Siamo locuste che mordono i calcagni del vento e fanno lo scalpo all’arcangelo. Contro la religione come bonifica sociale e pia custodia delle impellicciate convinzioni dei fedeli

Posted on Novembre 19, 2018, 11:41 am
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La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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Strano. Il cristianesimo dovrebbe essere la preparazione per l’altro mondo ed è diventato il manuale per vivere bene in questo mondo, insieme agli altri, su questa terra. La forza del cristianesimo, intendo, piegata alle piaghe sociali, alla beneficienza, alla custodia delle masse domenicali nelle loro impellicciate convinzioni. Fate i bravi e il regno dei cieli è apparecchiato per voi.

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La sequela di Cristo non riguarda le buone azioni impilate per vincere il peluche di un posto in Paradiso. Bensì: obbedire inchinati come serpi e virili come falchi alla parola sparata sulla fronte dell’aldilà, per fare lo scalpo all’arcangelo.

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La parola è più duratura della carne, la trapassa – le cose esistono, in effetti, se qualcuno le pronuncia. “Tempo di angoscia – mai visto dalla nascita delle nazioni – chi è scritto nel libro è salvo”, scrive Daniele; “cielo e terra passano – le mie parole non passano”, dice Gesù (Mc 13,31). D’altronde, il cosmo è nato per effetto di parola – ripetere la stessa parola a contrario costringe il cosmo nel palmo della mano di Dio, nella sua narice sinistra. Parola più forte della pietra, più resistente del pianeta, più assoluta dei cieli. Parola fiocina con cui Dio trafigge il costato dell’uomo – parola come lotta e resa.

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Noi… su quale libro siamo scritti… o qualche cane ha leccato le lettere… qualche corvo le ha rubate… le ha confuse? Se visito un cimitero, di solito, vado sulla soglia delle tombe più antiche, che spudoratezza sputata. Morti di decenni fa, di cui è irriconoscibile la genia. Le lettere del nome scombinate – potrei combinare nuovi nomi, nuove vite. Non so se sia una lordura – se non riconosco il nome del morto, come potrò salutarlo, quindi salvarlo? – o la salvezza – liberi del nocciolo del nome, finalmente, possiamo vivere tutte le altre vite possibili, impedite per giogo verbale.

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Le preghiere, la rinuncia all’afrore umano in favore del mondo, la marcia in direzione contraria, servono a preparare la venuta: Sed in illis diebus post tribulationem illam sol contenebrabitur, et luna non dabit splendorem suum. Masticate la Vulgata, ogni tanto, che è l’alfabeto del cristianesimo occidentale, assaporate il carisma della profezia, l’urgenza alfabetica. Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nubibus cum virtute multa et gloria. Non so il latino se non da sciupato liceale. Provate a dire parole grevi di linguaggio, gravide di magia. Non importa più il senso, evviva, ma il suono, la nenia, l’abbandono.

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“Dal fico imparate la parabola”: il fico è l’unità di tempo del cristiano. Il cosmo matura, come il fico, per poi esplodere. Si prevede, dunque, che la fine del mondo sarà dolce. “I saggi risplenderanno con splendore di stellata; chi conduce alla giustizia sarà luminoso come le stelle, per sempre” (Dn 12, 3). La venuta sarà un fragore di luce. Anche il sangue (“…i nemici saranno sotto i suoi i piedi”, Eb 10, 17) è fosforescente, e la macelleria è il perdono, la mattanza è nella carezza (“dove è perdono non c’è offerta per il peccato”, Eb 10, 18).

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“Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga” (Amen dico vobis: Non transiet generatio haec, donec omnia ista fiant). Certo, bisogna capire il senso di “questa generazione”, visto che “quel giorno e quell’ora, nessuno lo sa”. Qual è l’unità di misura del tempo di Dio? Di certo non si orienta con gli orologi con cui la creatura intende aggiogare l’alba. Eppure. L’indole alla sconfitta, l’enigma dell’insoddisfazione sono propri del cristiano. Da duemila e passa anni in qua, dopo la morte di Gesù, è accaduto poco – il male sembra vincere, prospera, e il debole muore, come sempre. Da duemila anni attendiamo la fine del mondo, con fremiti di frustrazione. Ma è questo interrogativo – la parola indelebile è un interrogatorio costante sul suo senso – questa ulcera di verbi a farci muovere come locuste, a mordere i calcagni del vento. Da questa sconfitta, dall’uomo torturato dai chiodi, elementari come segni di interpunzione, dal sepolcro pari a un guaito, il cristiano si muove.

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“Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” (Mc 13, 32). Non è dolce che il Padre abbia segreti e intenzioni che non rivela al Figlio, ma che il Figlio dichiari le reticenze del Padre. In questa disparità è il dialogo dei Tre. (d.b.)