Posted on ottobre 12, 2017, 2:26 pm
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Simone Casetta sembra un uomo trasparente. Sembra un uomo di cristallo. Parole cristalline, rare, il privilegio di indossare il pudore in un mestiere ‘d’assalto’. Simone Casetta fa il fotografo. Quando fotografa, hai paura, toccandolo, che vada in mille pezzi, fragile come uno sguardo, come l’istante che l’istante dopo è altro. Casetta è fotografo d’eccellenza. Ha prestato il suo occhio per un mucchio di riviste, dal Corriere della Sera a Der Spiegel, da Gente Viaggi a Vogue e Sportweek. Visto che la fotografia è associata – errore, orrore – a una specie di prostituzione dello sguardo – fotografa quel che ti dico, chettifrega – Casetta, nel suo sito personale, www.simonecasetta.it, sente la necessità di dichiarare i suoi ‘intenti’: “Il diniego, individuale o collettivo, è l’argomento trattato in quasi tutti i miei lavori”, scrive. E poi, “un altro argomento è la bellezza”. CasettaTra politica e stupore. L’atto di sguardo di Casetta, un uomo trasparente, pacato, del tutto concentrato nel suo mezzo, è intellettuale. Casetta è trasparente perché tra sé e la macchina fotografica, che traduce ciò che vuole fermare per sempre, non ci sia pregiudizio. Giudizio, eventualmente. Casetta ha fotografato tanto, tantissimo. Dalle aule del Senato della Repubblica ai visi, scorticati dall’indifesa indifferenza, dei poeti. Da Cesare Paciotti agli chef alle fabbriche di ascensori. Soprattutto, Casetta è uno che viaggia. Questo, forse, gli piace più di altro. Scoprire lo sconosciuto, dare volto al sofferente – benché sia consapevole che introdursi in un viso equivalga a esplorare il Rio delle Amazzoni e lo Stige. Una sintesi dei suoi viaggi, epici e dolorosi, si mostra, fino al 17 dicembre, alla Galerie HorsChamps, poco fuori Parigi, nell’antologica Fuori campo (qui). Quarant’anni di viaggi, in una sintesi violentemente espressiva. Di tersa potenza. Abbiamo dialogato con il fotografo, l’uomo trasparente.

 

Perché “Fuori campo”? Che cosa s’intende?

“È solo un gioco di parole che si riferisce al nome della galleria. HorsChamp infatti indica già il fuoricampo geografico dello spazio espositivo, che si trova in un delizioso paese di campagna a mezz’ora di treno dal centro di Parigi. Il gallerista ha trovato una corrispondenza con i dettagli apparentemente non centrali, ma fondanti, che diverse volte si trovano nelle fotografie che abbiamo scelto di mostrare”.

Cosa significa il viaggio – e, probabilmente, affrontare lo sconosciuto – per un fotografo? Quale viaggio la ha ‘formata’, quale incontro?

“Il viaggio è d’obbligo. La fotografia impone l’incontro e questo fatto diventa fonte di esperienza in senso completo. Ogni viaggio forma e ho avuto troppo dai viaggi e dagli incontri per riuscire a sceglierne uno solo”.

Come mai la fotografia al posto, ad esempio, della parola scritta, della pittura? Come è nato il suo istinto per la fotografia?

“Perché mi innamorai a dieci anni delle fotografie di un libro. Era una monografia di Irving Penn le cui fotografie (specialmente i ritratti) mi davano un turbamento fisico che non sapevo spiegare. Cominciai allora a frequentare la camera oscura e a pasticciare con le prime riprese”.

Come si fotografa: andando ‘all’assalto’ o guardando con discrezione? Nelle immagini relative alla mostra, che ho visto, lei affronta, così pare, l’immagine con un certo pudore. Ecco: ha senso il pudore per un fotografo?

“Si fotografa cercando la distanza appropriata, la distanza ‘giusta’. La distanza giusta implica il rispetto, la partecipazione, la parità, ma anche una vicinanza che deve tendere all’assoluto. Si dovrebbe fotografare solo mettendosi in qualche modo alla pari con la realtà che si ha di fronte, e il pudore riguarda soprattutto l’obbligo di evitare qualsiasi tentazione di autocompiacimento. Nella pratica, poi, quando ci si deve districare tra l’ignoranza di chi si oppone agli incontri necessari, o quando si devono superare ostacoli di natura materiale e logistica, lo sforzo di andare all’incontro implica anche una certa dose di sfacciataggine!

Tra i tanti progetti, ricordo quello sui “Poeti italiani”. Perché ritrarre – e così censire – i poeti? Forse il volto rispecchia l’opera di un artista, ne è il sunto, la sintesi?

“Perché come ben dice Jean Baudrillard, ‘è solo attraverso i frammenti del nome di Dio, dispersi nei labirinti della poesia, che si può intravvedere in filigrana il disegno originale’. A me interessa indagare questo disegno… All’inizio credevo di essere interessato solo ai volti dei poeti, ai loro ritratti nel senso letterale. Quando sono arrivato ad averne realizzati una settantina è successo un piccolo miracolo: i poeti hanno perso la loro singola importanza e ha cominciato a manifestarsi il ‘poetico’ da questo coro vario. Una sorpresa bellissima e interessante, inattesa”.

Esiste una foto che avrebbe voluto fare, ma che non ha fatto? Che rapporto c’è tra l’immagine e la sofferenza?

“Avrei voluto incontrare e fotografare Leonard Cohen, il poeta. Ma non ne ho avuto l’occasione. Immagine e sofferenza: domanda enorme a cui non si può rispondere con una sola frase. Vale però la regola di vicinanza alla quale ho già accennato e potrei aggiungere la nota frase di Robert Capa, il magnifico fotografo: ‘Quando fotografi, ama chi hai di fronte e faglielo capire’. Detto questo, anche la sofferenza può, anzi deve essere rappresentata. Con tatto, ovviamente”.

E ora? Cosa fa, ora? Verso quale forma è tentato, verso quale progetto è disposto?

“Sto cercando di sopravvivere al lavoro sui poeti. Ho già fatto 118 dei 200 ritratti in programma e, se nessun mecenate interviene a darmi una mano, conto di non riuscire a finire prima di altri quattro o cinque anni. Nel frattempo, certamente, mi dedico anche ad altri argomenti. Ma i poeti restano al centro”.

 

Federico Scardanelli