Cosa faceva Shakespeare durante la peste di Londra? Ovvero: su sonetti d’amore, drammi fiabeschi e quel daino sottratto al giudice di pace

Posted on Aprile 06, 2020, 8:07 am
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Londra, 1609. Nella città infuria la peste. Lo spettro della morte torna a infiammare gli animi. Sulle gonfie rive del Tamigi, si chiude il cancello del Globe Theatre. Si cancellano gli spettacoli. Allo stesso modo gli altri teatri londinesi a cielo aperto chiudono i battenti. La bandiera issata sulla cima del Globe, invece, continua a sventolare, è il motto petroniano “totus mundus agit histrionem”. Tutto il mondo è una farsa. Letteralmente: tutti fanno gli istrioni. È una recita. Anche la pestilenza è teatro. Per evitare il contagio, si chiude pure il teatro coperto di Blackfriars, che la compagnia dei Lord Chamberlain’s Men ha preso in affitto da poco, nel mese di agosto del 1608, per gli spettacoli invernali. Nel settembre dello stesso anno, è morta la signora Mary Arden, madre di William Shakespeare. Come già accaduto nel 1593-1594 e nel 1603 (e come, tristemente, accade anche oggi) gli attori di teatro sono costretti alla quarantena. Troppo pericoloso il teatro. C’è il rischio di infettarsi. Anche William Shakespeare, azionista e regista (nonché attore secondario) della compagnia dei Lord Chamberlain’s Men è lontano dalle scene.

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Il contagio della peste arriva dai topi, da cui Londra è invasa. Il tempo diviene bene prezioso per scrivere, per leggere. E per pubblicare. Nell’annus horribilis 1609, il colto editore Thomas Thorpe dà alle stampe i Sonetti di Shakespeare. Sul frontespizio la dichiarazione: “Never before Imprinted”. Mai stati pubblicati prima. Inediti, insomma. Finora William Shakesperare è riuscito a scrivere due opere all’anno, negli ultimi quindici anni, fra drammi storici, commedie e tragedie. In quel cupo periodo, inizia, però, il tempo del suo crepuscolo letterario. “Ormai Shakespeare stava avviandosi verso la fine della sua straordinaria carriera – scrive Alessandro Serpieri nell’edizione dei Sonetti, pubblicata dalla Bur – Negli ultimissimi tempi aveva cambiato registro drammaturgico. Terminata la breve e intensa stagione tragica dall’inizio di secolo (da Amleto a Otello, da Re Lear a Macbeth), concluso il ciclo dei drammi romani con Antonio e Cleopatra e Coriolano, esaurita la vena satirica e amara di Troilo e Cressida, Misura per misura e Timone di Atene, era impegnato nella fase finale della sua creatività drammaturgica. Che è quella dei romances, drammi romanzeschi di ispirazione fantastica, fiabesca, simbolica, dove avviene sempre – per un qualche errore, un qualche eccesso di passione, o per un sottile inganno del destino – una separazione, potenzialmente tragica, tra i personaggi, e un conseguente vagare o sperdersi di uno o più di essi, finché non si verifica il ritrovamento, l’agnizione, e quindi il perdono e la gioia della vita che si rinnova”.

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Molto probabilmente, con la peste a Londra, Shakespeare si è trasferito a Stratford, nella casa New Place, circondata da due giardini e due frutteti, al calore di dieci camini. Al tepore degli affetti familiari, la figlia Judith – orfana del fratello gemello Hamnet, strappato dalla morte nel 1596 – e soprattutto Susanna, la prediletta e primogenita, che nel 1607 ha sposato un medico, John Hall. Un ritorno a casa, dunque. Un tuffo fra i ricordi d’infanzia. William Shakespeare era nato nel 1564, a Stratford-upon-Avon, terzo di otto figli, suo padre John di professione faceva commerciante di pellami. Ben Jonson, amico e compagno di scuola ricorda così il drammaturgo da ragazzo: “imparò poco di latino e ancor meno di greco”. A soli diciannove anni, Shakespeare si sposa con Anne (o Agnes, secondo la Cronologia dei Meridiani, contenuta in S. Schoenbaum, William Shakespeare, a Documentary Life, 1975), il 28 novembre 1582. Anne non è una sua coetanea, ha ben ventisette anni, otto anni più di lui. Anne era già incinta, al matrimonio, aspetta una bambina. A maggio, infatti, il 26, viene battezzata la loro primogenita, Susanna. Due anni più tardi, a febbraio, ricevono il battesimo i due gemellini, Hamnet e Judith. Ma come mai William Shakespeare se ne è andato da Stratford? Sull’allontanamento dal paese natale, mi piace la ricostruzione di Raffaele Sposato: Shakespeare aveva fatto fuori il daino di un giudice di pace. “Rowe, scrivendo sul principio del ’700, riferisce addirittura un episodio particolare. Il futuro grande poeta avrebbe ucciso e sottratto un daino dal parco di un certo Sir Thomas Lucy, giudice di pace del distretto e questi lo avrebbe perseguitato con tale accanimento da costringerlo ad abbandonare il paese e cercare rifugio a Londra”.

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Shakespeare un bracconiere, dunque? Sposato continua il racconto: “è probabile dunque che Shakespeare abbia conosciuto la guardina, come sostiene Davies, e ciò, se era la norma per l’inquieto mondo dei drammaturghi, poteva costituire uno scandalo per il quieto mondo rispettabile di Stratford”. Il fatto di aver avuto problemi, noie, per questioni di bracconaggio, è riportato anche nella biografia di Lampredi. Sposato, dunque, sottolinea le parti in cui si potrebbe vedere in controluce lo Shakespeare bracconiere e ci permette di dare un’occhiata alle modalità di caccia dell’epoca, come l’aucupio (trappole di varia natura, per uccelli): “nelle sue opere sono frequenti le immagini, le similitudini, i riferimenti all’esercizio della caccia e dell’aucupio; specie quest’ultimo, diffusamente praticato prima dell’invenzione della polvere da sparo, dovette avere esercitato in lui un fascino straordinario”.

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Leggere (atto primo, scena terza) per credere: “springes to catch woodcocks”, quando Polonio, parlando con Ofelia, fa riferimento ai “modi pieni d’onestà” come a “reti valevoli a prender beccaccie”. Prosegue Polonio: “So quanto il cuore, allorché il sangue bolle, prodiga voti alla lingua; tali voti son lampi, mia figlia, che diffondono più luce che calore; in breve l’una e l’altro s’estinguono, né convien averli in conto di fiamma, neppure nel momento della promessa che sembrano voler compiere”. Ma la pista del bracconaggio non è stata molto battuta dai biografi, i quali, secondo Sposato, hanno privilegiato l’aspetto di custodia dei cavalli. Gli spettatori affidavano a William Shakespeare i propri cavalli, durante lo spettacolo. Così, secondo i biografi, Shakespeare si guadagnava il pane. Un posteggiatore, quantomeno all’inizio della carriera. Ma nel 1613, di nuovo a Londra, Shakespeare non se la passava poi così male dato che acquista l’edificio sopra l’antica porta del complesso monastico di Balckfriars, a Londra. È fine giugno dello stesso anno, quando i colpi degli spari a salve dell’artiglieria del nuovo dramma storico Enrico VIII provocano le alte fiamme che avvolgono e distruggono il Globe. Tutto è una recita. La bandiera sventola coperta, avvolta dalle fiamme. Tre anni dopo, è il 1616, il 23 aprile William Shakespeare muore. Un mese prima, aveva scritto persino testamento. Il suo corpo è sepolto nella chiesa parrocchiale di Stratford. Sulla pietra tombale alcuni versi illuminano l’iscrizione: “Buon amico, per amor di Cristo, non cavar fuori la polvere qui racchiusa! Benedetto chi rispetta queste pietre e maledetto colui che rimuove le mie ossa”. E la polvere, s’intende, non è quella da sparo, nonostante William Shakespeare sia stato un bracconiere.

Linda Terziroli

*Sarà Shakespeare? In copertina, il cosiddetto “Cobbe portrait”, uno dei ritratti presunti del Bardo