“Voleva una risposta allo scandalo della morte, un riscatto alle sofferenze dell’uomo. Con la Liberazione, la sua famiglia perse tutto. Vi racconto mio padre, Sergio Quinzio”

Posted on Novembre 22, 2019, 9:22 am
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Non rispecchiava, mio padre, nessun modello di viaggiatore cui mi riesca di pensare. A dirla con tutta franchezza, se si parla di viaggio come spostamento da un luogo all’altro, i viaggi non lo attraevano affatto, talvolta, anzi, ne era infastidito. Quand’ero bambina, ad eccezione di qualche breve periodo di vacanza trascorso presso amici o parenti, non ricordo d’essere mai partita per andare a conoscere posti nuovi.

Il solo luogo fisico che mio padre ricordava con profonda, struggente nostalgia era la sua Alassio, che aveva lasciato nel dopoguerra e dove non aveva più fatto ritorno. Se ne era andato in circostanze drammatiche e lo stridente contrasto tra la vita fin lì vissuta e ciò che trovò poi, certo contribuirono a conferire ai luoghi della sua infanzia il significato di un paradiso perduto. Era la primavera del 1945 e la Liberazione, che per tanti aveva significato il ritorno alla vita, o almeno la speranza di ritornarvi, per la famiglia di Sergio Quinzio, figlio del capo dei vigili urbani della cittadina ligure, era stato ben altro. Il padre, un tranquillo, anziano signore, ex maresciallo dei carabinieri col mito della Patria e dell’Onore, aveva rifiutato la fuga vivamente consigliata non appena si seppe dell’imminente entrata in paese dei partigiani: chi mai avrebbe potuto avercela con lui? Fu bastonato e trascinato in carcere. La famiglia perdette ogni cosa, né si riprese mai completamente dal colpo subito. Mio padre aveva allora diciassette anni. Non saprei dire quanto quei fatti abbiano contribuito alla sua tragica visione del mondo e della giustizia umana. La famiglia si trasferì a Roma, dove i genitori lavorarono come portinai nel palazzo di certi facoltosi parenti. A quei tempi, certo, i viaggi erano appannaggio di pochi e la moda del viaggiare ancora non dilagava. In seguito, e avendone le possibilità, mio padre non viaggiò mai molto, se non per necessità. Diffidava della nuova moda, non era attratto né dalla mondanità di certi luoghi di villeggiatura né dai viaggi “a scopo culturale”.

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E il viaggiare per scoprire, per incontrarsi con modi di vita diversi e lontani? Neppure questo lo convinceva. La sua esperienza di vita, l’aver vissuto in luoghi differenti e osservato, osservato molto il vivere di altri, non sempre lontani “simili”, lo confermavano nel suo pessimismo circa la possibilità – e opportunità – di pervenire ad una qualunque forma di “ecumenismo culturale”. L’auspicio che mondi diversi potessero comprendersi e arricchirsi vicendevolmente restava, per lui, un’utopia, e ben più realistico gli appariva il rischio di tentazioni sincretistiche inutili se non dannose. Occorre dire che la stessa fiducia era da lui riposta in molti altri “miti” del nostro tempo, come il progresso, la scienza, la pace, la democrazia…. Non sono mai riuscita a convincerlo ad andare a votare!

Il viaggio di Sergio Quinzio era stato un altro: uno solo, ineludibile, appassionante, totalizzante; il viaggio di una vita –  e, direi, oltre – alla ricerca di una risposta allo scandalo della morte, all’attesa spasmodica di un riscatto alle sofferenze dell’uomo. Il suo essere cristiano, la sua fede e il conseguente, angoscioso bisogno di consolazione dal Dio in cui si ostinava a credere, erano da lui vissuti con estrema (per quanto possibile, direbbe lui) coerenza. E con altrettanto, penoso senso di inadeguatezza. Per quanto lo riguardava, i luoghi non avrebbero potuto essergli più indifferenti.

Questo suo viaggiare era nato con lui e ciascuno dei tragici eventi che segnarono la sua vita non fecero che rafforzare in lui il bisogno di trovare risposte. Dopo una storia d’amore durata solo pochi anni, perse mia mamma, che morì a soli trent’anni. Con lei sì, che aveva viaggiato, per il poco tempo che fu loro concesso! Italia, Francia, Svizzera… Lei amava molto i viaggi: era giovane e curiosa del mondo, ed era vissuta fino al matrimonio in una famiglia certamente agiata ma che poco concedeva – allora si usava così – agli interessi ed alle curiosità dei giovani. Non riuscirono a visitare la città di Gerusalemme, come avrebbero voluto, e mio padre si rifiutò sempre, in seguito, di andarci senza di lei.

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Nei primi anni Settanta, anni di tristezza e solitudine che mio padre trascorse in gran parte chiuso nello studio a lavorare al suo Un commento alla Bibbia, a Roma prima e poi nel paesino a nord della Marche dove ci eravamo trasferiti nel ’73, le conoscenze e le frequentazioni di mio padre furono le più svariate. Proprio allora, quando gli amici si chiamavano Ceronetti, Bausani, Piantelli (e molti altri di cui non ricordo i nomi), i suoi orizzonti si aprivano ogni giorno al nuovo e al diverso, quasi che solo attraverso il dialogo e il confronto, a volte acceso, con chi era portatore di idee e valori diversi, mio padre potesse trarre la forza per proseguire la propria ricerca, misurandosi coi propri dubbi e contraddizioni. Sempre, in seguito, ha avuto tra i suoi amici più cari le persone in grado di mettere alla prova i suoi convincimenti. Negli ultimi anni, già malato, non ha mai smesso di corrispondere con chiunque si rivolgesse a lui per una critica al suo lavoro, un consiglio, magari uno scritto da sottoporgli… Non credo fosse solo una questione di cortesia. Forse, l’anziano signore dall’aspetto severo ma sempre pronto ad aprirsi al sorriso, un sorriso quasi fanciullesco, dolce o appena velato di ironia, era stato a suo modo un grande viaggiatore. Un viaggiatore dell’anima e nell’anima di coloro – e non sono pochi – che attraverso i suoi scritti hanno potuto sentirlo vicino.

Pia Quinzio

*Come “Sergio Quinzio. Ritratto di un teologo” questo articolo è stato pubblicato, in forma diversa, su “Arte Nomade” nel 2007