“Vorrei conoscere tutti i segreti del mondo”: Simona si definisce “implacabile” e a noi ricorda quel mago di William B. Yeats

Posted on Luglio 06, 2019, 11:54 am
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Secondo il mito Clizia è una ninfa che si innamora del Sole, tanto che “il suo amore per il Sole era sfrenato”. La passione verso l’entità irraggiungibile strugge Clizia finché la ninfa, come narra Ovidio nelle “Metamorfosi”, si trasforma in girasole, il fiore che si muove guardando l’astro che nessun occhio umano può vincere né sostenere. “Malgrado una radice la trattenga, sempre si volge lei verso il suo Sole e pur così mutata gli serba amore”. Clizia, figura terrena dell’amore solare, sfrontato e immutato, viene ripresa da Eugenio Montale, in una delle sue liriche più belle, “La primavera hitleriana”: “Guarda ancora/ in alto, Clizia, è la tua sorte, tu/ che il non mutato amor mutata serbi”. Questa è la ragione del titolo che abbiamo assegnato a questa rubrica, ‘Clizia’: la bellezza in ogni sua variante, la solarità di un viso, ci portano al concetto di un amore immutabile, che non cambia mentre ogni forma, preda del divenire, morsa dal tempo, inevitabilmente muta. L’amore che non muta è ciò che permette all’uomo, tramite la visione di una forma vana, di vincere la morte.

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Bellezza diafana, che troviamo su un arazzo medioevale, desiderio di draghi e guerrieri, oppure su un quadro del Botticelli. Bellezza elusiva e sottile, quella di Simona, aristocratica, come tracciata su un lago. “L’arte è la mia passione, ho la capacità di vedere arte in ogni cosa: pittura, letteratura, musica… penso che essere una persona con una cultura sia una delle cose che può renderti, davvero, un individuo migliore”, ci dice, in direzione contraria al tempo. D’altronde, lei stessa si pensa un po’ fuori dal tempo – certamente, non canonico è il suo viso. “Ho sete di sapere, fin troppa, vorrei conoscere tutto: i segreti del mondo, altre realtà, misteri, le cose umanamente non conoscibili, sono implacabile… Il mio sogno più grande è arrivare a conoscere tanto e diffondere quello che ho assimilato nel mio percorso per fare in modo che non resti fine a se stesso. Probabilmente nella società di oggi è un sogno anacronistico, ma a me piace perché, mi rende diversa”. Da questo discorso estraiamo l’aggettivo implacabile, che si intaglia a chi lascia senza fiato, e il desiderio di conoscere i segreti e i misteri del mondo. Queste caratteristiche ci portano al poeta irlandese William B. Yeats, che vedeva spettri ovunque, voleva conoscere ogni mito e ogni cultura – dagli elfi irlandesi ai monaci giapponesi, dalla mitologia nordica a quella indiana – e pensava alla poesia come un modo di connettersi con gli altri mondi e gli altri tempi. «Ho sempre cercato di avvicinare la mia mente a quella dei poeti indiani o giapponesi, delle vecchie del Connacht, dei medium di Soho, dei conversi che immagino sognare in qualche monastero medioevale i sogni del loro villaggio», scrive in un pensiero che si intitola Magia. Una delle sue poesie più belle si intitola I cigni selvatici a Coole:

Gli alberi sono nella loro autunnale bellezza,
i sentieri del bosco sono asciutti,
nel crepuscolo d’ottobre l’acqua
riflette un cielo immobile;
sull’acqua colma fra le pietre, stanno
cinquantanove cigni.

Già diciannove autunni mi raggiunsero
da quando li contai la prima volta;
li vidi, prima che finissi il conto,
tutti di colpo sollevarsi
e sperdersi rotando in grandi cerchi interrotti
sulle ali rumorose.

Ho ammirato quelle creature splendenti
e ora è triste il mio cuore.
Tutto è cambiato da quando io, ascoltando
la prima volta, su questa riva, al crepuscolo,
lo scampanare delle loro ali sopra il mio capo,
camminavo con passo più leggero.

Senza ancora saziarsi, amata e amante,
remano nelle fredde
correnti amiche, o scalano l’aria;
i loro cuori non sono invecchiati;
passione o conquista, dovunque vadano errando,
tuttora li accompagna.

Ma ora galleggiano sull’acqua immobile,
misteriosi, bellissimi.
Fra quali giunchi nidificheranno,
sulle sponde di quale lago o stagno
delizieranno occhi umani quando un giorno,
svegliandomi, mi accorgerò che son volati via?

La bellezza abbacina se è bianca – e non ha tempo perché appena la afferri è già fuggita.

*Le fotografie sono di Antonio Tonti; Instagram: Antonio Tonti antonio.tonti