Si salva chi vince la Sfinge. Dialogo con Fabrizio Gifuni, l’uomo che è stato Freud

Posted on luglio 05, 2018, 6:54 am
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Alla caccia seguì la grazia, la gratuità. Ho cominciato a tallonare Fabrizio Gifuni a marzo. No, non m’importava tanto l’attore ‘da grande schermo’, come si dice (Gifuni, chi non lo sa?, è il viso di film importanti come L’amore probabilmente, Il partigiano Johnny, La meglio gioventù, Il capitale umano, Fai bei sogni), o il talento per la fiction (sulla Rai lo abbiamo visto di recente interpretare Pippo Fava in Prima che la notte, diretto da Daniele Vicari). Di Gifuni m’interessava, intanto, il lettore. Intransigente. Quello che ha valicato l’opera di Carlo Emilio Gadda, di Pasolini, di Albert Camus, di Julio Cortázar, di Cesare Pavese, di Giovanni Testori e, ultimamente (al Franco Parenti, il 10 giugno scorso), di Giorgio Caproni, e che per questo ‘Tor Vergata’ ha onorato, a maggio, con la Laurea honoris causa in Letteratura italiana. Così, mi metto nelle sue tracce. Soprattutto perché Gifuni è il protagonista di uno degli spettacoli teatrali più importanti della stagione. Freud o l’interpretazione dei sogni. Scrive Stefano Massini, dirige Federico Tiezzi, in scena, al Piccolo, a fare il dottor Sigmund, Fabrizio Gifuni. “Sette settimane di repliche tutte esaurite”, specifica Gifuni, per quasi 40mila spettatori. Un evento. Così, appunto, da giornalista flâneur, che fiuta cultura ad ogni latitudine e spacca le pietre cavandone versi, fermo Gifuni. Ma lui non si fa fermare. Prima è malato, poi è al Salone del Libro – legge Aldo Moro – poi mette il muso in Caproni. Come il giaguaro sull’albero, attendo senza sonnecchiare. Posticipiamo a maggio, poi a giugno. Poi penso, beh, ha di meglio da fare, ovvio. E dopo l’attesa, la grazia, gratuita. Gifuni arriva. “Mi scuso ancora per l’attesa. Finalmente con un minimo di mente sgombra”. Lo davo per perduto – mi ha sorpreso. Questo per dire il tiro dell’uomo. La generosità è un dono così caro, docile, raro, ora, quando, giornalisticamente, hai a che fare con troppa gente troppo occupata da se stessa per capire il diamante delle relazioni, il nitore di chi ha davanti. La prossima stagione Gifuni tornerà al Piccolo, a Milano, dal 22 al 25 novembre, con Concerto per Amleto; ora, a sgranchire la mente dalla fatica teatrale, mi scrive, “curo, con Natalia Di Iorio, la stagione teatrale del teatro Garibaldi di Lucera, una bellissima cittadina pugliese – dimora per anni di Federico II – da cui provengono una parte importante delle mie radici. In questi giorni sto lavorando alla programmazione della prossima stagione”. L’uomo che è stato Freud per sette settimane. Mi sembra un buon titolo per un racconto. (d.b.)

“L’interpretazione dei sogni” è “una Bibbia della nostra contemporaneità”. Lo scrive Stefano Massini. Lei è attore da letture forti, fortissime. La pensa allo stesso modo?

Non scomoderei la Bibbia, nonostante Freud la conoscesse a menadito. L’interpretazione dei sogni è senz’altro un libro cardine del ’900. Lo è stato sicuramente per Freud che iniziò a scriverlo per esorcizzare la morte di suo padre, attraverso un lavoro di autoanalisi dei propri sogni e successivamente di quelli dei suoi pazienti. Col tempo Die traumdeutung diventerà un formidabile ordigno per la cultura europea. Un testo costruito con grande abilità che servirà a Freud per scaraventare la teoria psicanalitica sulla scena mondiale, ma destinato anche ad avere un fortissimo influsso su tutta l’arte e gli studi antropologici del ’900: scrittori, drammaturghi, pittori, musicisti ne verranno definitivamente attratti modificando in molti casi il loro approccio al gesto espressivo. L’intuizione di Freud per molti si rivelerà decisiva. Aver squarciato il velo mettendo al centro del dibattito sull’uomo la terra emersa dell’inconscio, con tutte le implicazioni, successivamente sviluppate, sull’ambiguità del linguaggio, contribuirà in maniera definitiva a fare di questo scienziato uno dei pensatori più interessanti del secolo scorso. Per questo credo che aver pensato di scrivere un testo teatrale su L’interpretazione dei sogni di Freud e portarlo in scena sia stata una grande intuizione.

Freud

Fabrizio Gifuni è stato Sigmund Freud in “Freud o l’interpretazione dei sogni”, l’evento teatrale della scorsa stagione (photo Masiar Pasquali)

Come è entrato in Freud? O meglio: come è entrato Freud in lei? Si è imbevuto di ‘fonti’ particolari, quali? Cosa ha scoperto, interpretandolo, di Freud che le era oscuro?

Sono partito da una suggestione reale: l’inaspettata e potente fragilità da cui Freud era dominato negli anni in cui lavorava al libro. In una lettera al suo collega Fleiss – uno spregiudicato e geniale otorinolaringoiatra che conduceva spericolati esperimenti sulle cavità nasali – Freud si paragona a Giacobbe, figlio di Isacco, azzoppato per sempre dall’angelo dopo un’estenuante lotta durata fino all’aurora. E conclude la sua lettera scrivendo: “Bene, ora ho 44 anni e sono un vecchio israelita piuttosto meschino”. Un’immagine molto lontana da quella dello scienziato sicuro di sé e delle sue scoperte che avanza lancia in resta verso un radioso avvenire di fama e celebrità. Ci rivela piuttosto un uomo ferito pienamente consapevole della sua fallibilità e anche della sua hybris prometeica: rubare il fuoco agli dei – in questo caso il segreto dei sogni – non è cosa da semidei figurarsi da uomini. Per quel che riguarda le fonti ho cercato come faccio sempre di documentarmi il più possibile sui testi cercando, data l’enorme mole, di non lasciarmi troppo schiacciare dal peso. Una biografia di Freud di Elisabeth Roudinesco mi è stata molto utile e naturalmente molti testi freudiani. Ho seguito una mia traccia personale; poi ho cercato di abbandonarmi, mettendo a disposizione il mio corpo e le mie fragilità. Il Gioco è stata un’altra delle chiavi d’accesso allo spettacolo. Una delle chiavi del mio lavoro, la ricerca dell’abbandono attraverso il gioco che coincide in parte con la ricerca di un’infanzia perduta, in questo caso coincideva anche con l’essenza del mito inseguito da Freud: solo chi risolve un indovinello può salvare la città. Solo chi sa giocare meglio degli altri resta in vita, altrimenti la sfinge lo inghiotte. Cosa ho scoperto? Molte cose dell’uomo Freud, qualcosa del suo rapporto con i pazienti. La lotta di una mente laica a cospetto del Mistero. Il confronto aspro con la rimozione, l’accettazione dei propri limiti e del proprio fallimento. “Fallire sempre, fallire meglio” diceva Beckett. E con lui Giacometti mentre tentava invano di scolpire una testa.

Parlo, sempre, al lettore ‘forte’. Esiste l’anima o siamo succubi dell’inconscio? Siamo, noi umani, solo una malattia ambulante trafitta da rimorsi e da desideri smangiati? Cosa la conquista di Freud, cosa non la convince?

Personalmente non vedo un’opposizione. Credo che esista un’anima che ci preceda ma credo allo stesso tempo che esista un luogo istituito dalla rimozione che possiamo, dopo Freud, chiamare inconscio. Siamo sufficientemente adulti per poter ammettere, volendo, l’esistenza di entrambe. Mi conquista di Freud il suo continuo tornare, nel corso della sua vita, sulle apparenti certezze raggiunte, senza temere di smentirsi, modificando le sue teorie, rimettendole in discussione. Cercare di trasformare la ‘malattia’ e le ferite in energia luminosa. Mi colpisce che molte delle sue prime pazienti isteriche diventarono importanti psicanaliste. Mi convince meno, ma è un discorso che non riguarda solo Freud, una certa ortodossia di pensiero a cui fatalmente certe intuizioni sembrano sempre destinate come forma di difesa. Penso che chi attraversa certi territori, qualsiasi sia il suo credo, sia sempre al confine di una riflessione mistica e quindi destinato a restare in bilico accettando lo strapiombo. Del resto sappiamo oggi attraverso le sue lettere che Madre Teresa continuò a dubitare in silenzio dell’esistenza di Dio fino all’ultimo istante della sua vita esattamente come Freud si allenava a dubitare fino all’ultimo delle sue teorie.

Pasolini, Gadda, Camus, Cortázar, Pavese… cito alcuni autori che ha attraversato e portato sulla scena. In quale autore vorrebbe lavorare, ora? Che tipo di linguaggio preferisce?

Continuerò senz’altro a lavorare su quegli autori che hanno saputo mettere in campo una lingua forte, necessariamente eversiva, incendiaria, rispetto al proprio tempo. I grandi sperimentatori che hanno allargato le maglie della propria lingua, esondando la letteratura, sfidando spesso le convenzioni, senza temere l’isolamento. È un viaggio teatrale entusiasmante, impagabile, che ho iniziato quindici anni fa con il mio primo spettacolo – ‘Na specie de cadavere lunghissimo – che ha dato vita fra l’altro a un lungo sodalizio con un grande uomo di teatro, di cinema e di poesia che è stato Giuseppe Bertolucci. Dopo quello spettacolo ho sentito che mettermi addosso le parole di grandi autori, inventando per la scena nuove drammaturgie teatrali da condividere col pubblico, era un viaggio di conoscenza che scatenava la fantasia, metteva alla prova il mio corpo, sfinendolo fino a liberarlo. Qualcosa che mi emozionava, mi divertiva e mi corrispondeva. Cosa volere di più?

Il teatro ha ancora un ruolo ‘politico’? A chi parla, oggi, il teatro?

Il teatro ha un ruolo politico per statuto, sempre, se e quando riesce a instaurare un rapporto reale, fisico, con la polis. Credo che l’incontro dei corpi in un tempo sospeso come quello teatrale continui e continuerà ad avere una sua meravigliosa e segreta urgenza pronta a deflagrare in uno spazio, e credo anche che l’esperienza del teatro diventi sempre più forte, gioiosa e liberatoria in tempi come questi in cui vorrebbero farci credere che i corpi non esistono più. Quando in un teatro succede realmente qualcosa, il gioco torna a fare lo sgambetto all’odiosa e cupa attualità, ci aiuta non poco a sopportare le storture della storia e di noi stessi, ci avvicina alla parola poetica. Senza alcuna retorica ci rende migliori. Il teatro è politico quando difende la bellezza sfidando il tragico in tutte le sue forme. Decidere di inaugurare il Salone del libro di Torino leggendo per un’ora e quaranta le parole del Memoriale e delle lettere di Aldo Moro dalla prigionia, sfidando uno dei più pericolosi imperativi del nostro tempo – semplificare semplificare semplificare – a favore della complessità del ragionamento, è un gesto deliberatamente politico. Scegliere ogni volta i testi e le parole da cui farmi investire, leggere Caproni in teatro, come ho fatto poche settimane fa, far suonare i suoi versi lievi e profondissimi, è il mio modo di fare politica.