Nel panorama della filosofia italiana del Novecento, Emanuele Severino occupa un posto particolare, tra la tradizione idealistica di Croce e Gentile, da un lato, e la neoscolastica di Bontadini, dall’altro. Rispetto al variegato quadro di tematiche affrontate nei suoi scritti, l’argomento che qui tratteremo per ricordarne la figura e l’opera a un anno di distanza dalla sua scomparsa potrà sembrare secondario. Non lo è però in relazione alle sue vicende personali. Alludiamo ai suoi rapporti con il mondo cattolico. Com’è noto, la filosofia di Severino fu condannata dalla Chiesa cattolica come una forma radicale di ateismo (C. Fabro, L’alienazione dell’occidente. Osservazioni sul pensiero di E. Severino, Quadrivium, Genova 1981).

Il tema del rapporto del cristianesimo con gli altri settori della società e della cultura, in particolare con l’ethos del capitalismo e delle democrazie liberali, è un motivo ricorrente negli scritti di Severino. Per Severino il cristianesimo sarebbe caratterizzato da una vocazione intrinseca al totalitarismo, coerentemente incarnata dalla dottrina sociale della chiesa cattolica. Contro questa tendenza a nulla varrebbero i tentativi di contrapporre alla chiesa delle gerarchie ecclesiastiche quella evangelica di Gesù, poiché sarebbe proprio Gesù a esigere un impegno politico dei cristiani in quella direzione.

Per sostenere questa tesi, Severino si serve di due principi evangelici. Il primo, è la celebre frase di Gesù: «rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Matteo 22). Il secondo è un’altra frase di Gesù: «nessuno può servire a due padroni […] non potete servire a Dio e a mammona» (Matteo 6). Lo sforzo ermeneutico di Severino è volto a mostrare come la congiunzione di questi due principi conduca a riconoscere nel cristianesimo tout court una coerenza interna verso il totalitarismo teocratico.

Una buona sintesi del suo ragionamento si trova nel libro A Cesare e a Dio (Rizzoli, Milano 1983) ma anche in altri scritti (ad esempio Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995). Cercheremo di ricostruirlo, cercando di argomentare che l’immagine di un Gesù non totalitario è di gran lunga più plausibile. Col che non si vuole negare che esistano tendenze autoritarie all’interno della chiesa cattolica; si vuole però suggerire che esse hanno una natura contingentemente storica, e non già «logica».

Gesù prescrive di dare «a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Ma cosa succede quando Cesare chiede qualcosa che è contro Dio? Quale comportamento deve adottare il cristiano nei confronti di uno Stato che pretenda di essere un secondo padrone? Secondo Severino, la risposta di Gesù è contenuta nella frase «non potete servire a Dio e a mammona», dal momento che uno Stato che imponesse comportamenti contrari a Dio sarebbe mammona. In questo caso, sostiene Severino, è legittimo pensare che Gesù dica al fedele di non dare a Cesare ciò che domanda (cito da A Cesare e a Dio, Rizzoli, seconda edizione Milano 2007, p. 95). Questo è certamente plausibile. Ciò che non è plausibile, e che si costituisce come un non sequitur mai chiarito negli scritti del filosofo sull’argomento, sono le conclusioni che i cristiani «devono rendere cristiana la società in cui vivono», che «hanno l’obbligo di trasformare lo Stato in teocrazia facendo in modo che le leggi della fede cristiana divengano leggi dello Stato» (Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, p. 57).

Queste conclusioni non sono accettabili perché dall’impossibilità morale per il cristiano di seguire le leggi dello Stato contrarie alle leggi di Dio non segue l’obbligo morale di trasformare le leggi della fede cristiana in leggi dello Stato. Il non sequitur è probabilmente prima facie occasionato da un fraintendimento della relazione di contrarietà che ha luogo quando Cesare chiede comportamenti contrari a Dio, confusa da Severino con quella di contraddizione. Il contrario implica il contraddittorio, ma non viceversa! Il fraintendimento coinvolge due fondamentali nozioni deontiche: permissione e obbligo. In virtù del quadrato modale delle opposizioni (che risale ad Aristotele), il rapporto di contrarietà tra due norme è quello che in generale sussiste tra l’obbligo che x e la non-permissione che x (cioè, l’obbligo che nonx). Il contraddittorio dell’obbligo che x è invece la permissione che nonx. È chiaro che l’obbligo che nonx implica la permissione che nonx, ma non viceversa: permettere a qualcuno di non fare qualcosa non implica obbligarlo a non farla. Nel volere che la legislazione di Stato non pretenda comportamenti contrari a Dio, il cristiano vuole dunque la negazione del contrario, che non è (e non implica) la negazione del contraddittorio. Nel volere che la legislazione di Stato non pretenda comportamenti contrari a Dio, il cristiano vuole dunque la negazione della non-permissione dei contenuti delle leggi divine, vuole cioè che lo Stato permetta comportamenti cristiani. Ma, poiché la non-permissione che x non equivale alla permissione che non-x, combattere lo Stato-mammona significherà per il cristiano impegnarsi a realizzare semplicemente la nonnon-permissione dei contenuti delle leggi divine, vale a dire la permissione di quei contenuti. Se però fraintendiamo, come accade negli scritti di Severino, il rapporto di contrarietà tra norme con quello di contraddizione tra norme, sarà allora inevitabile considerare la negazione della non-permissione dei contenuti delle leggi divine come se implicasse la negazione della permissione di comportamenti non-cristiani. È perché Severino tratta il rapporto di contrarietà tra norme come equivalente al rapporto di contraddizione che egli può affermare che nel contrastare uno Stato contrario a Dio il cristiano è chiamato a trasformare lo Stato in uno Stato teocratico. Tolto quel fraintendimento è tolta anche l’immagine di un cristianesimo necessariamente totalitario.

Luigi Pavone