare a questa lebbra che ci uccide, senza cominciare con la soppressione dei partiti politici”.

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Nel pensiero sul ‘radicamento’ si estraggono le parole sicurezza e rischio. La radice deve assicurarsi a terra, ma per dilagare, per attecchire, è necessario il rischio – per assicurarsi, la radice rischia di morire; solo così, d’altronde, s’irradia la vita. Lo Stato deve assicurare la possibilità del rischio a ogni singolo individuo; deve difenderlo dall’aggressione esterna, dalla tracotanza interna. Uno Stato ‘di sicurezza’, d’altronde, che governi iniettando paura – il virus, il virus – vuole cittadini paralizzati dal timore e dal tedio. Tra una sicurezza che aliena il rischio e il rischio dell’insicurezza sappiamo cosa scegliere. Per natura, il falco sa che la rupe è la sua rovina se non impara l’ostensione delle ali, l’urlo, decorato. (d.b.)

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La sicurezza. La sicurezza è un bisogno essenziale dell’anima. Sicurezza significa che l’anima non è sotto il giogo di paura e terrore, tranne che per il concorso di circostanze accidentali, per momenti rari, rapidi. Paura e terrore, come stati d’animo durevoli, sono veleni pressoché mortali, che la causa sia la disoccupazione, la repressione della polizia, la presenza di un conquistatore straniero, l’attesa di una possibile invasione, o altra sventura che sembri surclassare le forze umane. I maestri romani esponevano una frusta nel vestibolo, alla vista degli schiavi, consapevoli che bastava questo a costringere allo stato di quasi-morte indispensabile per la schiavitù. D’altra parte, per gli Egizi, i giusti devono poter dire dopo la morte: “Non ho causato paura ad alcuno”. Anche se la paura permanente è uno stato passeggero, quindi di rado è vissuta come un dolore, resta comunque una malattia. È una parziale paralisi dell’anima.

Il rischio. Il rischio è l’esigenza essenziale dell’anima. L’assenza di rischio suscita una specie di noia che paralizza, diversamente dalla paura ma con altrettanta forza. Inoltre, esistono situazioni che, provocando un’angoscia diffusa senza rischi precisi, procurano entrambe le malattie. Il rischio è un pericolo che produce una reazione meditata; cioè non sopraffà le risorse dell’anima al punto di schiacciarla nell’etimo della paura. In alcuni casi, si afferma nell’ambito del gioco; in altri, quando un obbligo preciso forza l’uomo all’assalto, costituisce il massimo stimolo possibile. Proteggere gli uomini da paura e terrore non implica affatto la soppressione del rischio; al contrario implica la presenza permanente di una certa quantità di rischio in tutti gli aspetti della vita sociale; perché l’assenza di rischio affonda il coraggio fino a dilapidarlo, lasciando l’anima priva di protezione interiore contro la paura. È necessario però che il rischio si presenti in condizioni tali da non trasformarsi in un sentimento di fatalità.

Simone Weil