Simon Armitage, il Poeta Laureato inglese, scrive una poesia sul virus. “La poesia non consola, insegna a essere contemplativi”

Posted on Marzo 22, 2020, 1:45 pm
5 mins

Simon Armitage è un poeta autentico, un grande poeta. Uno che fonde lo sfascio al mito, il pop al cosmico, l’etica quotidiana all’epica. È uno che sta sui tratturi di Seamus Heaney e di Ted Hughes. Da noi si legge poco, ed è un peccato: la raccolta di Poesia edita nel 2001 da Mondadori è introvabile, l’antologia In cerca di vite già perse è stata pubblicata da Guanda nel 2015. Nel frattempo, Armitage ha scritto moltissimo, ha tradotto Omero e la leggenda arturiana Sir Gawain e il cavaliere verde (da noi è in edizione Guanda, 2011, eureka), ha occupato la cattedra di “Professor of Poetry” all’Università di Oxford, seguendo gente come W.H. Auden, Robert Graves, Seamus Heaney, Geoffrey Hill. Dallo scorso anno Armitage è “Poet Laureate”, incarico per noi vuoto di senso ma in UK pari a una santificazione lirica in vita – sono stati ‘poeti laureati’ Wordsworth e Tennyson e Ted Hughes. Insomma, Simon Armitage è poeta – e studia, dacché poesia è studio, pratica artigiana, manuale (dare struttura e forma a una poesia), e di testa (dare contenuti e immagini a una poesia). Beh, anche Armitage, dall’alto del suo incarico, si è messo a compilare una poesia ‘sul coronavirus’. La sua, però – s’intitola Lockdown, cioè ‘isolamento’, ‘coprifuoco’, ‘incarceramento’ – non è poesia dall’indole morale o moralistica. Non vuole spiegarci come si vive e cos’è il buono & il giusto. Lavora per immagini, fecondando la Storia.

I dati di fatto, nella narrazione poetica, sono due. La prima – più ovvia – è l’epidemia di peste bubbonica che ha falciato il villaggio di Eyam, nel Derbyshire, tra 1665 e 1666. Su 350 abitanti, morirono in 260. Armitage si riferisce ad alcuni elementi chiave di quella pestilenza: la “Pietra di Confine” che segnala l’isolamento totale del villaggio, la pratica di disinfettare le monete nell’aceto, la storia dei fidanzati separati, Rowland e Emmott. L’altro riferimento è il Meghaduta, il poema sanscrito di Kalidasa (V secolo dopo Cristo), storia mitica di un amore perduto: un dio dei boschi, in esilio, affida il messaggio alla sua amata a una nuvola. “Il nuvolo, di bellezza perfetta nella sua forma di fiore di loto, sarà latore di questa supplica inconsueta, di questa rassicurazione amorosa ad una fanciulla che piange d’amore e di nostalgia, in una piccola casa lontana” (Brunilde Neroni, nella traduzione italiana edita da SE). “Ho pensato a un gesto pieno di speranza”, ha detto Armitage, ancorandosi al poema indiano. “La poesia non è una consolazione, non può nulla contro la catastrofe, ma la poesia insegna ad avere rispetto del linguaggio, e dunque dell’uomo. La poesia pretende concentrazione, ci chiede di essere contemplativi”. In ogni caso, pur legata alla circostanza, la poesia non è brutta. (d.b.)

*

Isolamento

Non potevo scappare dal sogno allucinato
di pulci infette

nella trama e nell’ordito del vestito fradicio
presso il camino del sarto

nella vecchia Eyam.
Non possiamo non vedere

la Pietra di Confine,
il dado idiota con i suoi sei buchi neri,

ditali gonfi di aceto
purificano monete appestate.

Mi è venuta in mente la triste storia
di Emmott Syddall e Rowland Torre,

gli sfortunati amanti ai lati
opposti della quarantena

un corteggiamento vuoto di verbi valicava il fiume
finché lei non arrivò più.

Mi ha visitato il sonno
e questa volta ho sognato

le parole dello yaksha in esilio a sua moglie,
perduta, affidate a una nuvola di passaggio

una nuvola che segue mappe
di cammelli e tracce di greggi

flussi come collane,
pavoni dalla coda a ventaglio, elefanti dipinti,

copriletto trapuntati
di prati e di rovi,

foreste di bambù e vertigini innevate,
cascate, gole,

i geroglifici delle gru dalle ali immense
lo scintillio del fiore di loto dopo la pioggia,

l’aria
ipnotica e trasparente, pura,

il viaggio certamente faticoso, lungo, lento,
ma è necessario, è così.

Simon Armitage