“Nella vita cosa c’è di più emozionante di un incontro fatale?”. Su “Il segreto di Marie-Belle”, un noir dall’anima tenera e spietata. Elogio di Silvio Raffo come romanziere

Posted on Agosto 21, 2019, 10:37 am
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L’amore che vince tutto. L’amore che protegge, accarezza, difende, viola, perde, uccide. Quali sono i confini dell’amore? Quando l’abbraccio dell’amante si trasforma, impercettibilmente, in una morsa soffocante? Secondo lo scrittore e poeta Silvio Raffo, l’amore è un intreccio così sapiente da costituire un’unica vita, “un gioco di ineluttabili corrispondenze”. Ho letto Il segreto di Marie-Belle (Elliot, 2019), “un noir puro dall’anima tenera e spietata”, lasciandomi dolcemente ingannare dalla finissima prosa della narratrice Aurelia, ormai anziana ospite di Villa Sorriso, che ripercorre in modo labirintico e cristallino ad un tempo, in una sorta di diario (il diario di un’ombra appunto), la sua vita al fianco della giovane e delicata Marie-Belle, “un fiore sbocciato nel deserto”. La bambina che “indossa un vestito di mussola blu dai bottoni d’argento, che ricorda la divisa di una collegiale primo Novecento. Una figurina di Degas. Seduta su una poltroncina di vimini, sta leggendo un libro illustrato. La copertina è dello stesso colore del suo abito; è un libro di una grandezza spropositata per una bambina così piccola”.

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Lo sguardo che ripercorre e attraversa le età della giovane Marie-Belle (le sue malinconie, i suoi timidi esordi di algida attrice, la seduzione delle droghe) non è mai volgare, ma materno, avvolto dalla tenerezza contemplativa di una nutrice, sempre presente, buona e carezzevole. Forse, troppo. “Tutto in lei, dall’ovale levigato alle movenze impeccabili, faceva in effetti pensare a un’opera d’arte più che a una persona. Della madre aveva la grazia provenzale, i lineamenti sottili e ben disegnati, le mani diafane e le lunghissime ciglia arcuate; del padre, che peraltro conobbi solo un mese dopo il mio ingresso alla villa, la fermezza dello sguardo, il colore dei capelli (quelli di Madame tendevano al castano ramato) e una certa freddezza di modi di ascendenza germanica”.

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La splendida bambina, un fiocco azzurro tra i capelli, viene affidata alle cure educative, “protettive” di Aurelia, a Villa Protégée, da Madame Geneviève interessata più alle sue bambole che a sua figlia. O forse intenta a trasformare, a sua volta, la sua bambina in una bambola, una poupée. “È quasi sempre un giorno di pioggia, la sento picchiettare sul tetto, la vedo scrosciare alla finestra. Sollevo gli occhi dal mio lavoro a maglia – un golfino o uno scialle per Marie-Belle – e seguo i movimenti di Madame, cauti e precisi come quelli di un chirurgo. Sta sistemando i capelli o attaccando gli occhi alla sua creatura. Solo dopo un’attenta osservazione mi accorgo che in realtà non è una bambola né un automa la forma distesa sulla lettiga (sì, è proprio una lettiga d’ospedale il ripiano su cui lavora Madame con una Turmac bleu fra le labbra), ma è Marie-Belle in persona. È fasciata da una lamina d’amianto, una guaina luminescente, e sua madre la sta più o meno imbalsamando, la sta trasformando in una creatura meccanica”.

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La soave sospensione che domina l’intero romanzo è solcata, scalfita da una catena di delitti inspiegabili, una serie di scomparse apparentemente naturali, un suicidio, un incidente automobilistico fatale dell’autista Werner, la morte improvvisa dell’Avvocato, il padre silenzioso di Marie-Belle, l’incendio doloso e mortale al piccolo Hotel di Château d’Aubonne in cui scompare il regista Max Cherubino. Non c’è spazio per la disperazione, né per la tragedia, perché il racconto intimistico prosegue nel tentativo di fare luce tra le ombre che diventano sempre più fitte e lunghe, mentre la memoria (“quella viscida ruffiana”) piano piano abbandona l’ormai vecchia e fedele Aurelia. “Nella vita cosa c’è di più emozionante di un incontro?” si domanda Silvio Raffo ad alta voce di fronte alla lieta folla di lettori accorsa per la presentazione del suo romanzo: “intendo un incontro fatale. Perché ci sono incontri nella vita, che sono in realtà affinità elettive, di cui solo in seguito scopriamo il perché, incontri che accomunano i destini. Un incontro deve cambiare la vita delle persone, lasciare uno stigma, un segno, il riconoscimento di un sortilegio che colpisce l’altra persona, come te”. Forse è questo il segno del vero amore? La soavità che nasconde l’ombra del male?

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Certamente Raffo non è nuovo a sondare tra le pieghe riposte dei sortilegi, dei legami morbosi madre-figlio e del genere gothic novel. A partire da Lo Specchio attento (Studio Tesi, Pordenone, 1987, premiato dall’Inedito nel 1974), un romanzo intimista e visionario dove il giovane Giorgino, come Marie-Belle malato nello spirito, incontra una figura materna che lo introduce ad una vita parallela. Mentre Il Lago delle Sfingi (Marna, Barzanò, 1990) affiancava il mistero alla poesia, La Voce della Pietra (appena ripubblicato da Elliot, già edito da Il Saggiatore e finalista al Premio Strega e da cui è stato tratto il film omonimo di Eric Howell con Emilia Clarke) è un romanzo che forma con Il segreto di Marie-Belle un ideale dittico. Qui le voci narranti sono due, ma potrebbero essere “lo specchio attento” di un io lacerato. I due protagonisti Jakob e Verena si incontrano fatalmente, come Aurelia e la giovane Marie-Belle, per dare vita a un atroce destino.

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Nel ricco ventaglio dei romanzi di Silvio Raffo troviamo una sorta di unicum narrativo, Virginio (Il Saggiatore, 1997) una favola magica dove vengono alla luce terribili segreti della Villa Le Crisalidi. Con Spiaggia Paradiso e I figli del Lothar, un altro ideale ensamble, Raffo riprende strane atmosfere tra fantasy metafisico e le allucinate note di Patricia Highsmith, con lo sfondo misterioso e denso di grazia crudele di una surreale Svizzera. L’amore è dunque spesso inganno, una morbosa liaison dangereuse? “Indubbiamente lo è – risponde l’autore – quell’indefinibile quelque chose de malheur, di cui parla Baudelaire come elemento inscindibile dalla Bellezza che ipnotizza”. Come si sopravvive? “La mia è la filosofia del As if, titolo che dà il nome a una mia lirica: bisogna vivere facendo sempre questa premessa, come se, fai finta che. ‘Forse Dio non esiste, e la battaglia/ che si combatte quotidianamente/ è già persa in partenza,/ quest’infelicità che ci travaglia/ è solo un fatuo gioco della mente’”.

Linda Terziroli