Si più fare poesia anche con una chitarra in mano e una voce non di merda ma quasi. Ovvero: sono andato a Firenze ad ascoltare Bob Dylan. Ora vi dico come è andata (il Nobel al menestrello di Duluth è il minimo)

Posted on aprile 09, 2018, 10:43 am
7 mins

Da persona profondamente impura, non posso che appartenere alla schiena dei non puristi. Ergo, ero e sono tra quelli che affermato e che hanno affermato che Bob Dylan si sia meritato il Nobel per la Letteratura. Il seguito – ovvero la tiritera se e come e quando andare a ritirare il Premio a Stoccolma, no non ti rispondo, non mi faccio trovare, sì ci vengo ma quando non devo suonare, eccetera – lo lasciamo ai giornali di musica: l’impressione è che il nostro, un pochino stronzo lo sia. Ma chi non lo è, in fin dei conti?

Sui Nobel potremmo discutere per ore sulla validità, sui crismi della scelta dei finalisti e sulle motivazioni. Da buon montanaro, vado sul concreto: chi ha letto o è in grado di ricordare almeno un titolo di Patrick Modiano, o di Tomas Tranströmer, o ancora di Jean-Marie Gustave Le Clézio, John Maxwell Coetzee, Vidiadhar Surajprasad Naipaul, Gao Xingjian? Eppure sono tutte Nobel per la Letteratura. E non della preistoria bensì degli anni Duemila.

Di Dylan, se proprio sei ignorante come un pollo, non puoi non conoscere l’aria di “Blowin’ in the wind” o di “Like a rolling stones”. Se invece hai un minimo di sensibilità, sai che “Desolation row” è stata tradotta (divinamente) da Fabrizio De André con il titolo “Via della povertà”. E che “Knockin’ on heaven’s door” dei Guns N’ Roses è un rifacimento (fatto bene) di un pezzo del menestrello di Duluth. E che la musica è letteratura nel senso più nobile del termine: è una modalità “alta e altra” di diffusione dell’arte in quanto, oltre alla sonorità delle parole scritte, ce n’è una, quella che sgorga dal pentagramma, che è scrittura invisibile e universale. Ora, per leggere e capire Gao Xingjian ti tocca affidarti a una traduzione che, in quanto traduzione, contiene una radice di tradimento. Fatti l’assolo di fisarmonica a bocca di “Blowin’ in the wind” quando Dylan non canta: la sua profonda verità arriva, senza tradimenti e senza traduzioni, a chiunque. Quelle aria sono parole. Non ci sono cazzi.

Quindi ci sta coprire la distanza che separa Rimini da Firenze assieme all’amico Makkks e dirigersi, il 7 aprile, al Mandela Forum per provare a decodificare la musica di Dylan. Per dare una risposta ai titubanti, ai puristi, a quelli che hanno storto il naso quando lo hanno premiato. Per dire all’amato John Lennon di “God” (in una strofa canta “I don’t believe in Zimmerman”) che si sbagliava, che forse quando ha scritto questo piccolo gioiello (1970) era troppo incazzato con il mondo e che la presenza di Yoko Ono lo aveva annebbiato. Che ok che eri un sognatore (“I was the dream weaver, but now I’m reborn/ I was the walrus, but now I’m John”) ma che a un pezzo come quello del tricheco (walrus) devi solo dire grazie perché è più capolavoro di “Imagine”.

Per capire che in fondo si più fare poesia anche con una chitarra in mano e una voce non di merda ma quasi. E che il Nobel, il buon Robert – e questa idea non me la tolgo dalla testa – se l’è guadagnato nella prima fase della carriera, quella di “The freewheelin’ Bob Dylan”, di “The times they are a-changin”, di “Another side of Bob Dylan” e del primo album della trilogia elettrica, “Bringing it all back home”. Poi si può discutere del sesso degli angeli, ma nel dubbio rispondo sempre che visto che hanno le ali e sono profumati, devono essere per forza femmine, oppure “figli della luna” (detta alla buona, busoni).

La carriera, Dylan, l’ha fatta, eccome. E la tappa fiorentina non ha deluso il pubblico. Bob è uomo di parola (del resto, sulle parole c’ha costruito una carriera intera) e alle 21 spaccate è salito sul palco: pantalone e camicia nera, giacca bianca. Si parte con “Things have changed” e “Don’t think twice, it’s all right” ma la voce non è tarata bene sulla musica: il suo timbro sembra affogare sotto le note. I ragazzi del service sistemano tutto e poi via lungo la, “Highway 61 revisited” e poi senza pause arrivano “Simple twist of fate”, “Duquesne whistle”, “Melancholy mood”, “Honest with me”, “Tryin’ to get to heaven”, “Once upon a time”, “Pay in blood”, “Tangled up in blue”, “Soon after midnight”, “Early roman king”, “Desolation row”, “Love sick”, “Thunder on the mountain”, “Autumn leaves”, “Long and wasted years”. Dopo 18 pezzi attaccati, una brevissima pausa prima di rientrare per fare altri due pezzi, “Blowin’ in the wind” e “Ballad of a thin man”. Che, si badi bene, non sono due bis: bis significa rifare canzoni già fatte e lui queste due perle non le aveva eseguite ancora. Alle 22.45 chiama la band sul boccascena, si piglia gli applausi e se ne va. Qualcuno arrivato in ritardo esce incazzato, e smoccola in toscano (ampia la selezione degli animali chiamati in causa, su tutti un bel “lupo” e, al femminile, “cane”) ma se non sai leggere che il concerto inizia alle 21, lamentati con chi ti ha impedito di arrivare in tempo e non col Signore Iddio o con la Madonna. Loro, dall’alto, zio Bob se lo sono gustato alla grande. Del resto, la risposta soffia sempre nel vento.

Alessandro Carli