Sia lode a Richard Brautigan: ha scritto il grande romanzo americano della nostalgia e della tenerezza

Posted on settembre 13, 2018, 10:56 am
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Richard Brautigan si uccise un giorno di settembre del 1984 nella sua casa di Bolinas, venti miglia a nord di San Francisco. Da molto tempo la solitudine gli sedeva accanto come un’amante devota; insieme a essa guardava la nebbia che si alzava sulla baia all’alba e al tramonto copriva col suo manto le piccole case di legno, i boschi di abeti dell’entroterra e le spiagge sabbiose e selvagge che scendono fin giù al Golden Gate. Da molto tempo aveva ceduto alle lusinghe consolatorie dell’alcol e si era perso nel dedalo buio della depressione senza che nessuno sciogliesse per amor suo il filo della salvezza, mentre il destino tesseva vele nere da issare sulla nave del suo ultimo viaggio.

copertina settembre 2018La gloria letteraria del poeta e scrittore americano era durata soltanto una decina di anni, indissolubilmente legata all’immenso successo nel 1967 del libro Trout Fishing in America (Pesca alla trota in America) che gli aveva fatto conoscere all’improvviso celebrità, ricchezza e prestigio, accostandolo ai precursori della controcultura dei Sixtie e agli esponenti della Beat Generation. Tuttavia Brautigan non si considerò mai né un hippy né un beat; affermava infatti che la sua scrittura fosse semplicemente «la risposta di un uomo alla vita del ventesimo secolo». Il suo talento, influenzato per sua stessa ammissione da autori come Ernest Hemingway e Mark Twain, Ambrose Bierce e Stephen Crane, sembra rimanere all’interno di confini individuali non oltrepassati da altre voci, sfuggendo a un canone letterario ben definito. Egli non venne mai intimamente compreso né dal pubblico né dai critici di allora che gli regalarono inizialmente un’enorme popolarità, ma che lo dimenticarono ben presto, con la stessa indifferente noncuranza con la quale si trascura una moda fino ad abbandonarla, e non concessero il giusto riconoscimento alle opere che pubblicò negli anni successivi.

So the wind won’t blow it all away uscì nel 1982, soltanto due anni prima della tragica morte del suo autore. Apparso in Italia per la prima volta nel 2005 per ISBN con il titolo di American Dust e la traduzione di Enrico Monti, ristampato poi nel 2012, è stato riproposto lo scorso settembre da Minimum Fax con la nuova traduzione e la postfazione di Luca Briasco.

Ambientato nell’Oregon del secondo dopoguerra, questo romanzo breve è fortemente autobiografico e pervaso da un’atmosfera di profonda malinconia, solitudine e disillusione. Whitey, il protagonista, è un ragazzino di dodici anni che vive con la madre e le due sorelle in un motel lungo l’autostrada, ai margini della città. Durante l’estate del 1947 tutto il suo mondo gravita attorno a un piccolo lago e ai pochi personaggi che lo animano: il guardiano alcolizzato di una segheria, che sta seduto a bere birra nel silenzio sospeso del pomeriggio rievocando i tempi andati e rimpiangendo il fantasma di una donna dell’Alabama che l’ha abbandonato poco dopo il matrimonio; un veterano della Prima guerra mondiale che si è costruito con legno di scarto una baracca, un pontile e una piccola barca che non usa mai, e sopravvive grazie a un piccolo sussidio del governo che gli risarcisce un polmone intossicato dal gas tedesco; il proprietario di un distributore di benzina che vende lombrichi ai pescatori di passaggio; due coniugi obesi che tutte le sere arrivano al lago con un furgone e scaricano sulla riva l’intero salotto di casa, preparano la cena e cominciano a pescare seduti sul loro divano, nel denso chiarore artificiale di lampade convertite a cherosene. Grazie alla sua innocenza, a una grande capacità di ascolto e di osservazione, Whitey si avvicina alla vita di questi insoliti personaggi che come lui fanno parte di una comunità di sconfitti e di reietti; nello scenario di un’America rurale che sta per svanire, vittima di una potente metamorfosi, fatta di campi coltivati, pascoli per il bestiame, frutteti, boschi e segherie, la sua grande forza sta nel saper sognare di fronte alla miseria, di fronte alla vecchiaia, alla solitudine e alla morte.

La narrazione procede per associazioni di pensiero, per digressioni, descrizioni surreali e a tratti paradossali, e viene intervallata da due versi che ricorrono costantemente, come un refrain ossessivo: «Prima che il vento si porti via/ Questa polvere… polvere americana». In essa trovano spazio anche alcune vicende dell’infanzia del protagonista e un tragico episodio che lo coinvolse fatalmente in un piovoso pomeriggio del febbraio 1948 e che rimarrà un trauma indelebile nella sua vita, l’uccisione involontaria di un amico con un colpo di fucile durante un gioco finito male.

brautigan libroAmerica Dust è un libro doloroso, ma permeato di bellezza e di delicatezza, che cerca di afferrare ciò che è destinato a sparire; è il racconto di un’attesa, un’attesa di qualcosa che sta finendo, che verrà trascinata via dal vento come oblio di macerie. Il passato si è sgretolato, è crollato, è un sogno che non tornerà più. Dopo le Dust Bowl, le disastrose tempeste di sabbia, dopo le bufere di quella polvere sollevata da una terra crepata, arida e impoverita, sopraggiunge per l’America una nuova età, l’età d’oro del benessere, che per lo scrittore incarna tuttavia l’età della crisi, inconciliabile con l’autenticità e la spontaneità della vita precedente.

Brautigan era un uomo fragile e romantico che amava la vita, nonostante essa non fosse stata quasi mai tenera con lui perché minata sin dall’inizio dall’amarezza e dalla sofferenza. Era cresciuto senza avere accanto il padre, che seppe della sua esistenza soltanto dopo la sua tragica morte; seguendo la madre alla perenne ricerca di un lavoro, di nuovi mariti e di case ottenute grazie ai sussidi, aveva trascorso l’infanzia tra l’Oregon e il Montana, in una situazione di grande precarietà affettiva ed economica. A vent’anni, rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di Salem (quello stesso ospedale in cui Ken Kesey ambienterà il suo Qualcuno volò sul nido del cuculo) con una diagnosi di schizofrenia paranoide, conobbe gli angoscianti vincoli della costrizione e anche la violenza dell’elettroshock.

Forse quel giorno di settembre del 1984 accostò l’orecchio al passato, come fosse il muro di una casa che non esiste più. Chiuse gli occhi e ascoltò il verso malinconico dei merli e il rumore del vento tra i giunchi che stormiscono come spade in battaglia, ascoltò lo sciabordio ritmico e ripetuto dell’acqua sulla riva del lago della sua infanzia. Rivide una segheria e una cesta di vimini piena di bottiglie di birra vuote, un vecchio con la barba bianca macchiata dal tabacco, le pareti giallognole di uno squallido appartamento e, al di là della finestra, un corteo funebre mesto come la coda di un aquilone nero; rivide un frutteto bagnato dalle grosse gocce lente e rade della pioggia d’inverno, sentì l’odore acre delle mele marce mandate in mille pezzi dai proiettili di un fucile, e quello metallico del sangue che fluisce lento fino ad avvolgere come una bandiera l’innocenza della sua infanzia perduta. Memorie salvate dal vento dell’oblio. Forse riaprì gli occhi quando avvicinò la sua calibro .44 alla tempia. Le farfalle monarca avevano già cominciato la loro lunga migrazione verso il tepore del Messico. Nessuno avrebbe potuto salvarlo… «perché quando scende la notte non c’è modo di fermarla»…

Elisabetta Agnelli

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*Per gentile concessione, anticipiamo l’articolo di Elisabetta Agnelli, “Polvere americana di Richard Brautigan”, che sarà pubblico nel prossimo numero di “Studi Cattolici” (settembre 2018, n. 691).