Si fanno il selfie con Marc Augé, ma il “suo” museo è chiuso. La vicenda del Museo degli Sguardi a Rimini è lo specchio della politica italiana che grida e degrada la cultura

Posted on Giugno 29, 2018, 1:16 pm
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Di solito, la politica fa così. Foto ricordo con l’intellettuale ‘di grido’. E degrado delle strutture culturali, roba da culto del morto. Esempio. Marc Augé. Chi è? Ve lo dice la Treccani: “è tra i pensatori più significativi dell’antropologia contemporanea”. Stringendo: è uno dei pensatori più pubblicati e studiati in Italia. Insomma, lo conoscete. Bene. Nel 2012 Marc Augé fa una gita a Rimini. Era marzo, e il grande pensatore non aveva scelto Rimini come tappa per le ferie estive. Invitato dal Comune di Rimini, Marc Augé è onorato con la cittadinanza onoraria, alloro ricevuto, tra gli altri, dal Dalai Lama, da Tonino Guerra, da Sergio Zavoli. Nel sito del Comune potete ammirare l’aurea pergamena con le adatte motivazioni. Che c’entra Marc Augé, già direttore dell’‘École des hautes études en sciences sociales’ a Parigi, con la città più banalmente e balnealmente turistica d’Italia? Leggo. Il superprof è diventato cittadino di Rimini “per aver fornito un generoso apporto alla valorizzazione del patrimonio culturale e artistico della Città” e soprattutto “per aver dato un decisivo indirizzo concettuale alla ridefinizione del Museo degli Sguardi, all’allestimento della collezione etnografia riminese che ha ricevuto riconoscimento di livello europeo”. Alla faccia. E che se ne fa Rimini di tale riconoscimento di livello europeo? Gli sputa sopra.

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Che cos’è il Museo degli Sguardi? Una raccolta di reperti etnografici. Ci sono, cioè – leggo a casaccio dalla nota tecnica – “crani rimodellati e maschere con ossa umane della Nuova Guinea”, “l’arte dell’Oceania e di Taiwan”, “Armi bianche e scudi… piccoli capolavori di arte applicate” dell’“Africa nera”, “l’America precolombiana e i suoi grandi Imperi, da quello Atzeco a quello Inca”… una bellezza, insomma, costruita, soprattutto, sulla passione e sul collezionismo di Delfino Dinz Rialto, Ugo Canepa, Bruno Fusconi. Ora. Il Museo degli Sguardi, all’epoca ‘Museo delle Arti Primitive’, viene inaugurato nel 1972 presso il Palazzo dell’Arengo, che sta nel cuore di Rimini, vicino al Comune; nel 1988 viene trasferito, come ‘Museo Culture Extraeuropee Dinz Rialto’ al Castel Sismondo; dal 2004, finalmente Museo degli Sguardi, è in un luogo mitico quanto isolato di Rimini: in Villa Alvarado, di fronte al magnifico Santuario delle Grazie, in collina, in zona Covignano. Insomma: tutto bello, ma se vuoi vedere il Museo degli Sguardi devi armarti di buona volontà, uscire dalla city, fare la scampagnata.

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Le cose, diciamo così, vengono fatte culturalmente per bene. Il nuovo allestimento del Museo degli Sguardi in collina viene pensato coinvolgendo un ‘comitato d’onore’ che annovera, tra gli altri, il semiologo Paolo Fabbri, Antonio Paolucci, già Ministro per i beni culturali e ambientali e direttore dei Musei Vaticani, e il suddetto Marc Augé. Il quale, va detto, esplica il suo compito con professionalità. Un reperto online conserva la Presentazione del nuovo Museo degli Sguardi di Augé. Eccone un brandello: “Il Museo degli Sguardi vorrebbe avvicinare il proprio pubblico alla dimensione riflessiva della nostra relazione con l’arte degli altri, rivelandola nei diversi aspetti che essa ha assunto a seconda del nostro sguardo: scandaloso, nel primo sguardo cristiano che è arrivato a scorgere in essa una prova esotica dell’esistenza del diavolo; sorprendente, nello sguardo curioso dei primi viaggiatori e degli scienziati che iniziavano a catalogare le meraviglie della natura; istruttivo, nello sguardo degli archeologi e dei primi etnografi che vi scoprivano segni di vita e di cultura; sconvolgente, per i primi rappresentanti dell’arte moderna – surrealisti o pittori cubisti – che in quest’arte “altra” hanno visto svelata un’altra visione del mondo, uno sguardo differente che essi sentivano vicino al loro; sublime, a volte, agli occhi di coloro che, senza nessuna particolare conoscenza etnologica, hanno la rivelazione dello splendore formale di alcuni oggetti”.

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Come detto, la politica, troppo spesso, non va oltre il selfie con l’intellettuale paludato e il claim, il proclama, la promessa per avere l’ovazione pubblica. Ergo: nonostante la cittadinanza onoraria a Marc Augé, il riconoscimento a livello europeo – frase che da sola esalta vertiginosamente la provincialità riminese – e tante belle parole… il Museo degli Sguardi non esiste. Non c’è nulla da guardare al Museo degli Sguardi. Se, armati di buona volontà, scalate il colle e vi avvicinate alla fatidica villa che custodisce le reliquie dei Maya e dell’arte precolombiana e i manufatti africani, scoprite che non potete entrare. Il Museo degli Sguardi è chiuso. Sempre. “Può essere visitato su richiesta”, vi avvisa il devoto sito informativo. Può. Che è come dire: scordati la possibilità, che ca**o ci fai quassù, torna in spiaggia a riempirti la panza di piada, è meglio. E comunque. Questa possibilità mi fa prefigurare il profilo di un addetto comunale sull’attenti, pronto, per la manciata di telefonate che arriveranno all’anno, ad ascendere al colle per accompagnare nelle aule del museo i turisti. Il fatto è che un museo civico non può essere visitato su richiesta: deve essere visitato sempre, senza chiedere il permesso ad alcuno. Tranquilli. Come sempre i rappresentanti civici accamperanno auree giustificazioni per giustificare l’ingiustificato (esattamente un anno fa, ho scritto una lettera a Marc Augé, ovviamente realizzando solo vento e ipotesi di eco). Restano i fatti. La politica si fa tronfia invitando l’intellettuale in Comune. Ma è incapace di gestire gli spazi culturali. Tocca che i cittadini si riprendano il loro patrimonio ‘pubblico’. Indifeso. (d.b.)