“Sì, è vero, sono una persona orribile”. A tu-per-tu con Giordano Tedoldi, il cattivo della letteratura italiana

Posted on Marzo 12, 2018, 10:26 am
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Giordano Tedoldi, romano, classe 1971, piuttosto secco, occhi liquidi, ciuffo laterale che gli cade su un occhio (quando li tiene lunghi), aria tenebrosa, un po’ emaciata, quasi vampiresca, è considerato da molti il cattivo della letteratura italiana, o se volete l’enfant terrible della nostra Repubblica delle Lettere. Come vedrete, gli abbiamo chiesto se si sente tale e lui ha risposto alla sua maniera. Detestato da alcuni, amato visceralmente da altri (per esempio da quelli del fu “Maltese Narrazioni”: Marco Drago, Ernesto Aloia, Matteo Galiazzo & company), Tedoldi è uno che se gli chiedete in che modo si possa favorire la lettura nel nostro Paese ti risponde che al contrario va scoraggiata, fornendo fior di argomentazioni e tutte persuasive. Uno che è capace di scrivere racconti (Steinbeck, per esempio, che è il suo racconto d’esordio, uscito per la prima volta nel 2004 nell’antologia di autori vari La qualità dell’aria, edita da minimum fax) che cominciano così: “Chiamatemi pure Steinbeck. Ma come i grandi narratori del suo stampo, penso che tutto ruoti attorno ai soldi. Un campo di concentramento valutario. $Auschwitz$. Se la gente fosse meno ipocrita, se la gente dicesse fin dall’inizio che le cose stanno così. Invece dicono: stress, tante cose da fare, responsabilità, scuola dei bambini, moda e televisione. Più il denaro è importante e più si dicono menzogne che ne nascondono l’importanza. Nella mia vita, io sono stato poverissimo, ricchissimo, povero, ricco, medio, medioricco, mediopovero. Si può dire che si inizia a respirare, almeno così la vedo io, dal momento che si ha una carta di credito. Se hai una carta di credito, il novanta per cento delle cose ti riesce più facile. In generale, dopo che hai una carta di credito, si instaura un rapporto morboso, a volte di natura anche esplicitamente sessuale, tra te e uno o più impiegati della tua banca”.

Questo tanto per farsi un’idea. Ma chi è davvero Tedoldi, come scrittore e come intellettuale? Qual è l’anima segreta di questo autore così atipico – quasi un alieno – nel nostro panorama letterario? Un’idea ve la potrete fare probabilmente leggendo questa intervista. Ma attenzione, perché Tedoldi è camaleontico, mimetico, beffardo. Autore di racconti di una perfidia e “scorrettezza” impareggiabili (Io odio John Updike, Fazi 2006 e minimum fax 2016). E di romanzi (I segnalati, Fazi 2013, paragonato da alcuni, forse con azzardo, a Gli indifferenti di Moravia; Tabù, Tunué, 2017) caratterizzati da una lingua tagliente e da una intelligenza prepotente e dilagante. Molti hanno scritto di lui. “Un mondo, una voce propria e un’immensa sfacciataggine: queste sono le qualità che uno scrittore che si presenta per la prima volta ai lettori deve avere, e Giordano Tedoldi le ha senz’altro». Così Marco Lodoli, ai tempi del suo esordio. E così Concita De Gregorio (che cito proprio perché mi sembra ai suoi antipodi): “Non ho idea se Tedoldi sia lui stesso uno di quei ragazzi che non avendo mai avuto bisogno di nulla ha coltivato il talento della dissipazione di sé fino a farne un’opera d’arte. Importa poco: è molto bravo a raccontarlo”.

Caro Tedoldi, veniamo a noi. Così, a bruciapelo: che tipo di scrittore sei? Definisciti tu. E perché lo fai? Di cosa vai in cerca, scrivendo? Ti servi della letteratura per dirci o raccontarci che cosa? Insomma, perché leggere i tuoi libri? E che cosa ci dicono del mondo?

Sono uno scrittore psicologico, teologico, di fantasia. Quando scrivo credo all’esistenza dell’anima, a quella di Dio o degli dèi, all’esistenza di ogni cosa pensabile. Il mondo fisico c’è, non c’è bisogno di crederci. Basta usare i sensi. Il materialismo in ogni caso è un’ideologia superata. Il mondo fisico non è materiale. Ma sto divagando. Scrivo perché mi piace, mi diverte, mi libera. Vado in cerca dell’opera perfetta. Mi servo della letteratura per scioccare. Raccontare cose inaudite. Quello che i miei libri dicono sul mondo è che tutte le concezioni del mondo non dicono nulla di paragonabile all’esperienza di una vita nel mondo. E che il Vangelo di Giovanni ha torto: noi non solo siamo in questo mondo, ma siamo anche di questo mondo.

Quali modelli hai, se ne hai? A quale scrittore, italiano o straniero, ti senti più affine?

James Purdy.

Niente male. E a cosa serve per te la letteratura? Tra parentesi: quale futuro per la letteratura?

L’ho già detto: serve a scioccare. La letteratura, un giorno, finirà. Quello è il suo futuro. E mi consola.

Qual è il tuo libro migliore, il più riuscito?

Mi piacciono tutti.

TabùMe lo sentivo. C’è qualcosa che invidi alle scritture di altri? C’è qualche scrittore le cui qualità vorresti avere e non hai? E quali qualità sei il solo ad avere (sempre che ciò sia possibile)? Che cosa ti rende unico?

Non invidio nessuno. Nessuno scrittore ha le qualità che ho io, e viceversa. Quello che mi rende unico è la direzione che ho preso. È una direzione che si direbbe nemmeno indicabile. Non ho uno stile. Non ho una poetica. Anche quando ho detto che sono un autore psicologico, teologico, di fantasia, l’ho detto in modo così generico e casuale che non ha molto valore definitorio.

Di cosa dovrebbe parlare e con che linguaggio dovrebbe essere scritto un romanzo che aspirasse a cogliere lo “spirito del nostro tempo”, se così possiamo esprimerci, con l’aspirazione a imporsi come classico del futuro?

L’espressione “spirito del nostro tempo” mi fa ridere. Dunque direi che dovrebbe essere un romanzo comico, farsesco. Il tempo non si può inseguire, il tempo non si può nemmeno anticipare. Queste sono tutte illusioni umane, prospettive inficiate da graveolente antropocentrismo. La solita questione per cui il mondo si riassume nel mondo storico-umano, dunque nel presente. Che farci, è inevitabile avere un orizzonte così meschino. Quindi ognuno faccia quello che vuole. Mi sta benissimo se uno ha voglia di scrivere nello spirito del tempo che vuole lui. Mi sta benissimo se un alienato scrive un romanzo, ne prova gioia, e alla domanda: in che anno siamo? Risponde 20457 o -32, così come nulla obietto a un non alienato, o presunto tale, che spiega di averlo scritto negli anni scorsi ma valido per l’anno in corso. L’universo ne sarà notevolmente impressionato.

I cinque migliori romanzi degli ultimi dieci anni secondo Giordano Tedoldi? E quello che meglio di ogni altro ha raccontato il nostro tempo?

Non li ho letti cinque buoni romanzi degli ultimi dieci anni. E di nuovo resisto a questa mania di imporre gabbie temporali. Posso dirti che ho letto recentemente, da poco, Guerra e Pace. Cercando di non essere pomposi, mi è sembrato un buon romanzo, in special modo il personaggio del maresciallo Kutuzov mi pare ben caratterizzato. Il romanzo che meglio di ogni altro ha raccontato il nostro tempo? Qualunque romanzo elencato dai critici o dai giornalisti o dai recensori va bene. Tanto sono tutti uguali: raccontano tutti il nostro tempo.

Come vedi la situazione letteraria nel nostro Paese?

Mi pare buona. Ognuno fa quello che vuole. Non siamo in uno Stato che obbliga gli scrittori a scrivere in un certo modo. Poi sì, ci sono i famigerati condizionamenti. Ma una vita incondizionata devo ancora capire se sarebbe vita. Perciò questo mi sembra l’unico criterio importante per giudicare buona o cattiva una situazione letteraria: se ci sono i campi di concentramento per gli scrittori dissidenti o no, il resto è estetica, opinione, frattaglie.

Come ti accosti alla scrittura altrui? Intendo dire: quando leggi un libro ti soffermi a studiarne la tecnica, lo stile, la struttura, o ti abbandoni semplicemente al piacere della lettura?

Faccio entrambe le cose. Ma ho notato che peggiore è il libro, maggiore è l’attenzione tecnica. Migliore il libro, minore è la capacità di smontarlo tecnicamente o il mio interesse a farlo. In altre parole: mi annoio di meno con i libri migliori.

Cosa ne pensi della contrapposizione tra politicamente corretto da una parte e politicamente scorretto dall’altra?

Trattasi di gioco di società.

Cosa pensi delle mode letterarie, che spesso dettano l’agenda dei recensori, dei premi e condizionano le scelte dei direttori editoriali?

Belle, le mode. Le mode non vanno guardate snobisticamente. L’uomo è anche moda. C’erano le mode anche nell’Atene di Pericle.

Certo. E anche allora venivano criticate. Credi che esista la censura nel nostro Paese, sia in ambito letterario che nel campo dell’informazione? E se sì, come si manifesta?

Mi pare non si possa parlare di vera e propria censura, come quella negli Stati dittatoriali cui accennavo sopra. Credo che l’uso di parole estremistiche, cioè proprie di contesti di eccezionalità, in contesti che non sono eccezionali affatto, come il nostro presente storico e politico, sia dannoso. Ma se a uno piace usare la parola censura, lo fa sentire meglio, posso anche capirlo.

Spesso i romanzi vengono giudicati ed elogiati per l’impegno civile che profondono, per le battaglie giuste che portano avanti. È un buon modo questo di giudicare un’opera letteraria?

È un modo come un altro. Non ho niente in contrario.

Si ha l’impressione che nel nostro paese per ottenere dei riconoscimenti letterari si debba appartenere a un certo giro, aderire al pensiero dominante, addirittura possedere nobili virtù e sani valori. Come se arte e moralità di uno scrittore fossero inseparabili. Che ne pensi?

Se uno scrittore ha una vocazione o urgenza morale non gliela toglierò con argomentazioni formali o con condizionamenti comportamentali. La vocazione morale è un po’ come la fede. La fede è una ben strana cosa, spesso refrattaria a qualunque considerazione razionale. In certi casi, dunque, arte e moralità sono inseparabili. Ma poi, non abbiamo tutti una nostra morale? Bizzarra, contorta, illusoria quanto si vuole? C’è chi è un po’ più esibizionista e vanesio, con le sue virtù o presunte tali, ma sinceramente sono affari suoi. Non è una cosa che mi infastidisca più di tanto.

Torniamo sullo strettamente personale. Tu sei un po’ il cattivo della letteratura italiana, o sbaglio? Incontri difficoltà a essere accettato nella cosiddetta Repubblica delle Lettere o no? E se sì, quali?

Sì, più che cattivo, mi sembra si possa dire che sono una persona orribile. In particolare, di recente, mi è stato spesso fatto notare quanto sia narcisista. Questo mi ha provocato qualche resistenza a essere accettato nella Repubblica delle Lettere, che francamente non so neanche che cosa sia, ma se intendi dire con Repubblica delle Lettere i grandi editori, ad esempio, allora credo che sì, la mia orribilità e il mio narcisismo mi hanno nuociuto quanto una bomba all’idrogeno. Ma per fortuna ho amato molto la Repubblica di Platone e nello scambio non credo di averci perso troppo. Il che rivela ancora di più la mia impresentabilità, visto che la Repubblica di Platone, se fosse stata messa in pratica ad esempio a Siracusa, come Platone provò a fare e per fortuna non gli riuscì, avrebbe dato origine a uno Stato totalitario di asfissiante perfezione, come tutti sanno.

Dopo “Tabù” che cosa stai scrivendo? Che progetti hai?

Sto scrivendo qualcosa, ma non è che posso parlarne ora. Mi piace tenermi i miei segreti. L’importante è che sia un libro che mi diverta, che mi liberi, che mi riesca di finire prima di morire.

Quando scrivi, o quando appari in pubblico (per esempio alla presentazione di un tuo libro), quanto c’è in te di autentico e quanto di posa?

Direi quasi tutto posa. Un attimo, non voglio essere frainteso: non intendo dire che mento, intendo dire che recito. Recito l’autore che presenta il libro (penso che sarei stato un buon attore). Ma il copione è fatto di ciò che penso, perlomeno in quel momento. Più un po’ di spezie varie a seconda del pubblico, del luogo, dell’umore, eccetera.

TEDOLDI.inddQualche tempo fa ti ho sentito argomentare sul perché non dobbiamo preoccuparci se il numero dei lettori cala. E perché non dobbiamo fare nulla per favorire la lettura. Puoi sintetizzarcelo?

Ma perché, è un discorso così noioso. La vita è breve, passare delle ore a parlare della promozione della lettura è una tortura. E poi perché mi sembra un discorso pedagogico. Detesto la pedagogia, mi spiace. Comunque posso riassumere il punto che mi aveva mosso a fare quell’intervento: questi promotori della lettura parlano della lettura come di un’esperienza di beatitudine. Io ne ho un’esperienza molto diversa. Io, leggendo, a volte, anche capolavori, sono orribilmente infelice, o malinconico. Sto male, mi rompo, mi annoio, vorrei essere a Tahiti con Gauguin. O nell’Oriente evocato da “Pagodes” di Debussy. In ogni caso, anche la malinconia ha i suoi lati consolanti.

Tabù, il tuo ultimo romanzo (uscito nel 2017), che ho trovato assai bello e intelligente, è stato capito? apprezzato? Perché pubblicarlo con un piccolo editore come Tunué, anche se è vero che gode di un certo seguito?

È stato pubblicato con Tunué perché Tunué, in primis nella persona di Vanni Santoni che è l’editor della collana di romanzi, ha accettato di pubblicarlo, dopo circa una decina di rifiuti o non risposte. Ti ringrazio per i complimenti, o meglio, l’autore Giordano Tedoldi ti ringrazia. Non sono sempre, continuamente, infatti, l’autore dei miei libri. A volte sono solo un organismo che vegeta, che cerca di schivare le rotture di coglioni. Mi chiedi se Tabù è stato capito. Non lo so. Forse non molto. Però voglio sottolineare che sono molto felice, e grato, delle tante, belle reazioni che ha suscitato.

Cosa pensi dei premi letterari? Ce n’è uno che vorresti vincere?

Penso che siano una manna. Li vorrei vincere tutti. In realtà ambisco al Nobel. Mi ci vedo: una persona orribile, narcisista, in frac. Molto adeguato.

Che valore dài al numero di copie che vende un tuo libro? Da uno a dieci. E perché?

Gli do questo valore: che se non vendono, per me la vita si fa sempre più dura. E io non sono masochista anzi il mio conatus essendi è, man mano che invecchio, sempre più arzillo e dominante. Vedi tu da uno a dieci quanto vale.

Direi nove (per tenercene sempre uno di scorta). Abbiamo finito. E come avete visto ne abbiamo sentite di tutti i colori. Non vi so dire se tutte le risposte siano sincere poiché a un certo punto la macchina della verità cui era collegato ha cominciato a sfrigolare e un fumo grigio si è sprigionato dai cavetti mandando l’impianto elettrico in black-out. Così siamo rimasti senza luce e abbiamo continuato al buio, senza che potessi vedere le facce che faceva nel rispondermi. Anche se alla fine, mentre i fari di una macchina illuminavano per un attimo la stanza attraverso il riquadro della finestra, mi è parso di vederlo sogghignare, come se mi avesse preso in giro dall’inizio alla fine. Ma che volete: sono incerti del mestiere. E ce n’è di peggiori. Vi saluto, e alla prossima.

Gianluca Barbera