Si può vedere solo se si è ciechi: intorno all’opera di Giuseppe Modica, una straordinaria religiosità

Posted on Febbraio 09, 2019, 12:20 pm
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Quando Emma Bovary esala l’ultimo respiro, dal marciapiede si sente cantare una voce rauca: «sovente un bel sole d’estate fa le ragazze innamorate», quando il marito Charles poco prima di morire, va a sedersi sulla panchina sotto il pergolato, filtra la luce del sole, il cielo è azzurro, i gigli sono in fiore. La Natura matrigna è incurante dei drammi dell’uomo, si erge come un’autentica sovrana, rivela il suo volto spietato, procede senza alcuna giustificazione. I quadri di Giuseppe Modica, siciliano di Mazara del Vallo, in un primo momento, farebbero pensare ad un attaccamento radicato al paesaggio dell’infanzia, amato ancora di più perché fisicamente lontano dai luoghi della memoria, il pittore vive stabilmente a Roma, dove si ripensa all’età dell’innocenza, mondo conosciuto sul quale slittano le proiezioni di luce, i giochi di specchi invocati. La luce è la luce, per questo nasconde l’ombra della compromissione, l’avvento dell’estate chiede un obolo perché possa manifestarsi con pieno vigore, ciò che si osserva pretende un atto di gratitudine perché si possa inscrivere sulla tela, il Mediterraneo è un bagno bramato, fermo sulla tavola di superficie. Si può vedere solo se si è ciechi, ne risulta un paradosso: i raggi asfissianti del mattino, ricordano la perfetta applicazione che Pellizza da Volpedo traeva dalla luce, la luna, lampadina fioca durante il tramonto, le saline di Trapani, i templi in rovina, le visioni sul molo e sui campi, le terrazze solide e sgretolate, le piastrelle sbrecciate, i nudi femminili, le finestre chiuse e semiaperte non sono in verità spazi immobili, bensì punti di arrivo e di partenza per mostri appannati che decidiamo di liberare dal labirinto dei sensi. Il propagarsi luminoso, la vastità scintillante del mare, il doppio che si riflette negli specchi sembrano spazi e oggetti di serena contemplazione, forme consolatorie di infinito, frammenti limpidi e solidali, invece non evocano altro che una stratificata inquietudine che toglie il respiro al vento, invisibile ma presente.

Essere dentro la traccia di un’immagine, esporsi alla chiarità per immergersi nelle tenebre, come in Atelier (riflessione improbabile) 1995, olio su tavola, là dove la scheggia di una mattonella scottata dal sole è pari alla ferita del tuo cuore, si scongiura la benedizione dello sguardo, ci si illude di poter ordinare il proprio mondo, ma si è sempre spaesati dall’assenza, qualsiasi essa sia, cerebrale o carnale. Nelle stanze dipinte da Modica si susseguono pigri risvegli, trafitture di noia, istanti di oblio sulla linea invasiva della luce. Essa non rigenera né redime la vita, queste rappresentazioni apparentemente olimpiche e pacate proiettano in realtà una via crucis di assolate solitudini. Quando le sue figure si specchiano, più volte l’anima non sa distinguere la seduzione dalla ripugnanza. In Apparizione – Evocazione (il libro), 2003, olio su tela, il corpo della donna scuote la scena: lo si insegue sempre tra attese personali e ragioni proprie, la sua apparizione dietro la porta di vetro assomiglia a quella persona vista in sogno o nel passato, l’opera si nutre di precise interferenze e dissolvimenti sulle gambe e sul viso, perché si riveli come una favola interrotta, fantasma mai ammaestrato, sfoglia in mano un quaderno azzurro, con le pagine in apparenza vuote. Mi domanderei la stessa cosa che si chiede Balthus nel suo quadro intitolato Katia che legge (1968-1976), risponderei in maniera identica: «Che libro legge Katia? Non lo so, e non tocca a me cercare di saperlo».

La natura, ancora una volta, rappresentata  in fondo con un orizzonte implacabile nella sua fermezza, la si combatte con l’artificio: in Donna allo specchio (Daniela) 1992, olio su tavola, sulla mensola di marmo di uno specchio a muro compaiono un pettine e un piccolo contenitore per il ferma capelli, ella forse è pronta a truccarsi, guarda di fronte a sé, sinuosa e sfuocata, decisa a non piegarsi alla caducità del tempo, altera nella sua inconfessabile malinconia, si vuole intrappolata lì, così come Gina interpretata da Adriana Asti, in Prima della rivoluzione, di Bertolucci, entrambe la pensano allo stesso modo: «che niente si muovesse più, tutto fermo, fisso come in un quadro».

Ma se devo invece crescere con il segreto, se devo conferirgli un tono di assenza, mi fermo senza posa sul quadro intitolato Lavori in corso – malinconia, 2009, olio su tavola. Modica con questa opera prepara una tremenda sostanza esplosiva, si vorrebbe correre furiosamente su quella lingua d’asfalto, per poi prendere la curva con sommità di grazia, in fondo si vede il mare, ma il passo è bloccato da una transenna, la galleria di passaggio è un enigma svuotato dalla realtà, si potrebbero interrogare ad uno ad uno gli elementi di composizione (un triangolo, un masso poliedrico, un limone) ma in verità nulla si muove, nulla si agita in queste cose innocue. Si avverte solo una straordinaria religiosità.

Augusto Ficele

*La fotografia di Giuseppe Modica in copertina è di Dino Ignani